Venosa

Patria del poeta latino Quinto Orazio Flacco (Venosa, 8 dicembre 65 a.C. – Roma, 27 novembre 8 a.C.) e del madrigalista rinascimentale Carlo Gesualdo Di Venosa (Venosa, 8 marzo 1566 – Gesualdo, 8 settembre 1613), è uno dei Borghi più belli d’Italia.

Venosa è una splendida città, in cui il tempo scorre tra un passato e presente. Lo si evince una volta arrivati in Piazza Orazio, dove svetta la statua dedicata ad Orazio, uno dei maggiori poeti dell’epoca romana, nei pressi di quella che potrebbe essere stata la sua abitazione. Per conoscere ogni angolo di questo scrigno di arte, cultura e spiritualità bisogna portarsi fino all’area nord della Basilicata, nel cuore del Vulture Melfese.

Qui, su un altopiano compreso tra due valli e circondata da una rigogliosa vegetazione e numerose alture, Venosa si rivela in tutta la sua bellezza.

Un susseguirsi di gioielli artistici e architetture di pregio si possono ammirare sin da quando si fa ingresso nel paese, tra la chiesa della Trinità e l’annessa Incompiuta, luoghi sacri fortemente legati all’origine della dinastia normanna, il vicino Parco archeologico, finché si giunge nel cuore del suo centro storico dove domina il maestoso castello Pirro del Balzo, per poi scoprire, poco fuori dalla città le catacombe ebraico in prossimità di quelle cristiane, dimostrazione della presenza di una consistente comunità ebraica tra il IV e il IX secolo.

La storia

Le testimonianze relative alla presenza umana nel territorio di Venosa sin dalla Preistoria sono custodite nel Sito preistorico paleolitico di Notarchirico, tra i più antichi di Europa e non lontano dal centro della città.

Venosa fu strappata dai Romani ai Sanniti (291 a.C.), e da questo momento la storia di Venosa è permeata dalla quella della città di Roma che arriva a conferirle il titolo di “Municipium”, città romana, appunto. Dall’ 89 a.C. al 43 a.C. questa appartenenza si fa sempre più profonda.

In questa fase nasce (65 a.C) Quinto Orazio Flacco, il grande poeta latino che vive a Venosa la sua fanciullezza iniziandovi anche gli studi di grammatica che proseguirà poi a Roma. A confermare il periodo di floridezza che caratterizza Venosa è il popolamento, a partire dal 70 d.C., di una colonia ebraica, testimonianza straordinaria della convivenza tra etnie mai riscontrato prima come si può appurare sulla collina della Maddalena, appena fuori dalle mura fortificate.

Qui sono visitabili ancora nelle sue cavità sia le sepolture ebree sia quelle degli abitanti cristiani.

Nell’alto Medioevo i Longobardi, prima, i Saraceni, poi, arrivano a Venosa, seguono i Bizantini. Tra la dominazione normanna e la presenza benedettina si sviluppa il complesso della Santissima Trinità, il monumento storico più importante della città oraziana.

Con gli Angioini Venosa passa agli Orsini e determinate sarà la presenza del duca Pirro del Balzo, al quale si deve l’edificazione del castello, costruito dal 1460 al 1470 insieme alla cattedrale di Sant'Andrea, la quale sarà terminata nel 1502 e consacrata nel 1531.

Ai Del Balzo seguiranno i Gesualdo, feudatari e Principi di Venosa, e in questa fase si affermano figure culturali importanti come il poeta Luigi Tansillo (1510 - 1580), il giurista Giovanni Battista De Luca (1614 - 1683), e la controversa figura di Carlo Gesualdo principe di Venosa. Tra XVIII e XIX secolo Venosa passa dai Ludovisi ai Caracciolo, nel 1820 avrà una buona rappresentanza della carboneria, mentre con l'unità d'Italia, nel 1861, è conquistata dai briganti del rionerese Carmine Crocco.

Il patrimonio culturale

Ogni monumento, ogni strada, ogni vicolo della città di Venosa è espressione della cultura che nei secoli ha permeato la città oraziana dando vita a gioielli artistici e architettonici di inestimabile valore.

Sin dall’ingresso della città si può ammirare la splendida Abbazia della Trinità, con annessa chiesa dell’Incompiuta, luoghi sacri fortemente legati all’origine della dinastia normanna. Straordinario è anche il vicino Parco archeologico e, nel cuore del borgo antico, il castello Pirro del Balzo, sede del Museo Archeologico Nazionale.

Da non perdere, poi, sono la cattedrale di Sant’Andrea Apostolo, il sito preistorico paleolitico di Notarchirico, tra i più antichi d’Europa, la cosiddetta Casa di Orazio, diversi palazzi storici e fontane, come quella Angioina, o dei Pilieri, proprio di fronte al castello, eretta nel 1298, in onore di Carlo I D'Angiò. Venosa custodisce, inoltre, una testimonianza di notevole interesse storico e archeologico del culto dei morti nell’antichità: le catacombe ebraiche in prossimità di quelle cristiane (IV-IX sec.) scavate nel tufo.

Percorrere le strade lastricate in pietra della città oraziana, dunque, regala una sensazione di scoperta e sorpresa continue.

Al suo cittadino di eccellenza Venosa dedica il "Certamen Horatianum", una gara intellettuale sulle orme di Orazio, con la traduzione dal latino e relativo commento in italiano di un componimento scelto tra le opere del celebre autore latino Orazio.

IL CASTELLO PIRRO DEL BALZO

Costruito tra 1460 e 1470, è sorto su una preesistente cattedrale romanica. Imponente domina il centro storico della città e ospita il Museo Archeologico Nazionale.

Il nuovo fortilizio voluto dal duca Pirro del Balzo nasce come importante tassello di un nuovo progetto urbanizzazione e fortificazione intorno alla città oraziana. Se ne possono ammirare le quattro torri cilindriche, che segnano gli angoli della pianta quadrangolare, un profondo fossato e un ampio cortile circondato da un loggiato rinascimentale.

Di qui si passa nella Biblioteca comunale e nei due saloni di rappresentanza, con volte dipinte da soggetti allegorici nel XVIII secolo, mentre dall’androne si accede al camminamento. L'interno della galleria seminterrata in parte ospita il Museo archeologico nazionale che raccoglie la documentazione di  età romana, tardo antica e alto medioevale della città e del suo territorio.

LA CASA DI ORAZIO

In una vicolo di Piazza Orazio si può visitare quella che dovrebbe essere stata la casa natale di uno dei poeti più amati dell’epoca romana.

In realtà in questo piccolo edificio romano sono stati individuati ambienti termali, tra i quali si distingue con certezza un “calidarium”, una parte delle antiche terme romane destinata ai bagni in acqua calda. La facciata della struttura presenta mattoni a legatura reticolata, mentre a sinistra dell'ingresso è murato un bassorilievo. Ad ogni modo è possibile visitare l’edificio su prenotazione.

LE CATACOMBE EBRAICHE CRISTIANE

Sono il simbolo di una testimonianza di notevole interesse storico e archeologico del culto dei morti nell’antichità.

Sulla collina della Maddalena, appena fuori dalle mura fortificate, si resta intimamente colpiti dalle catacombe ebraiche in prossimità di quelle cristiane, dimostrazione della presenza di una consistente comunità ebraica tra il IV e il IX secolo –.

Scavate nel tufo e articolate in diversi cunicoli con loculi parietali e nicchie, presentano numerosi graffiti ed epigrafi funerarie con iscrizioni in ebraico, greco, latino, incisioni in Menorah e affreschi. Il sito è visitabile su prenotazione.

I sapori

In Basilicata, e soprattutto nel Vulture Melfese, il momento del banchetto consente di “sposare” il gusto di piatti unici con buon vino, corposo, intenso, armonico: l’Aglianco del Vulture DOC.

Le civiltà greca e latina, in cui si annovera proprio Orazio, poeta venosino tra i più apprezzati nella letteratura dell’epoca romana, individuavano nel momento del banchetto un’occasione di incontro “spirituale” e il luogo ideale della declamazione poetica.

In terra lucana, quindi anche a Venosa dove la buona tavola non risparmia il più buongustaio dei visitatori, tutto questo ben si coniuga con la rinomata cucina in cui predominano i sapori decisi della tradizione. Dagli strascinati, pasta fatta in casa condita con sugo o declinata in altre squisite e imperdibili declinazioni, alle carni pregiate, fino agli ottimi formaggi, alle verdure locali e ai salumi prelibati, l’Aglianico è in grado di esaltare ogni sapore.

Dal colore rosso rubino intenso, con riflessi granati, profumo delicato di frutti neri maturi, sapore inconfondibile il vino lucano è ormai noto sulle tavole dell’Europa e del mondo.

Proprio qui, nel Vulture, una delle aree più belle e suggestive della regione, l’Aglianico è il frutto delle immense e pittoresche distese di vigneti, poi lavorato e fatto riposare in fresche e caratteristiche cantine in cui è possibile lasciarsi guidare in itinerari interessanti alla scoperta delle tradizioni e di rinomate conoscenze, sorseggiando le diverse declinazioni del pregiato nettare.

D’altronde lo diceva anche Orazio: “Cosa non produce l'ebbrezza? Schiude i segreti, rende certe le speranze, nella mischia sospinge gli imbelli, toglie agli amici il peso delle angosce, ispira le arti” (Orazio, Epistolae, I, 5, 16).

Venosa è teatro di eventi dalla varia ispirazione, culturale, religiosa ed enogastronomica, in ogni momento dell’anno, come in occasione di "Aglianica", che da quasi un ventennio nell’area del Vulture-Melfese celebra l’Aglianico Doc.

Natura e Parchi

Venosa ricade in una delle aree più affascinanti e coinvolgenti del territorio lucano, esattamente a nord, nota come Vulture Melfese.

Un ricco patrimonio ambientale e naturale circondato da boschi, sorgenti, torrenti e aree da pascolo circondano questo spazio di Basilicata dominato dal monte Vulture, appunto, vulcano ormai spento, il cui cratere è occupato dai laghi vulcanici di Monticchio.

Proprio per la sua conformazione, quest’area della Basilicata ben si presta ad escursioni di vario genere alla scoperta, dal trekking alla mountain bike, di interessanti aspetti paesaggistici, botanici ed ecologici. Lo sguardo si perde tra gli straordinari vigneti, da cui prende vita l’ottimo Aglianico del Vulture Doc, e uliveti, da cui deriva l’intenso olio della varietà Ogliarola del Vulture, oltre a sconfinati frutteti.

Ma il Vulture è anche habitat naturale e ideale per specie faunistiche, soprattutto rapaci, come la poiana, il nibbio reale, il gheppio o lo sparviero.

Cinema

Nel 2012 nella città oraziana è stata girata la miniserie televisiva “Il generale dei Briganti, diretta da Paolo Preti e coprodotta da Rai Fiction.

La Fiction è stata girata in gran parte dell’area del Vulture Melfese sfruttandone la bellezza dei paesaggi e soprattutto i luoghi in cui sono realmente accaduti alcuni avvenimenti legati alla storia di Carmine Crocco, il brigante e rivoluzionario lucano che in questo caso ha avuto il volto dell’attore Daniele Liotti. A Venosa diverse scene della fiction Rai sono state girate tra il castello aragonese Pirro del Balzo e piazza Municipio.

Archeologia

Il passato è una costante nella vita culturale e artistica della città di Venosa grazie ai diversi luoghi che ne custodiscono ogni dettaglio.

Dal Museo Archeologico Nazionale, che ha sede nel maestoso Castello Pirro del Balzo, nel cuore del centro cittadino al sito preistorico paleolitico di Notarchirico, tra i più antichi di Europa e dove è possibile ammirare undici livelli di scavo sovrapposti, fino al’anfiteatro romano, disposto su tre piani e scoperto nel 1979.

L’archeologia a Venosa ha diversi volti e sfumature tutte da scoprire tra il centro della città e le sue aree limitrofe. Un salto nel passato e nella storia da cui non si torna delusi.

IL MUSEO ARCHEOLOGICO NAZIONALE E IL PARCO ARCHEOLOGICO

Dal 1991, anno della sua istituzione, il museo è allestito all’interno del castello Pirro del Balzo, nel cuore del centro antico di Venosa.

Raccoglie la documentazione di età romana, tardo antica e alto medioevale della città e del suo territorio, con un percorso articolato in cinque sezioni corrispondenti a cinque fasi cronologiche distinte. Un importante aspetto nella storia della città è legato alla presenza di una fiorente colonia ebraica, documentata tra il IV ed il IX sec. d.C. da numerose epigrafi funerarie provenienti soprattutto dalle Catacombe e dall'area dell'Anfiteatro.

Dal 1996 il museo ospita una sezione dedicata alla preistoria, dal Paleolitico inferiore all'Età dei metalli. Da non perdere anche la visita al Parco archeologico – che comprende una domus, le terme, complessi residenziali e uno episcopale – e alle Catacombe Ebraiche (IV-IX sec.), dimostrazione della presenza di una consistente comunità ebraica in prossimità di quelle cristiane.

Non si può non visitare poi il sito preistorico paleolitico di Notarchirico, tra i più antichi d’Europa, dove è possibile ammirare undici livelli di scavo sovrapposti da cui sono riemersi resti ossei di fauna preistorica di grossa taglia, come elefanti, bisonti, rinoceronti, ma anche strumenti litici e il femore di una femmina adulta della specie Homo Erectus, uno dei più antichi resti umani ritrovati nel Meridione.

IL SITO PREISTORICO PALEOLITICO DI NOTARCHIRICO

Tra i più antichi d’Europa si trova alla periferia di Venosa ed è caratterizzato da undici livelli di scavo da cui sono riemersi reperti risalenti all'era paleolitica (tra 600.000 e 300.000 anni fa).

Scoperto nel 1979, il sito preistorico paleolitico di Notarchirico è uno straordinario scrigno di preziosi tesori che vanno da resti di animali preistorici di grossa taglia, come elefanti, bisonti e rinoceronti, ma anche tracce umane, come un femore di femmina adulta della specie Homo Erectus, uno dei più antichi resti umani ritrovati nel Meridione. Dagli scavi sono inoltre venuti alla luce strumenti litici.

L'ANFITEATRO ROMANO

Un altro esempio della spettacolare bellezza e ricchezza storica e cultura di Venosa, risale al periodo compreso tra il I e il II secolo d.C.

A forma ellittica, è disposto su tre piani, in parte costruiti fuori terra e in parte realizzati tagliando a terrazze il terreno in cui sorge. Da una serie di esami sulle misure della struttura hanno lasciato intendere che l’anfiteatro romano della città oraziana riuscisse ad accogliere, all’epoca, circa diecimila spettatori.

Nel livello più basso si trovava l'arena, con la terrazza del "podio" per i personaggi importanti. Molti degli ornamenti e delle opere rinvenute sono stati collocati presso altri monumenti di Venosa. Il primo scavo relativo all’anfiteatro fu commissionato dai Borboni nel XIX secolo, dal quale riemersero una serie di bronzi, monete e terrecotte.

Il patrimonio religioso

Numerose chiese arricchiscono il patrimonio artistico di Venosa dislocare tra in diversi punti della città.

Oltre a veri  propri monumenti sacri di inestimabile valore come la chiesa della Santissima Trinità, con annessa Incompiuta, proprio all’ingresso di Venosa, e la cattedrale dedicata a Sant’Andrea Apostolo, la città oraziana vanta diversi luoghi di culto come la chiesa di San Biagio, in un vicolo del borgo, di particolare interesse per la facciata in stile rinascimentale e i medaglioni laterali raffiguranti gli stemmi di Pirro del Balzo e dei principi Ludovisi.

Interessante è anche la chiesa di San Domenico, (1348) con l’annesso convento. Molto caratteristica è la facciata a motivi floreali e un trittico di figure aureolate (XIII sec). Accanto al Castello Pirro del Balzo si fa notare un monumento di particolare rilievo artistico: la chiesa di san Filippo Neri – o del Purgatorio – (1679) decorata da fregi, volute, nicchie e pinnacoli, che rimandano all’arte barocca. D’impatto, sul portale d’ingresso, l’iscrizione “Pulvis et umbra“ del poeta latino Quinto Orazio. Nella chiesa è conservato un dipinto di San Filippo Neri.

LA CHIESA DELLA SANTISSIMA TRINITÀ

È uno dei più significativi complessi abbaziali costruiti in epoca normanna nell'Italia meridionale, un capolavoro dell'architettura benedettina che, nella successione a rientranze delle facciate, scandisce le diverse epoche storiche.

Il complesso della Santissima Trinità è composto dalla chiesa vecchia, sorta in età paleocristiana su un tempio pagano dedicato a Imene protettrice delle nozze, e ampliata con la chiesa nuova, rimasta poi “Incompiuta”. Quest'ultima, situata dietro l'abside e sullo stesso asse della chiesa vecchia, fu iniziata dai benedettini, utilizzando anche materiali di spoglio, in forme che richiamano lo stile monastico francese, ma fu lasciata incompiuta.

L'ingresso, in stile romanico, sul lato sinistro è caratterizzato da due sculture di leoni in pietra e quattro sporgenze, che corrispondono ad altrettante facciate sovrapposte l'una all'altra. Una volta all’interno si è colpiti dalla bellezza delle diverse sculture di varie civiltà e dalla cosiddetta Colonna dell'Amicizia, opera romana sormontata da un capitello bizantino.

La navata centrale è suddivisa in altre quattro sormontate da grandi archi, molto bella poi è l'abside posta sul fondo e a forma semicircolare. Nella navata destra la chiesa della Trinità custodisce la tomba degli Altavilla, dove è sepolto anche Roberto il Guiscardo, mentre nella navata sinistra si trova la Tomba della moglie ripudiata, Aberada di Buonalbergo.

L’INCOMPIUTA

Iniziata dai benedettini con l’impiego di materiali di spoglio, in forme che richiamano lo stile monastico francese, è stata lasciata, però, “incompiuta”, da cui il nome.

Il progetto relativo a questo splendido esempio di architettura sacra, che avrebbe dovuto essere la “chiesa nuova”, risale al XII secolo, quando la “chiesa antica” della Santissima Trinità venne considerata non più in grado di ospitare il numero dei fedeli e si pensò, dunque, di ampliarla. L'ingresso è superato da un arco semicircolare ed evidenzia una lunetta decorata da una iscrizione a sua volta sormontata dal simbolo dell'Ordine dei Cavalieri di Malta: l’agnello con la croce.

L’Incompiuta è in continuità con i muri perimetrali, della chiesa vecchia, di cui mantiene l’asse e le dimensioni trasversali. Essa presenta inoltre un corpo longitudinale con cinque colonne con grandi capitelli corinzi e un pilastro polistilo all'incrocio con un ampio transetto sporgente e absidato, sul lato destro. Occorre far notare che a sinistra, invece, non sono mai state realizzate neanche le fondazioni del colonnato settentrionale.

Si può ammirare poi un coro molto profondo, circondato da un deambulatorio con cappelle radiali. Proprio in corrispondenza dell'attacco del transetto si può notare che sono inserite due torrette scalari. Non è stata mai realizzata la copertura.

LA CATTEDRALE DI SANT’ANDREA APOSTOLO

Come il castello, è stata commissionata dal duca Pirro del Balzo (1470) e sorge sull'antica chiesa greca di S.Basilio, nel cuore della città.

Ultimata nel 1502, ma consacrata solo nel 1531, la cattedrale di Venosa presenta una facciata in pietra con un bel portale d'ingresso del 1512, realizzato dal maestro Cola di Conza. Interessante anche l’alto campanile che si sviluppa su due ordini e culmina in una cuspide piramidale. All'interno il duomo è a croce egizia su tre navate, con archi ogivali e un imponente arco trionfale.

Le navate centrali sono occupate da numerose cappelle, tra le quali spicca quella del "Sacramento" (1520) ornata da un arco costellato da putti, candelabri e festoni, e con un notevole portale che si apre a destra del presbiterio. Nella stessa cappella, molto bello, sull’altare, è il dipinto di Francesco Solimena raffigurante l'Assunzione della Vergine.

Tutti pregevoli sono i dipinti custoditi all’interno della cattedrale: sull'altare maggiore, si può ammirare la Madonna dell'Idria (XIII sec.), mentre nella navata sinistra, molto bello è l’affresco attribuito a Simone da Firenze, raffigurante l’”Adorazione dei Magi” (seconda metà del XVI sec.). Nella cripta merita una visita la tomba di Maria Donata Orsini, moglie di Pirro del Balzo.

www.comune.venosa.pz.it

www.archeobasilicata.beniculturali.it

www.aglianica.it

www.liceovenosa.gov.it


Vietri di Potenza

In un certo senso Vietri di Potenza è la "porta della Basilicata" per chi raggiunge la regione provenendo dalla Campania, sì, perché il borghetto è il primo paese a dare al visitatore il “benvenuto” in terra lucana!

Sorgendo sullo sperone dell'Appennino Lucano, nell’area del Melandro, meravigliosi boschi di faggi e un paesaggio molto suggestivo attorniano Vietri, che ha nel suo nome un importante traccia del passato indicata anche dallo storico latino Tito Livio. "Campi Veteres", sarebbe infatti il luogo sul quale, durante la seconda guerra punica, trova la morte morì il console romano Tito Sempronio Gracco, padre di Tiberio e Caio Gracco, da parte del lucano Flavio.

Chiese, palazzi storici e il castello marchesale caratterizzano il patrimonio storico, culturale e artistico di Vietri, oltre a risorse naturalistiche come le cosiddette “Gole di Puzz’ gnunt”, assolutamente da scoprire!

La storia

Tra gli aspetti storici di particolare importanza, rispetto al passato di Vietri di Potenza, emerge il fatto che l’Imperatore svevo Federico II la inserisce tra quelle città tenute alla manutenzione di particolari castelli, in particolare a quello di Brienza.

Roccaforte gotica e successivamente longobarda, diverse famiglie feudali si susseguono nel dominio di Vietri che, intorno alla fine del potere angioino, appartiene a Giacomo Filangieri e alla famiglia dei Gesualdo. Successivamente  il feudo è nelle mani del conte Innigo de Guevara e poi del nipote don Carlo, alla cui benevolenza si deve la costruzione del convento.

Nel Settecento Vietri di Potenza passa alla famiglia Caracciolo.

Il patrimonio culturale

Vietri di Potenza è una sorpresa non solo dal punto di vista naturalistico ma anche culturale, dal momento che il suo borgo è un contenitore di architetture di valore.

Si possono ammirare l’ex Palazzo ducale e la Torre dell’Orologio, ma degni di attenzione sono anche i palazzi settecenteschi, l’antico lavatoio pubblico e poi le numerose chiese, in particolare quella annessa al convento dei Cappuccini che custodisce alcune opere di Antonio Stabile.

I sapori

Nella cucina di Vietri di Potenza di percepisce ancora il sapore antico dei suoi eccellenti prodotti, tra i quali spicca l’ottimo olio, prezioso e irrinunciabile condimento e per questo definito l’“oro vietrese”.

Nel piccolo borgo del Melandro il visitatore non ha che la più ampia scelta tra le bontà offerte e può deliziare il proprio palato con gli squisiti formaggi, in particolare il pecorino, prodotto ancora secondo procedimenti della tradizioni e con antichi strumenti che ne preservano l’autenticità.

Il trionfo del gusto raggiunge l’apice con gli ottimi salumi essiccati al naturale e per questo dal sapore inconfondibile. Ma la degustazione non esclude anche primi e secondi piatti legati ale più antiche ricette come i “cauzon c’ la mnestra”, la “ciambottola”, i “patat ross’”, gli “strascinati cu la muddica” e molto altro ancora.

Natura e Parchi

Lo scenario naturalistico offerto dal territorio che circonda Vietri di Potenza coinvolge il visitatore in appassionanti vedute a perdita d’occhio, che lasciano un ricordo indelebile.

D’altronde l’area del Melandro, per la sua forte caratterizzazione rurale, offre peculiarità paesaggistiche originali e uniche che danno la sensazione di entrare a far parte della natura più autentica.

La conformazione di questo pezzo di Basilicata fa sì che esso sia paragonato ad un piccolo Canyon, per i suoi meandri che riconducono la mente, inevitabilmente, a meraviglie naturali di grande valore, come le Gole del Verdòn, in Francia, o il Raganello, sul Pollino, o per uscire ancora fuori regione, le Gole dell'Alcantara in Sicilia.

Proprio a Vietri si può ammirare un contesto simile nel caso delle cosiddette “Gole di Puzz’ gnunt”, come vengono definite nel dialetto locale. Si tratta di “mulinelli”, alte e ripide pareti rocciose scavate dalle acque del Melandro, lungo il cui corso è possibile incontrare diverse sorgenti di acqua sulfurea.

A rendere originale la realtà ambientale del Melandro è un’altra sua singolare caratterizzazione, che certo non lascia indifferentre il visitatore. Laddove infatti il paesaggio diviene brullo, sulle rocce battute dal vento spunta, ma solo in primavera, la colorata ginestra, che picchietta di giallo oro le dorsali più ripide, habitat di maestosi rapaci.

Il patrimonio religioso

Un percorso dell’anima ma anche dell’arte, per le numerose opere che si possono apprezzare, è assicurato tra le diverse chiese che puntellano il centro storico di Vietri di Potenza.

Una spettacolare facciata in stile barocco e un imponente campanile romanico rendono meta irrinunciabile la chiesa Madre di San Nicola di Mira. All’interno, a tre navate, spicca l’abside decorato con affreschi del Settecento e si lascia ammirare il coro (1845) di Carmine Pascarosa di Vietri.  Meraviglioso è l’altare in pietra e in marmi policromi a tarsia della navata destra, oltre al busto d’argento raffigurante Sant’Anselmo, patrono del paese.

Di fondazione tardo seicentesca è poi la chiesa dell'Annunziata, come si può notare dalla facciata e dal portale del 1694. All’interno, sull'altare maggiore, si può ammirare l'Annunciazione di Nicola Cacciapuoti, mentre le pareti sono decorate da bellissimi affreschi che rappresentano le scene della vita di Gesù (1719), come la Crocifissione, dipinti da un seguace di Giovanni Todisco.

Molto bella è poi l’acquasantiera in pietra. Non si può perdere inoltre, nella parte più alta del paese, il convento dei Cappuccini, denominato “Trinità”, che ospita una antica biblioteca della prima metà del XVIII secolo, mentre nella chiesa annessa l'altare maggiore è impreziosito da un originale polittico che unisce le tele laterali, raffiguranti santi e sante, a quella centrale con la Deposizione di Antonio Stabile. All’artista lucano è attribuita anche l’affascinante tavola risalente agli anni prima del 1580.

Outdoor

Percorsi a piedi o cavallo, ma anche escursioni naturalistiche finalizzate a vivere le bellezze e le atmosfere che ne circondano il territorio, fanno di Vietri un contesto da visitare e attraversare.

Campo di Venere ne è un esempio, una distesa a perdita d’occhio di campi seminati a frumento, patate, grano, foraggio, orzo, a circa 1300 metri di altitudine e immersa nel più assoluto silenzio. Aggirarsi in questo ambiente mette a totale contatto con la natura più discreta, dove è facile incontrare  i contadini che vi risiedono in uno stile di vita quasi arcaico.

Affascinante è poi l’impatto con le “Gole di Puzz’ gnunt”, vertiginose pareti rocciose, guglie dolomitiche e rive, ora sabbiose ora ciottolose, da cui emergono numerose sorgenti di acque sulfuree. Non si esagera nel sottolineare, e il visitatore può confermarlo, che questo è sicuramente il tratto in cui il fiume Melandro offre lo scenario più attraente e movimentato.

www.comune.vietridipotenza.pz.it

www.csrmarmomelandro.netsons.org

 


Viggianello

È il “paese delle ginestre”, per le infinite distese della gialla cortina di fiori di ginestra che soprattutto in maggio avvolge il suo paesaggio, incastonato nel suggestivo scenario dei monti del massiccio del Pollino, appeso a strapiombio sulla valle del Mercure.

Per le sue meraviglie paesaggistiche e le straordinarie testimonianze storiche e artistiche, Viggianello è meta di curiosi visitatori disposti a lasciarsi incantare dalle sue risorse legate anche alla tradizione, al folklore e alla devozione popolare.

Il paese incluso nella più estesa area verde protetta italiana, il Parco Nazionale del Pollino, ospita uno dei “Carnevali” più antichi e apprezzati della tradizione lucana, ma è anche location di uno degli otto riti arborei, noti anche come “matrimoni tra gli alberi”, che si celebrano in Basilicata.

Nel mese di maggio si festeggia, in un’atmosfera di intensa solennità, la Madonna del Carmelo di Viggianello, nella frazione Pedali, un rito legato ai raccolti del grano e alla fertilità dei campi.

Ogni momento dell’anno è dunque quello giusto per scoprire questo piccolo angolo di Basilicata!

La storia

Fonti discordanti si pronunciano rispetto alla fondazione di Viggianello, per alcune legate ad insediamenti di monaci basiliani risalenti al X secolo, per altre a profughi achei in seguito alla distruzione di Sibari, anche per la presenza, nelle località Spidarea e Serra di ritrovamenti abitativi.

Sta di fatto che la presenza umana sul territorio si consolida con l'arrivo dei Romani, coloro cui si deve l’edficazione del castello, ai quali subentrano i Longobardi e i Bizantini, come attestano le numerose laure eremitiche abitate dai monaci basiliani e da numerosi ruderi di antiche chiese e conventi. Sarà poi la volta dei Saraceni, insediatisi nel rione Ravita.

Ai Normanni si deve, invece, il consolidamento dell'insediamento sulla collina di Viggianello grazie alla creazione della roccaforte con torre quadrata e della chiesa del castello dedicata a San Nicola, di cui sono visibili solo pochi ruderi). Diverse famiglie si succedono inoltre nel dominio di Viggianello: prima la principessa Mabilia, figlia di Roberto il Guiscardo, poi la famiglia feudale Chiaromonte e molti altri ancora.

Con gli svevi la roccaforte assume le sembianze dei tipici manieri federiciani e nel castello dimora anche l'Imperatore svevo Federico II. Nel XV Viggianello è feudo della famiglia dei Sanseverino, per poi passare in mano ai Della Ratta.

Viggianello partecipa attivamente alle fasi dell'Unità d'Italia ed è teatro di scontro fra briganti ed esercito piemontese.

Il patrimonio culturale

Al visitatore non può sfuggire la suggestiva posizione del paese, abbarbicato com’è, con le case disposte a gradinate, sul verde declivio del monte Serra, dominato dai resti del castello feudale e con il suo centro storico attraversato da affascinanti palazzi storici.

Il maniero, costruito da Guglielmo il Guiscardo su una precedente struttura longobarda e residenza dell'Imperatore Federico II di Svevia per ben due volte, sorge sul punto più alto dell'abitato e ancora oggi è visibile l'antica cisterna.

Ai piedi del centro storico si possono ammirare le laure bizantine, resti della Nuova Tebaide e risalenti al IX, né passano inosservati gli edifici signorili come Palazzo Mastropaolo (XVII sec.), con portone in legno scolpito, e Palazzo Caporale (XVII sec.), oggi anche museo privato con arredi d'epoca, oggetti, armi antiche, libri ed affreschi di scuola napoletana.

I sapori

Una tradizione che si tramanda di padre in figlio quella della cucina viggianellese  in cui predominano grano, peperoni, patate, fave, pomodori, ceci e ortaggi, tutti di derivazione locale.

Pasta di casa e carne, salumi e formaggi, ma anche funghi e prodotti del sottobosco costituiscono risorse imperdibili per il palato dei buongustai che difficilmente, infatti, potrebbero resistere davanti a un bel piatto di “rasckatìeddi”, fusilli, o “kavatìeddi”, gnocchi, per non parlare della “frascàtula”, polenta, o della “minestra ‘mbastata”, minestra “impastata” con patate e verdure di stagione.

Da non tralasciare sono anche la “rappasciona”, un misto di cereali e legumi, i “rafajùoli” (ravioli) o i “Tagghjulìni ku u làtt”, tagliolini con il latte. Tra i secondi si distinguono anche la “brasciòla”, involtini di carne di maiale, la frittata “ku zzafaràni e sauzìzzu”, frittata con peperoni e salsiccia), o i deliziosi “rummulèddi”, polpette. I dolci più tradizionali, tra gli altri, sono la “ciciràta”, struffoli e le “rosecatàrr”, chiacchiere.

Natura e Parchi

Non si percepisce il trascorrere del tempo quando ci si immerge nella splendida cornice del territorio di Viggianello, nel cuore del Parco Nazionale del Pollino, in cui ricadono aree di indescrivibile bellezza, tanto da ispirare escursioni e passeggiate nei boschi senza porsi limiti di tempo né spazio.

Da non perdere sono gli straordinari panorami che regala Piano Ruggio, un altipiano di formazione carsica racchiuso tra Serra del Prete e Monte Grattaculo, nelle immediate vicinanze di Viggianello, nel cui territorio ha origine il fiume Mercure-Lao.

Inoltrandosi nel parco ci si imbatte in fitti boschi di faggio, abeti e castagni e altipiani erbosi, per arrivare ad ammirare la pregiata specie arborea dei secolari Pini Loricati, visibili soprattutto sulla cima di Serra di Crispo, nota anche come il “Giardino degli Dei”.

Il parco è popolato da esemplari di lupo appenninico, cinghiali e caprioli, scoiattoli, istrici e lontre, ma anche picchi e gufi reali, ed è caratterizzato dalle vette più alte dell’intero arco appenninico meridionale, sorvolate da aquile reali, falchi pellegrini e gheppi.

Il patrimonio religioso

Nel paese di recente incluso tra i “Borghi più belli d’Italia”, si può scoprire un ricco patrimonio religioso costituito da chiese e opere d’arte di valore.

Come nel caso della chiesa madre dedicata a Santa Caterina d'Alessandria, in stile gotico e a tre navate, nella quale sono conservate tele databili tra '600 e '700, un pregiato fonte battesimale cinquecentesco in alabastro, e poi acquasantiere in marmo bianco (XIX sec.) e uno spettacolare organo a canne del 1880. Nel tempio sono custodite anche una bellissima statua lignea e una reliquia della Santa Patrona.

Da non perdere anche la settecentesca chiesa di San Francesco, con la sua facciata incorniciata da due lesene, con al di sopra del timpano un'edicola che funge da campanile. Tra le più antiche chiese del paese deve essere ricordata quella dell’Assunta, edificata dai principi di Sanseverino nel XVI secolo, ma interessante è anche la cappella di San Sebastiano, di origine bizantina e ristrutturata nel XV secolo.

Nei pressi si trova il Calvario, opera in pietra locale (1611) costituita da una base, da una colonna, su cui sono riprodotti alcuni simboli della Crocifissione: la scala, la tenaglia, il martello, i chiodi, la freccia e la corona di spine, e da un capitello di stile corinzio. In località Zarafa, infine, sono ancora conservati i ruderi dell'Abbazia di Santa Maria del Soccorso..

Tra devozione e tradizione, ogni anno, la terza domenica di agosto, nella frazione Pedali, si svolge il pellegrinaggio in onore della Madonna del Carmelo di Viggianello.

Carnevale

Carri allegorici e Pagliarino, la maschera tipica, sono i protagonisti indiscussi del “Carnilivaru i Pagghia", il carnevale di "paglia” di Viggianello.

Rami di salice modellati da mani agili prendono forma fino a realizzare gigantesche strutture poi ricoperte con gironali e carta pesta. La sfilata dei carri allegorici e dei gruppi mascherati si ripete in due momenti diversi, ma in entrambi i casi raggiungono livelli allegorici e folkloristici assoluti.

A Pedali, la parte nuova di Viggianello, tutto ha luogo la domenica che precede il Martedì Grasso, mentre nel centro storico la sfilata si tiene il giorno dello stesso Martedì Grasso.

Nella frazione di Pedali è ambientato anche il divertente processo al “Carnevale di Paglia”, che si conclude con il rito del rogo cui viene condannato un fantoccio di paglia. Il tradizionale carnevale di Viggianello regala così ai suoi spettatori suggestioni uniche che si fondono alla meraviglia del paesaggio circostante e alla bontà dei sapori del posto.

Riti arborei

Un rito di origine pagana che nei corso dei tempi ha incontrato la tradizione cristiana si svolge ogni anno a Viggianello, un evento da non perdere per la solennità che lo contraddistingue.

"L’a Pitu e la rocca" è il rito arboreo che si ripete per tre volte all’anno in tre località differenti del paese: nella prima settimana dopo Pasqua in contrada Pedali, la parte più nuova, e nell’ultima settimana di agosto nel centro storico,  dove i festeggiamenti coincidono con le celebrazioni religiose in onore del Protettore, San Francesco di Paola.

Nel secondo fine settimana di settembre il “matrimonio” tra due piante ha luogo in località Zarafa, in nome della Madonna del Soccorso.

Lo spettatore che ha la fortuna di trovarsi in questi luoghi nelle date dell’evento ha l’opportunità di assistere ad un rito ancestrale coinvolgente, nel corso del quale un albero di faggio o di cerro, “l’a’ pitu”, e un abete, la “rocca”, vengono scelti e abbattuti nei boschi del Parco Nazionale del Pollino e poi trasportati robusti animali in un corteo che si snoda lungo le strade del territorio di Viggianello.

Come in tutti gli altri riti arborei della Basilicata, anche in questo caso il momento più intenso è quello dell’unione delle due piante, simbolo della natura in festa e dei suoi indissolubili misteri.

Sport

Nel territorio di Viggianello, come in quelli di Terranova di Pollino e Rotonda, gli appassionati di sport invernali possono soddisfare le proprie passioni praticando sci di fondo, sci escursionismo e altre attività, nel cuore del Parco Nazionale del Pollino.

Proprio nel comune di Viggianello, a 1500 metri, si può raggiungere la località sciistica Piano Ruggio, dal fascino indescrivibile dal momento che il pianoro è circondato da cime che svettano fino ai 2000 metri di altezza. La pista da fondo ed escursionismo si estende per 22 chilometri fino al caratteristico Belvedere del Malvento, un vero e proprio balcone naturale.

Gli sciatori che decidono di trascorrere le proprie vacanze invernali nel Parco Nazionale del Pollino possono lasciarsi stupire anche da suggestive ciaspolate e ciaspoluna, piacevoli e semplici passeggiate notturne con le racchette da neve, attività che consentono di scoprire la magia dei boschi. Per i più piccoli sono disponibili spazi in cui divertirsi con slittini e bob.

Outdoor

Ci sono punti nel territorio di Viggianello che, se raggiunti, colpiscono al cuore del visitatore per la bellezza degli scenari prospettati ai suoi occhi.

Escursioni e passeggiate nel Parco del Pollino, l’area protetta nazionale in cui il paese ricade, sono indispensabili per chi va alla scoperta di una dimensione ambientale strabiliante.

Tra gli innumerevoli percorsi possibili si distingue certamente quello che ha come meta la sommità del monte Serra, alle cui pendici sorge Viggianello, da cui è garantita una vista senza pari sull’intera valle del fiume Mercure-Lao. Proprio da Viggianello il corso d’acqua scivola lungo la valle e verso i boschi, mutando il suo nome in Lao, nel quale si praticano anche avvincenti attività di rafting.

Intraprendendo, in alternativa, un itinerario che mira verso Piano Ruggio, un altipiano di formazione carsica, si attraversano strade tortuose che si inerpicano tra boschi e scorci panoramici che sarà difficile dimenticare.

Un altro percorso appassionante può avere il suo start in Colle Impisio, da cui partono le escursioni più emozionanti alla scoperta del monte Pollino e della Serra Dolcedorme, la cima più alta, o anche verso il valico della Grande Porta del Pollino, così denominata perché rappresenta una terrazza panoramica naturale.

Qui si trova uno dei più antichi esemplari di pini loricati, simboli del Parco, per tutti “Zì Peppe”. La specie arborea dal tronco sinuoso popola fortemente anche la Serra del Crispo, nota anche come Giardino degli Dei, raggiungibile ancora da Colle Impisio in circa tre ore e mezzo di cammino.

Archeologia

In diversi punti del territorio di Viggianello sono stati condotti scavi archeologici che hanno portato alla luce interessanti reperti.

Alle località Spidarea e Valle Laura appartengono numerosi cocci di anfore, vasi a figure rosse e piatti, ma anche armature e mura.

Sul colle Serra ancora oggi si incrociano antichi percorsi viari che conducevano in Calabria e nella Valle del Sinni utilizzati da importanti personaggi storici nei loro spostamenti. Ciò a dimostrazione del fatto che durante la dominazione greca, lucana e romana la popolazione si è concentrata in nuclei abitativi ai piedi degli attuali insediamenti di Viggianello e Pedali, in prossimità dei corsi d'acqua che scaricano nel Mercure-Lao.

www.comune.viggianello.pz.it

www.parcopollino.gov.it

www.borghitalia.it

Sciare a Viggianello

Sciare in Basilicata

Approfondisci il culto della Madonna del Carmelo di Viggianello sul Pollino su Basilicata Sacra

Approfondisci il Carnevale e il Rito Arboreo di Viggianello su Miti e Riti di Basilicata

 


Val D'Agri - Viggiano

Viggiano

Città di Maria, dell’arpa e della musica, Viggiano è un bel paese che domina la verde Valle dell’Agri e rientra nel Parco Nazionale dell’Appennino Lucano Val D’Agri Lagonegrese.

Il suo centro storico per i vicoli lungo i quali si incrociano caratteristici portali decorati da bassorilievi raffiguranti violini o arpe, mentre sul punto più alto del paese si erge il suggestivo santuario della Madonna Nera di Viggiano, Patrona della Basilicata, ogni anno meta di pellegrinaggio da parte di fedeli provenienti da ogni parte della regione e da quelle limitrofe.

Ma il territorio è molto frequentato anche in inverno, quando intense nevicate imbiancano la Montagna Grande di Viggiano (1410 metri), dove si trova una delle stazioni sciistiche più frequentate della regione.

La storia

La comunità di Viggiano in origine sorgeva a valle, non molto distante dalla colonia romana di Grumentum, con il conseguente abbandono del sito in seguito alla distruzione dello stesso castrum romanum.

La presenza di monaci italo-greci e basiliani, sfuggiti alla furia distruttrice dei saraceni, favorisce la rinascita di oratori e chiese, la fondazione di monasteri e il risanamento di terreni prima inaccessibili, rappresentando un punto di riferimento per le popolazioni locali.

A Viggiano si alternano diverse popolazioni, in particolare con il dominio dei normanni le torri fortificate costruite sul punto più alto dell’abitato dai goti e longobardi, vengono strutturate in un complesso unico identificabile nel castello.

Viggiano subisce anche la presenza degli angioini e degli aragonesi sotto cui conosce momenti di prosperità affermandosi come uno dei centri più popolosi della Val d'Agri. In seguito all'Unità d'Italia, anche Viggiano conosce l'esplosione del brigantaggio postunitario, con la banda del brigante viggianese Giuseppe Miglionico detto Scopettiello.

Il patrimonio culturale

Viggiano è un luogo mistico e noto innanzitutto per essere il paese della Patrona e Regina della Basilicata, la Madonna Nera, ogni anno protagonista di un pellegrinaggio molto sentito, ma anche altri aspetti valgono la ragione di visitarlo.

Lungo il centro storico, i portali decorati da bassorilievi raffiguranti violini e arpe rimandano ai secoli XVII e XVIII secolo, quando il paese era tra i più in vista in Basilicata per l'artigianato del legno, in particolare per la costruzione di arpe e di altri strumenti musicali.

Quell’arte è diffusa ancora oggi grazie alla maestria e dedizione di artigiani locali che producono i preziosi strumenti musicali, anche perché in paese la passione per l’arpa ha portato all’istituzione della scuola di Arpa Viggianese. Sul punto più alto di Viggiano è possibile ammirare anche i resti del castello feudale costruito prima del 1239, ma rimaneggiato in epoca angioina.

Quel che resta sono solo alcuni tratti delle mura e parti significative delle torri angolari. A Viggiano sono presenti diversi e originali luoghi di cultura come il Museo delle Tradizioni locali e il Museo del Lupo, entrambi raccontano uno spaccato della cultura, delle tradizioni e della natura del posto.

IL MUSEO DELLE TRADIZIONI LOCALI DI VIGGIANO

Non un comune museo, ma uno spazio che guarda al passato avvalendosi delle innovative tecnologie del presente.

Al piano terra del quattrocentesco convento di Santa Maria del Gesù, il MuVIG apre le sue porte a curiosi, nostalgici o amanti della cultura popolare. Oltre alla classica visita guidata, le sette sale espositive (bottega del falegname; bottega del calzolaio; bottega del fabbro; camera da letto; cucina; deposito degli attrezzi agricoli; locale per la caseificazione) si prestano alla cosiddetta “realtà aumentata”.

Basta inquadrare con uno smartphone o un tablet uno dei tanti segnali grafici sparsi in ogni sala e, improvvisamente, video o immagini forniranno maggiori informazioni in merito all’utilizzo o al significato degli oltre trecento oggetti esposti.

IL MUSEO DEL LUPO DI VIGGIANO

È il primo museo dedicato a questo mammifero in Basilicata, ma è soprattutto un originale allestimento adatto alle scolaresche per consentire ai più piccoli di scoprire tutto quello che si deve sapere sul lupo!

La sola posizione fa del Museo del Lupo di Viggiano un luogo di straordinaria suggestione, immerso com’è in una splendida faggeta, d’inverno resa ancor più affascinante dalla neve.

All’interno il visitatore è guidato alla scoperta di magnifici esemplari imbalsamati di Lupo e di altre specie animali come l’Aquila reale, il Tasso e altri Mustelidi, per poi partire alla volta di entusiasmanti escursioni.

I sapori

Specialità appetitose sfilano sulla tavola viggianese, tutte della tradizione locale, come in gran parte della cucina lucana.

Tra i primi piatti non si può rinunciare ai “cazun”, ravioli di ricotta conditi con il sugo di pomodoro, o i “Ferricelli o trighidd'”, conditi con mollica di pane e noci o con sughi di carne insaporiti da ottimo formaggio pecorino, peperoncino o rafano.

Buona anche la selezione di formaggi secchi o stagionati e quella di salumi locali. Molto diffuse sono anche le “Zepp'l”, crespelle condite con miele o i panzerotti di castagne. Non si può rinunciare ad impreziosire i banchetti con nettare lucano, meglio se vino DOC "Terre Alta Val d'Agri".

Natura e Parchi

Viggiano si raggiunge attraversando radure e affascinanti punti panoramici caratteristici della Val D’Agri, l’area in cui sorge, nel cuore del Parco Nazionale dell’Appennino Lucano Val D’Agri Lagonegrese, il più giovani dei parchi nazionali.

Questo spazio del territorio lucano è uno dei più belli e si presenta come uno splendido affresco in cui spiccano colori intensi in cui ricadono borghi ricchi di storia e cultura, valori sacri e natura.

Un territorio cangiante quello della Valle dell’Agri, dove ad imponenti montagne, scendendo verso valle, cedono il passo dolci colline, a loro volta alternate a fertili pianure, campi e boschi dalle tonalità intense, habitat ideale di numerose specie animali e vegetali. In questa cornice Viggiano è adagiato lungo i fianchi scoscesi di due speroni rocciosi, circondato da verde e spazi incontaminati dove diverse sgorgano sorgenti.

A pochi chilometri dal paese si può raggiungere l’area archeologica di Grumentum e il museo della Val D’Agri, nei pressi dell’altrettanto importante e affascinante Lago del Pertusillo, un immenso invaso artificiale a sbarramento del fiume Agri. Non molto distante da Viggiano si può raggiungere, inoltre, la Riserva Regionale dell’Abetina di Laurenzana, tra boschi di magnifici esemplari di abete bianco e diverse specie animali.

Il patrimonio religioso

Viggiano è la città di Maria, per il culto in onore della Madonna Nera, proclamata Patrona e Regina della Basilicata da Papa Giovanni Paolo II, la cui statua è custodita tutto all’interno della chiesa madre, mentre da maggio a settembre essa dimora nello splendido santuario del Sacro Monte.

Dalla chiesa madre di Santa Maria alle Mura, detta anche antica chiesa del Deposito, cui si accede attraverso una doppia rampa di scale, a maggio parte il pellegrinaggio che ogni anno raduna un gran numero di fedeli da ogni parte della regione alla volta del santuario sul Sacro Monte di Viggiano, meta, per tutta l’estate, della statua bronzea della Madonna Nera.

Un momento di culto mistico e intenso per i viggianesi e i lucani che venerano con estrema devozione la loro santa Patrona e Protettrice. Nella periferia del paese si erge il quattrocentesco Convento Francescano, che nella parte sottostante ospita un Museo delle Tradizioni Popolari. Nella chiesa conventuale è conservato un pregevole coro ligneo settecentesco.

L’ultima tappa di un percorso nei luoghi spirituali di Viggiano può essere concluso nella cinquecentesca chiesa di San Benedetto, lungo la strada ai piedi del castello, con facciata semplice e un portale in legno, timpano triangolare e una coppia di finestre simmetriche e circolari.

LA CHIESA MADRE DI SANTA MARIA ALLE MURA

Vi si accede attraverso una doppia rampa di scale e una volta all’interno si percepisce il ruolo spirituale che per l’intera comunità viggianese e lucana ha la Madonna Nera.

Basilica Pontificia dal 1956, la chiesa è stata distrutta dal terremoto del 1673 e ricostruita in stile tardo barocco, assumendo l’attuale aspetto, nel 1735. La semplicità della sua facciata enfatizza la bellezza e la sontuosità dell'interno, cui si accede attraverso un prezioso portale con fregi.

Il portone in bronzo e oro zecchino è stato realizzato di recente dallo scultore lucano Mario Santoro e “racconta” al visitatore gli episodi salienti della storia della chiesa, fino all’incoronazione ad opera di Giovanni Paolo II nell'aprile del 1991. Proprio sulla parete dell'abside, nella nicchia centrale, domina il trono ligneo in oro zecchino che conserva la duecentesca statua della Vergine del Sacro Monte.

Non sfugge allo sguardo lo splendido soffitto a cassettoni intarsiato di oro zecchino e stucchi risalente al 1854, mentre ai lati dell’ingresso si distinguono due bassorilievi cinquecenteschi in marmo attribuiti a Iacopo della Pila, raffiguranti la Madonna con Bambino e San Giovanni evangelista e numerosi quadri di pittori lucani del Settecento.

Sulle pareti laterali poggiano due sontuosi altari in stile barocco, l’uno dedicato al Sacro Cuore, l'altro alle Sacre Reliquie.

IL SANTUARIO DEL SACRO MONTE DI VIGGIANO

Dei dodici chilometri che separano il tempio sacro dal paese, due possono essere percorsi unicamente a piedi, e proprio in questo principio profondo è radicata la devozione verso la Madonna Nera di Viggiano.

Proclamata Regina e Patrona della Basilicata da Papa Giovanni Paolo II, la Madonna Nera di Viggiano è protagonista indiscussa del culto più sentito e importante in terra lucana, rappresentato da una suggestiva processione che si ripete in suo onore in due distinti momenti dell’anno.

Al ritmo di preghiere e canti popolari, la prima domenica di maggio, la Vergine Maria è condotta a spalla dai fedeli che, dalla chiesa madre, portano la statua fino al santuario del Sacro Monte di Viggiano, percorrendo un sentiero selciato piuttosto ripido. Un viaggio a ritroso si ripete la prima domenica di settembre, quando la regale statua della Madonna Nera fa ritorno nel centro abitato.

Secondo un’antica leggenda il santuario sorge nel XIV secolo proprio nel luogo in cui è stata rinvenuta la statua della Madonna Nera, presumibilmente venerata sin dal principio del Cristianesimo nell'antica città di Grumentum finché non viene distrutta dai Saraceni, ragione per cui il simulacro sarebbe stato nascosto in una buca, ancora oggi visibile alle spalle dell'altare maggiore. Il Santuario è aperto tutti i giorni dall'alba al tramonto.

Sport

L’area della Val D’Agri, in cui ricade il mistico comune di Viggiano, è dotata di comprensori sciistici in grado di fornire ogni confort e divertimento agli appassionati di sport sulla neve.

Tra i suoi pittoreschi paesaggi il Parco Nazionale dell’Appennino Lucano Val D’Agri Lagonegrese ospita diverse stazioni sciistiche, come quella della Montagna Grande di Viggiano, lungo la strada che dal centro abitato conduce al santuario del Sacro Monte della Madonna Nera, Patrona della Basilicata, e a poca distanza dalla Fontana dei Pastori.

Due piste sono servite da due sciovie di diversa lunghezza, mentre un’altra pista ricade in un campo scuola attrezzato con una manovia e un anello di fondo, un tracciato di 3 chilometri che si sviluppa nel bosco di faggi a valle delle piste di sci alpino, dove ci sono tracciati ideali anche per il nordic walking ed escursioni con le ciaspole.

A rendere particolarmente suggestivi i percorsi degli sciatori che scelgono quest’area per le proprie performance sportive sono le immense faggete dotate di un impianto di illuminazione artificiale che consente di sciare anche dopo il tramonto rendendo più romantico il percorso.

Molto apprezzata è anche la stazione sciistica del Monte Volturino (1865 metri), una delle vette più alte del parco. Gli amanti dello sci possono scegliere tra la pista rossa, quella principale, che si snoda lungo le pendici della montagna tra boschi e sentieri, la pista nera, adatta ai più esperti, e la pista blu, per i principianti. Le tre piste sono servite da una seggiovia biposto e da uno skilift.  Da diversi anni è in funzione anche un anello per lo sci di fondo.

Outdoor

Nello splendido Parco Nazionale dell’Appennino Lucano Val D’Agri Lagonegrese, in cui ricade il comune di Viggiano, si possono svolgere varie attività all’aria aperta.

Trekking e cicloturismo, ma anche pesca sportiva e canottaggio sono le possibilità offerte dall’area del Parco Nazionale dell’Appennino Lucano Val D’Agri Lagonegrese al turista amante della natura, ma anche a chi desideri scoprire in modo innovativo il prezioso patrimonio archeologico, come il Parco Archeologico di Grumentum.

Spingendosi fino al Lago del Pertusillo, un invaso artificiale a sbarramento del fiume Agri, ci si ritrova in una imperdibile oasi per gli amanti del Birdwatching, tra folaghe e germani reali, mentre alcuni punti del lago danno buone soddisfazioni agli appassionati di pesca sportiva.

La diga, che ha certamente avuto un notevole impatto ambientale, ha comunque preservato la natura del Parco su cui essa insiste circondata da fitti castagneti e faggeti attraverso cui i visitatori possono fare appassionanti passeggiate fino a raggiungere le sponde del lago. I sentieri aperti nei borghi circostanti ben si prestano per gli amanti di mountain bike che vogliano inoltrarsi in percorsi avventurosi e unici.

Nel territorio di Viggiano si trova anche la Piana di Bonocore, un pianoro posto all'inizio del percorso pedonale che porta al Santuario della Madonna di Viggiano, con un'area attrezzata per i picnic e fornita di una fontana d'acqua potabile e di un parcheggio da cui si diparte un sentiero che conduce a Viggiano attraverso un percorso alternativo del tutto immerso nei boschi.

Archeologia

Nel territorio della vicina Grumentum, il Museo Archeologico dell'Alta Val D'Agri illustra la storia della città romana e dell'Alta Val d'Agri.

Negli ultimi anni l'offerta culturale si è arricchita con l’esposizione dei nuovi materiali provenienti dalle campagne di scavo legate ai lavori di estrazione petrolifera e da quelle relative alle concessioni di scavo nell’area urbana di Grumentum (Terme Imperiali e Foro).

All’ingresso si può ammirare una mostra temporanea che espone i risultati delle campagne di scavo condotte dal 2006 nel sito di Barricelle di Marsicovetere, che ha restituito i resti della villa romana appartenuta all’importante famiglia dei Bruttii Praesentes.

Cinema

Il pellegrinaggio in onore della Madonna Nera è raccontato anche nel film di Rocco Papaleo, Basilicata coast to coast, in cui l’attore lucano interpreta il ruolo di un insegnante che insieme a tre amici, Alessandro Gassman, Paolo Briguglia e Max Gazzé, affrontano un viaggio singolare dalla costa tirrenica alla costa ionica.

Nel suo primo film da regista, dedicato proprio alla sua terra, Papaleo ha scelto di testimoniare uno dei momenti di più intimità spiritualità del popolo lucano, quello del pellegrinaggio in onore della Santa Patrona e Regina della Basilicata.

La scena vede come protagonista Alessandro Gassmann, incuriosito dai canti e dal corteo che dal Sacro Monte scende fino in paese, portando in spalla la statua bronzea della Madonna Nera. Un rito che si ripete ogni anno.

Al ritmo di preghiere e canti popolari, infatti, la prima domenica di maggio, la Vergine Maria i fedeli da Viggiano portano la statua fino al Santuario del Sacro Monte. Un viaggio a ritroso si ripete la prima domenica di settembre, quando il regale simulacro in stile bizantino della Madonna Nera fa ritorno nel centro abitato.

www.comune.viggiano.pz.it

www.archeobasilicata.beniculturali.it

www.parcoappenninolucano.it

www.aceaviggiano.it

www.prolocoviggiano.it

www.ceamoliterno.com

www.arpaviggianese.it

visionisonore.basilicataturistica.it

www.sciareinbasilicata.it

Sciare in Basilicata

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Oppido Lucano

Oppido Lucano è uno scrigno di preziosi tesori religiosi, archeologici e naturali, venuti alla luce nel corso di interessanti scavi archeologici.

Un paese dalle origini antiche, “raccontate” dai numerosi reperti appartenuti ad una necropoli risalente a VI e IV secolo a. C., rinvenuti sul monte Montrone e custoditi presso il Museo Archeologico Provinciale di Potenza

Nel suo gradevole contesto ambientale, composto da una serie di colline alternate a valli, è custodito uno dei gioielli storico-artistici di Oppido, rappresentato dal meraviglioso ciclo di affreschi rinascimentali, i quali decorano la splendida chiesa rupestre di Sant’Antonio.

La storia

Reperti archeologici e avvenimenti storici illustrano l’interessante e antica storia di Oppido Lucano, che già nell’origine della sua denominazione, dal latino “oppidum”, “luogo fortificato”, conserva una certa solennità.

Il suo feudo è appartenuto alla contea di Balvano e in età normanna, cui si fa risalire proprio l’origine del nome, tra il 1041 e il 1085, viene assegnato da Carlo d’Angiò a Pietro Soumerose. Diverse figure si sono alternate nel dominio: da Roberto de Drois a Pietro de Glaix, fino agli Angioini, ai principi Durazzo e, durante il regno di Giovanna II, il feudo è passatolla famiglia Zurlo. Dal 1426 al 1730 Oppido è nel potere della famiglia Orsini, per poi essere detenuto dai De Marinis fino al 1806.

Il patrimonio culturale

A dominare la scena nel centro storico dalle origini medioevali, ancora oggi evidenti, sono i ruderi del castello, all’epoca denominato anche "Magnum Castrum".

Antichi portali di palazzi nobiliari, caratteristiche scalinate e luoghi di culto sono gli altri aspetti architettonici che stuzzicano la curiosità del visitatore di Oppido Lucano.

Costruito tra il 1047 e il 1051, della sua originaria struttura il castello conserva il portale d’ingresso sormontato dallo stemma degli Orsini.

Quella che un tempo è stata una strada extra moenia di Oppido Lucano, oggi nota come scalinata "Trecedde", è la location dell’itinerario “La via dei canti”, fatto di spettacoli itineranti e multimediali, costruito sulle pietre del percorso della transumanza, laddove un tempo si udiva il passo dei contadini e degli animali di ritorno dal lavoro nei campi.

Non lontano, si può ammirare la fontana di Pezzédde, anticamente luogo di incontro delle donne del paese che vi si recavano per fare il bucato, la stanchezza non può prendere il sopravvento prima di aver fatto visita alla splendida chiesa rupestre di Sant'Antonio, custode di preziosi affreschi.

A Oppido, inoltre, ci si può sentire idealmente parte della vita quotidiana e lavorativa del passato all’interno del Museo Etnografico dell'Utensileria contadina e artigiana di un tempo, che si compone di oggetti e attrezzi utilizzati nelle attività della comunità dedita ad agricoltura, pastorizia e artigianato. Suggestiva è anche la fedele riproduzione della casa contadina di un tempo, costituita da una sola stanza in cui si concentravano cucina, camera da letto e, spesso, anche da una stalla.

I sapori

L’ottimo vino Aglianico del Vulture Doc fa da collante ai sapori e ai profumi della imperdibile cucina di Oppido Lucano, in cui predominano pasta fatta in casa, formaggi, salumi, verdure e dolci tradizionali.

Fiore all’occhiello sono proprio il fragrante e gustoso pane insieme alla pasta dalle più svariate forme: maccheroni a uno, a due o a otto dita, in questo caso da queste parti denominata “a fascenedde”, poi le orecchiette, gli stivaletti, le lagane e i vermicelli.

A nobilitare queste tipicità sono i condimenti a scelta in base alle forme, dal sugo alle verdure ai legumi. Molto buoni anche i secondi piatti per lo più di carne: capretto o agnello alla brace, il “cutturiedd”, che deriva dall’antica tradizionale pastorale. Squisiti anche i formaggi e salumi: pecorini, provoloni, caciocavalli, trecce, scamorze, ricotte, manteche da accostare a salsiccia, soppressata e capocollo di maiale.

Prima di alzarsi da tavola si consiglia di provare almeno uno dei dolci tradizionali, come il calzone di ricotta e cannella o i mostaccioli, i biscotti alle mandorle o vin cotto e le pettole.

Natura e Parchi

Il paesaggio che circonda Oppido Lucano è circondato da verdi colline ricoperte di uliveti e fiorenti colture di vite, mandorli e leccio, ma è impreziosito anche da ampie distese di campagna che si diversificano e si differenziano in piccoli poderi.

D’altronde Oppido Lucano è uno degli otto piccoli comuni che ricadono nella affascinante valle dell’Alto Bradano.

Percorrendone ogni tratto si resta totalmente conquistati dallo spettacolo ambientale che va in scena fino al fiume Bradano, fatto di morbide colline incorniciate dalla catena montuosa dell’Appennino lucano.

Questo spettacolo lo scrittore lucano Raffaele Nigro lo ha descritto così: “L’Alto Bradano” potrebbe rendere meglio l’idea di questo angolo di Basilicata: “…Salendo dalle pianure della Puglia, dopo il vestito erboso delle colline dolci del sud si sprigiona un paesaggio arcaico, meno popoloso, una fioritura di colli e cocuzzoli ai quali si aggrappano le strade, le masserie spesso in abbandono e i paesi. Paesi di calce e di pietra che fuggono verso valle in cerca di periferie agevoli ma che restano nonostante gli sforzi della modernità abbarbicati nei nuclei medievali alle parti alte dei monti…”.

Il patrimonio religioso

Suggestioni sacre enfatizzano il valore del patrimonio artistico e culturale di Oppido Lucano dove, dentro e fuori dal paese, svettano edifici di intima bellezza tra affreschi ed elementi di arredo rari.

Risalente al XVII secolo, la chiesa madre dei Santi Pietro e Paolo conserva un bel dipinto del 1600 raffigurante l’Ultima Cena, oltre a interessanti sculture lignee. Vale la pena raggiungere, fuori dall’abitato, anche il convento di Sant’Antonio (1482) per ammirarne lo splendido chiostro affrescato, nel 1558, dal pittore lucano Giovanni Todisco, mentre nell’annessa chiesa sono visibili uno splendido polittico rinascimentale e un trittico, entrambi dipinti su tela da Antonio Stabile, oltre ad un pregevole coro ligneo (XVII sec.) e diverse tele (XVII sec.).

Senza spostarsi di molto, sempre fuori dal paese, in località Pozzella, si può visitare l’intima chiesa rupestre di Sant’Antuono, costruita da monaci basiliani, la quale si erge a ridosso di una collina in tufo. A tre navate, la cappelletta è adornata da due cicli d’affreschi raffiguranti scene dell’Infanzia di Gesù e della sua Passione, probabilmente realizzati tra il 1200 e il 1250 da un ignoto artista locale con influssi bizantini e di scuola artistica spagnola.

Ma lo spettacolo di arte sacra, a Oppido Lucano, si ripete, ancora poco distante l’abitato, in una bella area panoramica denominata Castiglione, all’interno del santuario di Santa Maria del Belvedere. Nell’abside, inserita in una pala d’altare con due angeli che reggono una corona, domina la scultura lignea della Madonna col Bambino (XIV-XV sec.) con influenze umbro-abruzzesi.

Il sacro a Oppido Lucano si traduce nella Sacra Rappresentazione del Venerdì Santo nel corso della quale si respirano sensazioni mistiche in occasione della manifestazione storica che mette in scena le ultime fasi della vita di Cristo.

Archeologia

Il glorioso passato di Oppido Lucano è riemerso grazie agli scavi archeologici condotti sul territorio nel corso degli anni, i quali hanno riportato alla luce tracce di vite e mondi ancora oggi vivi nel ricordo e nella storia del paese.

All’interno di un’antica tomba, sul monte Montrone, è stata trovata (1790) la Tabula Bantina, il più importante reperto in lingua osca, ma con caratteri latini, propria di una popolazione indo-europea dell'Italia antica vissuta in Campania e in parte della Basilicata intorno all'VIII secolo a.C.

Si tratta di una lastra in bronzo divisa in tre pezzi e in alcuni frammenti, databile tra il 150 a.C. e il 100 a.C., con incisioni grafiche su ambedue le facciate. Su una parte di essa è visibile lo statuto bantino, una legge municipale dell'antica città di Bantia (l'attuale Banzi). Alcuni di questi straordinari frammenti sono conservati tra i Musei Archeologici Nazionali di Napoli e Venosa.

Due Ville romane arricchiscono il patrimonio archeologico del piccolo paese del Vulture Alto Bradano, quella di San Gilio (I secolo A.C. – VII secolo D.C.), nel 2010 segnalata dal World Monuments Fund, (World Monuments Fund) e quella di Masseria Ciccotti (I secolo A.C. – III secolo D.C.), di particolare pregio per la presenza del complesso musivo, con raffigurazioni del Tempo Assoluto e delle Stagioni.

www.comune.oppidolucano.net

www.galvulturealtobradano.it

 

 


Trivigno Natale 2017

Trivigno

Trivigno è il paese dei “falò” in onore di Sant’Antonio Abate, un evento che ogni anno a gennaio avvolge il piccolo centro di un’atmosfera intima e calda allo stesso tempo, nelle più fredde sere dell’inverno lucano.

Il borghetto di fondazione medioevale sorge in posizione dominante sulla valle del Basento ed è circondato da un paesaggio ammaliante.

Diverse chiese ne costituiscono il patrimonio artistico, culturale e religioso, tra queste numerose sono rupestri come lo splendido tempietto che si può ammirare in contrada San Leo dedicato a Santa Maria e di origini benedettine, risalente ai primi decenni del Trecento.

La storia

È vero che non esistono notizie certe rispetto alle sue origini, ma si può affermare che nel XII secolo è stato feudo di Guglielmo Monaco e nel 1265, in seguito alla rivolta ghibellina, è casale di Albano.

Nel corso del XIV secolo Trivigno rimane disabitato per un lungo periodo, mentre nel XVI secolo, durante la dominazione angioina, il feudo viene ceduto al conte di Potenza, Antonio De Guevara, che lo possiede fino al 1569, finché passa a Giacomo Cosso. Nel 1595 Trivigno vive una fase di ripopolamento, quando vi si stabiliscono i Carafa.

Nel 1861 Trivigno viene saccheggiato dalla banda del brigante lucano Carmine Crocco.

Il patrimonio culturale

Nel centro storico di Trivigno svettano diversi palazzi storici le cui facciate sono impreziosite da portali in pietra locale a sua volta decorata con motivi ornamentali seicenteschi.

Tra le architetture più interessanti si possono ammirare i Palazzo Russo, Brindisi e Coronati.

I sapori

I piatti della tradizione trivignese sono quelli tipici della cucina lucana, con rivisitazioni di ricette che propongono, comunque, prodotti di derivazione contadina.

Tra le portate più apprezzate si distinguono quelle a base di pasta di casa preparate dalle sapienti mani delle donne del paese e spesso condita con sughi a base di carne o legumi.

I secondi piatti più diffusi propongono gustosa carne di agnello o capretto alla brace da accompagnare con conserve preparate sul posto e consistenti in sfiziose verdure locali.

Imperdibili sono anche i saporiti salumi e i formaggi.

Natura e Parchi

A non molti chilometri da Trivigno si può visitare il Parco Regionale di Gallipoli Cognato e Piccole Dolomiti Lucane, meta ideale per gli amanti di escursioni a piedi, a cavallo e in bicicletta.

Il Parco, che comprende la foresta di Gallipoli Cognato e il bosco di Montepiano, si estende per oltre 27 mila ettari di incontaminata bellezza paesaggistica dall’importante valore naturalistico, storico ed etno-antropologico.

Attraversato da imponenti esemplari di cerro, odorosi tigli, peri e meli selvatici, aceri, ontani e il raro agrifoglio è anche popolato da lupi, tassi, istrici e gatti selvaggi, oltre a volatali che non è raro avvistare in violo.

Da un punto di vista naturalistico è particolarmente interessante anche il Lago di Ponte Fontanelle, meglio noto come Diga della Camastra, incastonato nella vallata tra i comuni di Trivigno, Anzi, Albano di Lucania e Laurenzana. Un suggestivo lago artificiale lago scelto dagli appassionati per la pratica della pesca di diverse specie dalle trote, carpe e persici reali.

Il patrimonio religioso

Il valore storico artistico delle chiese di Trivigno offre un interessante spunto per visitarle e apprezzarne ogni peculiarità.

Tra tutte merita di essere ammirata la chiesa madre di San Pietro Apostolo.

Pregiato è il suo cinquecentesco portale in pietra, decorato da foglie di acanto a rilievo e con, sull’architrave, una decorazione a triglifi con le chiavi e la mitra, simboli di San Pietro.

All’intenro la chiesa conserva un altare barocco con decorazioni in ferro battuto e un organo con cantoria in legno intagliato dipinto del XVIII secolo. Degne di nota sono anche la chiesa di San Rocco, la cappella di Sant'Antonio, la chiesa della Madonna del Carmine, dal bellissimo soffitto dipinto nel XVIII secolo da un autore ignoto.

Nel territorio sono sparse anche parecchie chiese rupestri, come quella di Santa Maria, in contrada San Leo, di origini origini benedettine e risalente ai primi decenni del Trecento. Di essa restano solo i ruderi dell’abside, del piccolo coro e delle strutture murarie delle navate laterali.

www.comunetrivigno.gov.it

www.parcogallipolicognato.it

 


Vaglio Basilicata

Il borgo medioevale di Vaglio Basilicata, in provincia di Potenza, fa bella mostra di sé alle pendici sud orientali di Serra San Bernardo, sul rilievo del Monte Cenapora.

Fil rouge della storia e della cultura di questo originale paesino della Basilicata, a partire dalla sua forma ellittica che ne evidenza l’origine alto-medioevale, è senz’altro l’archeologia, dal momento che numerosi scavi portati avanti nel tempo hanno portato alla luce preziose testimonianze di insediamenti e luoghi sacri.

Il territorio di Vaglio accoglie infatti le due importanti aree archeologiche di Serra, il cui pianoro nella seconda metà dell'VIII secolo a.C. venne occupato dai Peuketiantes, e Rossano, sede del santuario dedicato alla dea Mefitis.

A contraddistinguere il simpatico comune di Vaglio, oltre all’archeologia, concorrono la cucina tipica locale e le coinvolgenti tradizioni popolari.

La storia

La storia di Vaglio Basilicata emerge dalle aree archeologiche che impreziosiscono il suo territorio e testimoniano la presenza di insediamenti e comunità risalenti fin dall’Età del Bronzo.

Già alla metà del VI millennio a. C., quello che è l’odierno territorio del comune di Vaglio vanta antiche  testimonianze archeologiche che provengono dalla località Ciscarella. Proprio su questo sito sono stati individuati insediamenti umani che rinviano all'Età del Bronzo Medio.

In località Rossano di Vaglio è stato rinvenuto il Santuario della dea Mefite, importante luogo di culto ristrutturato nel II secolo a.C. a testimonianza della presenza romana nel territorio, rimanendo attivo fino alla prima metà del I secolo d.C. Un’importante spaccato della storia di Vaglio coincide con l’anno 1268, quando Vaglio, per l’alleanza stretta con gli Svevi, viene distrutta dagli Angioini.

Diverse famiglie si sono contese e hanno ottenuto il feudo della cittadina: nel 1582 gli Spinelli, quindi Alfonso Salazar, poi il figlio Andrea, infine il nipote Francisco. Nel 1632 il paese viene acquistato da Gian Battista Massa, conte di Ventimiglia, cedendolo come dote alla figlia Gabriella che diviene moglie di Francesco IV, conte di Laurenzana, in provincia di Potenza.

Altra fase determinante per il passato del paese coincide con il 1861, periodo del Brigantaggio. Esattamente il 15 novembre, il brigante lucano Carmine Crocco, nato a Rionero, e il generale José Borjès attaccano Vaglio e vi stabiliscono i loro accampamenti, subendo però, infliggendo violenti assaliti e infliggendone, di contro, altrettanti.

Il patrimonio culturale

Il borgo di Vaglio Basilicata ha una originale forma ellittica lungo cui si sviluppa l’impianto urbano, su tre strade lastricate in pietra arenaria locale.

Una volta qui il visitatore vive in pieno l’origine medioevale del centro antico in cui può addentrarsi percorrendo la principale Via Roma (Via di Sopra), o Via Vergara (Via di Mezzo) e Via Buonarroti (Via di Sotto). I tre assi storici sono collegati tra loro da stretti vicoli che, sormontati da strutture ad arco, si presentano come stradine scalettate attraverso le quali si accede al nucleo antico dalle strade esterne al perimetro della cinta muraria.

Il centro storico di Vaglio è accessibile varcando le due storiche porte di ingresso al paese: la “Porta Vecchia”, con arco a tutto sesto e “U' Spurt”, la porta fortificata in pietra arenaria incorporata al palazzo Baronale. Nella piazza del paese si trova una bellissima fontana del 1800, mentre nelle vicinanze è situato l’ex Convento di Sant’Antonio di epoca rinascimentale, dal bellissimo portale.

Da non perdere a Vaglio Basilicata è il Museo della Civiltà Rurale che custodisce centinaia di oggetti appartenuti al periodo compreso tra 1850 e 1960, frutto della ricerca tra la popolazione locale o dono da parte degli stessi cittadini.

IL MUSEO DELLA CIVILITA’ RURALE

L’allestimento comprende circa 600 elementi appartenuti al contesto rurale di Vaglio Basilicata nel periodo compreso tra 1850 e 1960.

Visitare questo luogo è come entrare in un tempo ormai andato, quasi rivivendolo, tra gli attrezzi da lavoro degli antichi mestieri - come il calzolaio, il fabbro, il falegname, l’ebanista, il muratore, il cestaio e il barilaio – e abiti femminili e maschili dell’epoca.

Il viaggio a ritroso nel passato è agevolato dalla meticolosa classificazione cui è stato sottoposto ogni utensile, fino all’indicazione del nome in lingua italiana e in dialetto vagliese. Particolarmente suggestivo è lo spazio in cui è stato riprodotto il tipico ambiente di una abitazione rurale, quasi fino a sentirne i profumi, i suoni e viverne l’atmosfera.

I sapori

A Vaglio Basilicata il banchetto è un culto da cui non si può prescindere…

Pane, pasta, formaggi, salumi, verdure e ortaggi, vino, dolci tradizionali. Tanti e gustosi i prodotti tipici di Vaglio, tra i quali predominano le varietà di pasta fatta in casa e il buon pane, i secondi piatti di carne, per lo più capretto o agnello di latte alla brace, ma anche ottimi formaggi, dal pecorino, ai provoloni fino a trecce, scamorze e ricotte.

Stuzzicanti sono anche i salumi, come salsiccia, soppressata e capocollo. Gli squisiti prodotti tipici di Vaglio, i piatti e le prelibatezze della cucina locale sono protagonisti dello storico percorso enogastronomico e storico culturale che va in scena ogni anno ad agosto lungo l’intero borgo medioevale.

Il patrimonio religioso

Passeggiando lungo il borgo di Vaglio Basilicata, e nelle immediate vicinanze dello stesso, si possono ammirare diverse architetture dal fascino indiscutibile.

All’interno del centro antico, lungo via Roma, nota anche come via di Sopra, ci si imbatte nella chiesa madre di san Pietro Apostolo (XV-XVI secolo) e in quella di San Giuseppe (XVI sec.). Di particolare interesse sono anche altri luoghi di culto, come le chiese di san Donato, detta anche di santa Maria di Nazareth (XI-XIII sec.) e quella di Santa Maria del Carmine (XV sec.), a una navata centrale con abside e da una laterale destra, e un bel portale con arco a tutto sesto (XVIII sec).

Di interesse sono anche il convento di Sant’Antonio (XVI sec.), con uno splendido affresco di Geronimo Todisco (1618) che si nota proprio all’ingresso, raffigurante la Madonna, Sant’Anna e il Bambino Gesù. Interessanti sono anche le chiese dell’Annunziata (XIV sec.) e del Calvario (XIX sec.).

LA CHIESA DI SAN PIETRO APOSTOLO

Fondata tra il XV e XVI secolo, la bella chiesa sorge sul punto più alto del paese, lungo via Roma, sul sito di una preesistente fortezza normanna.

Un bel campanile affianca l’imponente struttura, la cui austerità è esaltata dalla lavorazione in pietra della facciata. Molto bello il portale settecentesco decorato dalle raffigurazioni dei Santi Pietro e Paolo e con, sulla sommità, lo stemma del paese di Vaglio che ritrae Ercole armato di clava e seduto su un leone.

A tre navate e a forma quadrata, con corporatura a cupola, una volta all’interno della chiesa si respira subito un’atmosfera di intensa spiritualità certamente accresciuta dalla predominanza della lavorazione in pietra nuda locale. A conferire particolare fascino al tempio sacro è la particolarità delle colonne inclinate, mentre la sua antichità trova conferma nella rappresentazione di una croce templare su una di esse.

Altari lignei e marmorei abbelliscono la chiesa, oltre a interessanti e numerose sculture (XVIII e XIX sec.) e tele di pregevole fattura, come La Sacra Famiglia e La Madonna del Rosario attribuite ad Antonio Stabile.

Di interesse sono anche il settecentesco organo a canne e la cantoria in legno scolpito, dipinto e dorato, (XVIII sec.), mentre alle spalle dell’altare maggiore si trova uno splendido coro ligneo, decorato da tavole intagliate in cui sono raffigurate scene di caccia, flora e fauna. Sotto l’altare maggiore è custodito il di San Faustino Martire, Patrono del paese, celebrato il 20 maggio.

LA CHIESA DI SAN DONATO

Eretta tra XI e XIII secolo d.C. la chiesa è dedicata anche a santa Maria di Nazareth perché dipendente (1257) dall’omonima chiesa di Barletta secolo.

La lavorazione in pietra, che comprende anche un piccolo campanile a vela e due splendidi absidi, rende la chiesa di san Donato davvero molto suggestiva, come il racconto legato alla sua doppia denominazione: di santa Maria di Nazareth, in riferimento agli arcivescovi di Nazareth che, scappati dalla Galilea, si rifugiarono a Barletta, trovando il loro punto di ritrovo nella chiesa di santa Maria di Nazareth, da cui dipendeva anche l’omonima chiesa di Vaglio.

L’aula interna è a due piccole navate affiancate e divise da un unico arco, ciascuno decorato da una piccola abside semicircolare, cui si accede attraverso due portali simmetrici sormontati da una finestra. Splendido il ciclo di affreschi (XII- XVII sec.) e prezioso l’arredo liturgico, come i due altari lignei (XVIII sec.) e due statue settecentesche, raffiguranti san Donato e la Madonna con il Bambino. Sotto la chiesa si trova un piccolo cimitero con una cripta.

Archeologia

Le più antiche testimonianze archeologiche relative al territorio di Vaglio Basilicata (metà VI millennio a.C.) interessano la località Ciscarella, che presenta anche tracce di antichi insediamenti umani relativi all'Età del Bronzo Medio.

Vaglio Basilicata è uno dei luoghi simbolo delle scoperte archeologiche della Basilicata, in particolare per la presenza di due aree centro di attrazione di studiosi, appassionati, studenti e scolaresche, come i siti di Rossano di Vaglio, dove sorge il santuario dedicato alla dea Mefitis, e di Serra di Vaglio, anche location, in estate, di performance teatrali di grande livello che ripropongono versi di commedie e tragedie della tradizione classica e racconti di grandi scrittori.

Ma dal 2006, il territorio di Vaglio ospita anche il Museo delle Antiche Genti di Lucania che, a scopo didattico, propone ricostruzioni, virtuali e a grandezza naturale, dei principali contesti archeologici con fedeli riproduzioni dei materiali.

L'AREA ARCHEOLOGICA DI ROSSANO DI VAGLIO

Sorge proprio in prossimità di una sorgente, in un paesaggio incontaminato, dopo aver percorso e incrociato numerosi tratturi.

A spiccare, nell’area archeologica di Vaglio Basilicata è il santuario di Rossano, dedicato alla dea Mefitis, risalente al IV secolo a.C. e abbandonato subito dopo la metà del secolo d.C. Si possono ancora ammirare l’altare e i resti del basamento della statua, peraltro mai ritrovata, della dea che dà il nome al santuario.

Molti gli ex-voto rinvenuti, tra i quali si distingue una grande lamina in bronzo che raffigura un'anfitrite che cavalca un delfino, statue bronzee e marmoree, gioielli in oro e argento e statuine in terracotta di animali. Sono inoltre stati riportati alla luce oltre 50 epigrafi, in alfabeto greco, lingua osca e latino, e più di 1000 monete, sottolineano l'importanza e la centralità raggiunte dal santuario fino al momento del suo abbandono, avvenuto subito dopo la metà del I secolo d.C.

LAREA ARCHEOLOGICA DI SERRA DI VAGLIO

Nel sito che domina l'alta valle del Basento, si compie un suggestivo viaggio a ritroso nel tempo, scoprendo insediamenti del popolo dei "Peuketiantes".

La storia del sito di Serra di Vaglio si conclude tragicamente, nei primi decenni del III secolo a.C., in seguito ad un violento incendio. Proprio qui, tra gruppi sparsi di capanne e nuclei di sepoltura, sono emersi i resti di un abitato risalente alla seconda metà dell'VIII secolo a.C., momento in cui i Peuketiantes occupano stabilmente il pianoro di Serra.

Rimanda agli inizi del VI secolo a.C., in località Braida di Serra, l’edificazione di una monumentale residenza di un gruppo aristocratico indigeno e, sempre sullo stesso punto, in seguito agli studi condotti, sono state scoperte nove tombe principesche databili tra fine VI e metà V secolo a.C., appartenute ai “basilei”, re, esponenti delle aristocrazie nord-lucane dei Peuketiantes.

I gioielli più preziosi, oggi custoditi presso il Museo Archeologico Nazionale della Basilicata “Dinu Adamesteanu” di Potenza, sono stati rinvenuti nella sepoltura della “principessa”, una bambina dell’età di sei o sette anni, deposta in posizione fetale. Dalle tombe maschili sono emersi elmi, scudi e spade e gambali. Particolare interesse desta poi la cosiddetta “casa dei pithoi”, riproduzione fedele di un edificio del IV secolo a.C.

IL MUSEO DELLE ANTICHE GENTI DI BASILICATA

Fondato nel 2006, secondo la concezione di “museo diffuso”, il museo di Vaglio integra il percorso nei siti archeologici di Serra e Rossano.

Valorizzando le risorse locali, nell’ottica della più innovativa idea di museo territoriale, il Museo delle Antiche Genti di Lucania espone, a scopo didattico, suggestive ricostruzioni virtuali e a grandezza naturale dei principali contesti archeologici, con fedeli riproduzioni dei materiali, favorendo così una migliore conoscenza del patrimonio culturale.

www.comune.vagliobasilicata.pz.it

www.prolocovagliobasilicata.it

 

 


Trecchina

Trecchina è la “città giardino” e un luogo dalle mille suggestioni per il verde smeraldo dei boschi che ricoprono i suoi alti monti, il profumo dei tigli e l’odore del mare, il Tirreno, così poco distante.

Le bellezze paesaggistiche sono una delle principali risorse di cui si ha totale percezione una volta raggiunta la località "Passo la Colla", dove è situato il belvedere da cui si può ammirare un’incantevole vista sul golfo di Policastro.

Tra i “Borghi Autentici d’Italia” rientra nella cornice di un dolce paesaggio appenninico tipicamente italiano, che oltre alle risorse paesaggistiche si arricchisce di interessanti valori storici, artistici e folkloristici, senza trascurare una delle peculiarità dell’intera regione lucana: le piacevolezze gastronomiche.

In autunno il profumo delle caldarroste pervade il dolce paesino della costa tirrenica riscaldando l’atmosfera in occasione della “Sagra della castagna”.

La storia

Vicende storiche avvincenti hanno attraversato il passato di Trecchina, tanto che si  racconta di come gli abitanti della greca Heraclea Trachinia, per sfuggire all’invasione delle loro città da parte di Serse all’attacco dei i Greci alle Termopili, si siano insediati nel territorio denominandolo, appunto, Trecchina (480 a.C.).

Ma è noto anche che nel IV secolo a.C. i Romani fondano un “castrum” sul territorio e che, intorno alla fine del III secolo a.C., questi stessi luoghi siano stati interessati dalle scorribande di Pirro lungo il fiume Noce. Nel 410 a. C. sarebbe stata poi la volta di Alarico con la costruzione di una roccaforte sullo stesso corso d’acqua, poi distrutto dai Saraceni.

Con i longobardi si assiste alla edificazione di una roccaforte più grande, proprio sul punto il cui oggi sorge il rione castello. Si succederanno quindi le dominazioni di Normanni, Svevi, Angioini,  Aragonesi e Spagnoli e nel XIII secolo è certa la presenza della famiglia degli Aleramici. Curiosa e interessante si è rivelata la presenza di coloni di lingua galloitalica a Trecchina tanto da influire sul dialetto locale.

Il patrimonio culturale

Finestre e loggiati sormontati da archi e balconi abbelliti da gerani si aprono su un dedalo di viuzze e si inerpicano dal vallone fino ai ruderi del cinquecentesco castello baronale di Trecchina, sul punto più alto del paese.

Questa scena quasi fiabesca si presenta agli occhi del visitatore che raggiunge il borgo divenendo protagonista della vita che scorre lieta e movimentata nella centrale Piazza del Popolo, nella zona più nuova di Trecchina e denominata “Piano”.

Nei suoi variopinti giardini, soprattutto in estate, si organizzano eventi di diversa vocazione, come mostre di pittura, artigianato, prodotti tipici e arte contadina, oltre a coinvolgenti spettacoli teatrali e concerti sotto la luna.

Imponenti spiccano, in viale Jequié, i palazzi in stile tardo liberty voluti dagli emigrati in Brasile, tra i quali si possono ammirare l’ex Palazzo Scarpitta e il Palazzo Mainone. Tutti sono caratterizzati da una intensa plasticità e tonalità che restano fortemente impresse in chi le osserva.

Il punto più antico del paese ha invece le sembianze del tipico centro-storico medioevale in cui si concentrano vicoli stretti e caratteristici e sorge proprio intorno al Palazzo Baronale-Castello, tanto da essere denominato “Castello”, di cui sono visibili solo una torre merlata e resti di mura.

I sapori

Morbido, profumato e gustoso è il “Pane di Trecchina”, fiore all’occhiello dei sapori che contraddistinguono la cucina della città tirrenica.

Qui la cucina tradizionale è legata alla genuinità e alla tipicità dei suoi prodotti costituiti in gran parte da pasta fatta in casa condita con sughi di carne, verdura e legumi, e poi da salumi e formaggi. Tutti i sapori sono impreziositi da ottimo vino di produzione locale. Il tutto non può non essere “annaffiato” da vari vini di produzione locale.

Rinomati sono gli antichi dolci di pasta di noci, i gelati e i panzerottini con un delizioso cuore di castagna.

Ad ottobre proprio il profumo della castagna pervade le strade e i vicoletti di Trecchina, annunciando così un nuovo appuntamento con la sagra dedicata al pregiato frutto, tra i prodotti tipici più apprezzati della città tirrenica.

Natura e Parchi

Panoramiche cime montuose insistono nel territorio di Trecchina, dal monte Coccovello (1.505 m), la vetta più alta del versante tirrenico dell'Appennino lucano, al monte Crivo (1.265 m), fino al monte Serra Pollino o Santa Maria (1099 m) e al monte Messina (oltre 1000 m).

E poi affascinanti distese di boschi di castagni che irrompono nei dintorni del paese rappresentano una straordinaria risorsa naturale del territorio trecchinese, oltre che gastronomica per la bontà del noto frutto autunnale, protagonista di una nota sagra che si ripete ogni anno ad ottobre.

Straordinario è poi il paesaggio offerto dal cosiddetto “Giardino Belvedere", un colpo d’occhio sulla splendida valle sottostante dalle tinte fluide e dolcissime che si fondono con l'argento del fiume Noce e le infinite tonalità della vegetazione in cui appaiono incastonati numerosi casolari e villaggi.

Il patrimonio religioso

Merita qualche istante in più la sosta in Piazza del Popolo, il fulcro della vita trecchinese, per una visita da dedicare alla chiesa madre di San Michele Arcangelo, realizzata fra il 1840 e il 1878, anche se il campanile è stato edificato solo all’inizio del ventesimo secolo.

Bellissimo anche all’interno, il tempio presenta un’ampia navata con presbiterio e controsoffitti finemente decorati. Splendido è anche il soffitto dell’abside che, come tutte le pareti, è stato affrescato da Mariano Lanziani (sec. XX) con figure di Profeti, Madonne, Angeli e Santi.

A pochi chilometri dal centro di Trecchina, sulla cima rocciosa di Serra Pollino, svetta il santuario della Madonna del Soccorso (IX sec.), da cui si può ammirare la meravigliosa costa di Maratea, oltre che la valle del Noce e i monti che la circondano.

All'interno si possono apprezzar anche un interessante bassorilievo del XVI secolo con l'immagine della Madonna e una scultura lignea del XIX secolo raffigurante Maria Santissima del Perpetuo Soccorso molto venerata dalla gente del posto cui sono dedicati solenni festeggiamenti nei primi giorni del mese di settembre cui accorrono numerosi pellegrini.

Outdoor

Gli amanti della natura e di avvincenti passeggiate possono intraprendere diversi percorsi nel territorio di Trecchina.

Magari puntando verso il monte Coccovello, che con i suoi 1500 metri di altezza si presenta imponente allo sguardo di chi lo ha di fronte, per poi scendere in direzione Maratea, godendo così della miriade di paesaggi e bellezze che si profilano e che, per il continuo alternarsi di promontori e scogliere a picco sul mare, lasciano senza fiato il più distratto dei visitatori.

Lungo la strada che conduce a Maratea ci si imbatte anche nel cosiddetto “Passo della Colla” per ammirare un’incantevole vista sul golfo di Policastro.

Una volta a Maratea, la “Perla del Tirreno”, splendida località balneare dalle meravigliose acque in cui si tuffano imponenti costoni di roccia, avventura e divertimento sono garantiti agli appassionati di parapendio praticabile tra Colle della Salvia, Monte Coccovello e Monte San Biagio, sorvolando proprio la statua del Cristo Redentore.

Si può scegliere, inoltre, partendo dal centro storico di Trecchina, di percorrere il sentiero utilizzato ogni anno a settembre dai pellegrini che raggiungono il santuario della Madonna del Soccorso, lungo il quale si provano emozioni insolite attraversando boschi in cui a predominare sono i castagni tipici del contesto ambientale trecchinese.

Una volta raggiunto il punto su cui sorge il luogo sacro non resta che ammirare lo splendido panorama mozzafiato tra il Tirreno e la Basilicata interna.

Località balneari

Ad un passo da Trecchina si trovano le splendide spiagge di Maratea e l’imponente statua del Cristo Redentore, che domina il paesaggio dall’alto del monte San Biagio.

Improvviso ed emozionante è l’impatto del visitatore con il blu delle cristalline acque tirreniche che fanno di Maratea un paradiso naturale.

Location irrinunciabile per chi ama rilassarsi al sole, immergersi in fondali marini profondi e limpidi per la pesca subacquea, ma anche per chi cerca riparo e relax in grotte marine o piccole insenature, con i suoi 32 chilometri di estensione la costa marateota assume un fascino particolare.

Sarà che la sua rocciosa scogliera si alterna a piccole spiagge delimitate dall’azzurro del mare e dal verde della macchia mediterranea, dando vita alle splendide località balneari di Acquafredda, Cersuta, Fiumicello e Castrocucco.

Grazioso e confortevole il porto di Maratea garantisce servizi e accoglienza ai natanti e nelle serate estive diventa una delle attrazioni del posto.

www.comune.trecchina.pz.it

www.amicidellacastagna.it

www.borghiautenticiditalia.it

www.maratea.info

www.flymaratea.it

 

Il porto turistico di Maratea

 


San Costantino Albanese

È uno dei più caratteristici paesi di cultura arbëreshe della Basilicata e si trova nella Val Sarmento, in pieno Parco Nazionale del Pollino.

San Costantino Albanese conserva nel nome, nella parlata quotidiana, nelle tradizioni e nella cultura le impostazioni delle popolazioni albanesi che proprio qui hanno trovato rifugio, lasciando impressa la loro identità anche nelle architetture e nelle funzioni religiose fortemente legate al rito greco-bizantino soprattutto in occasione delle tipiche cerimonie nuziali.

Questo passaggio si evince anche dalla denominazione dei due nuclei in cui è suddiviso il piccolo borgo antico: la parte alta, detta “katundi alartaz”, e la parte bassa, “katundi ahimaz” e conserva diversi luoghi di interesse culturale e religioso.

Splendide risorse naturalistiche e paesaggistiche avvolgono il paese tra il profumo della ginestra e i colori tipici del Parco Nazionale del Pollino, le cui bellezze possono essere ammirate dall’alto, con il “Volo dell’Aquila”, attrattore di nuova concezione che consente di sorvolare i tetti della piccola comunità arbëreshë in quattro, su un deltaplano fissato ad un cavo d’acciaio, e sentirsi più vicini alle aquile e ai falchi che presidiano questi luoghi.

 La storia

La storia di San Costantino Albanese sarebbe segnata dalle emigrazioni di popoli arbëreshë, in particolare i profughi Coronei, provenienti dalla greca Morea (Grecia), intorno al 1534.

Il piccolo centro che ricade nel Parco Nazionale del Pollino sorge come borgo basato su un’economia piuttosto povera, incentrata sulla coltivazione di castagni e ulivi, oltre che di lino, ginestra e cotoni, materiali peraltro impiegati nella realizzazione dei costume tipico, in parte ancora oggi utilizzato.

Alcuni pezzi si possono ammirare all’interno dell’Etnomuseo della civiltà arbëreshe di San Costantino Albanese. La lingua è una delle eredità che le etnie albanesi hanno lasciato alla gente del paesino incastonato nel versante lucano del Parco del Pollino e che ne fa motivo di orgoglio culturale e identitario.

Il patrimonio culturale

Tutto qui racconta il passaggio e l’influenza delle popolazioni arbëreshe avvenuto nel ‘500 come testimonia il nome delle caratteristiche strade indicato in lingua versione italiana e albanese.

Dalla chiesetta della Madonna delle Grazie, nella parte bassa del paese, ha inizio via Scanderberg, in albanese “nxellikata, che attraversa tutto il borgo puntellato di bei portali e decorato da murales per poi allargarsi nella piazza principale, su cui affaccia la chiesa madre dedicata ai Santi Costantino ed Elena.

Continuando a salire ci si imbatte nel santuario della Madonna della Stella, Protettrice di San Costantino Albanese, totalmente immerso tra cerri e ulivi, e cuore pulsante della comunità locale.

In pieno centro storico sorge l’Etnomuseo della comunità arbëreshe di San Costantino Albanese che ospita la biblioteca di cultura albanese, la mostra iconografica del maestro Josif Droboniku, autore delle icone che ornano la chiesa madre, e il Presepe Arbëreshe.

Davvero interessante è anche la collezione di oggetti della cultura materiale contadina, i preziosi costumi tradizionali arbëreshe, il telaio relativo alla lavorazione e tessitura della ginestra.

I sapori

Il profumo delle prelibatezze preparate in casa si percepisce appena in paese e non può che carpire la curiosità del visitatore amante della buona tavola.

Tra le specialità del posto predomina la pasta fatta a mano, ma anche gli squisiti salumi dalla salsiccia alla soppressata, oltre al saporito capocollo. I secondi piatti sono per lo più a base di carne di capretto e agnello cotti sulla brace.

Molto diffusi sono inoltre i fichi secchi con le noci, il “sanguinaccio” di maiale e, soprattutto nel periodo natalizio, dolci ripieni di marmellata di castagne e conditi con il miele.

Natura e Parchi

Il caratteristico paese di San Costantino Albanese ricade nel versante lucano del Parco Nazionale del Pollino che, diviso tra la Basilicata e la Calabria, con i suoi 192.000 ettari, è il più esteso d’Italia.

Considerato uno dei massicci più belli e caratterizzanti dell’Appennino Lucano, la sua denominazione deriva dalla vetta del massiccio del Pollino, il Mons Apollineum, che gli Achei definirono monte di Apollo, individuandolo un po’ nell’Olimpo, per la sua imponenza tale da sfiorare quasi il cielo.

Lungo itinerari e percorsi accattivanti ci si inoltra in fitti boschi di faggio, abeti e castagni e altipiani erbosi, fino ad “incontrare” sinuosi, fieri e secolari, i Pini Loricati, simbolo del parco, visibili soprattutto sulla cima di Serra di Crispo, denominata il “Giardino degli Dei” proprio perché considerata uno dei santuari di questa rara specie arborea dal tronco contorto.

Tra queste distese si aggirano esemplari di lupo appenninico, cinghiali e caprioli, scoiattoli, istrici e lontre, ma anche picchi e gufi reali. Caratterizzato dalle vette più alte dell’intero arco appenninico meridionale, sorvolate da aquile reali, falchi pellegrini e gheppi, senz’altro va menzionata Serra Dolcedorme, “tetto” del parco.

Corsi d’acqua e affioramenti rocciosi, profonde faglie e inquietanti voragini attraversano il Parco del Pollino, “popolato” anche da fossili risalenti a decine di migliaia di anni fa, come lo scheletro di un Elepfhas antiquus italicus, alto quattro metri e vissuto circa settecentomila anni fa rinvenuto nelle Valli del Mercure e attualmente custodito nel Museo Naturalistico e Peleontologico di Rotonda, sede del Parco.

Sport

San Costantino Albanese ricade nel versante lucano del Parco Nazionale del Pollino, il più esteso d’Italia, dove si possono praticare entusiasmanti sport invernali.

Proprio qui, su uno dei massicci più belli e caratterizzanti dell’Appennino lucano, in inverno, quando la neve imbianca totalmente le sue vette, il Pollino diventa uno straordinario luogo di incontro per gli amanti dello sci.

Tra i comuni di Rotonda, Viggianello e Terranova di Pollino è possibile praticare sci di fondo, sci escursionismo e altri sport di montagna. Particolarmente suggestive sono le ciaspolate e ciaspoluna, piacevoli e semplici passeggiate anche notturne con le racchette da neve, attività queste che consentono di scoprire la magia dei boschi. Per i più piccoli sono disponibili spazi in cui divertisi con slittini e bob.

Outdoor

Il territorio in cui ricade San Costantino albanese, nel Parco Nazionale del Pollino, è un’area verde incontaminata e una palestra a cielo aperto per amanti della natura e delle attività en plein air.

Il visitatore che raggiunge quello il Parco più esteso d’Italia ha solo l’imbarazzo della scelta tra le attività praticabili, più o meno spericolate: dal trekking al rafting lungo il fiume Lao, al nordic walking, fino a torrentismo e canyoning, nelle Gole del Raganello, o all’arrampicata e al free climbing, e poi, ancora, mountain bike e turismo equestre.

In particolare, luoghi di interesse escursionistico sono i boschi  proprio ridosso dell’abitato di San Costantino Albanese, ad esempio si può raggiungere il suggestivo punto panoramico Tumbarino da cui è possibile ammirare la valle Rubbio, uno spettacolo di boschi di querce, agrifogli, cerri e roverelle. Percorrendo sentieri si può raggiungere anche la Sorgente Catusa circondata da faggi secolari.

Dalla località Acquafredda, nel territorio di San Costantino Albanese, si può intraprendere una nuova escursione alla Timpa di Pietrasasso, uno sperone di roccia di origine lavica, con forma a punta, che ben si presta all’Orienteering. Si può ipotizzare di costruire un itinerario da percorrere tanto a piedi quanto in mountain bike.

La località Acquafredda presenta un’ampia area attrezzata, con fontane, tavoli e panchine, oltre ad una chiesetta di montagna. Di qui si può ammirare un bel panorama sul Monte Caramola e sulle valli del Sinni e del Rubbio.

Il patrimonio religioso

A San Costantino Albanese anche il patrimonio spirituale desta grande interesse, a partire dalla chiesa madre di San Costantino ed Elena (XVII sec.), in stile barocco e a tre navate.

Sulla facciata della chiesa si possono ammirare belle maioliche che raffigurano, al centro, il Santo, a sinistra, San Pietro, a destra, San Paolo. In uno degli ultimi interventi di ristrutturazione è stata costruita l’iconostasi, una balaustra di legno che divide la chiesa in due: lo spazio dove è posto l’altare e la navata destinata ai banchi per i fedeli. All’interno sono custoditi un battistero in rame rosso e vari dipinti di XVI, XVII e XVIII secolo.

Non molto distante dall’abitato si può visitare il santuario di Santa Maria della Stella edificato nel XVII secolo su un preesistente edificio bizantino del X-XI secolo, come si desume dalla tipica cupola a calotta con tetto a gradinata che poggia su tamburo quadrato.

Davvero belli gli affreschi interni databili al XVII secolo e attribuiti a Belisario Corinzio, oltre ad una tela raffigurante l’immagine della Madonna della Stella e un altare barocco sempre del XVII secolo.

Questo tempio è teatro di un evento che si svolge tra sacro e profano, la seconda domenica di maggio per le celebrazioni in onore della Madonna della Stella, contestualmente all’incendio di singolari pupazzi in cartapesta chiamati “Nuzazit.

Spingendosi in località Lupariello, ancora nel comune di San Costantino Albanese, si possono ammirare i resti del monastero baronale di Santa Maria della Saectara, mentre in località Acqua Fredda, tra boschi e sorgenti, si trova la cappella della Madonna della Conselva, molto venerata dalla popolazione locale.

Attrattori

A partire dalla primavera, in Basilicata si vola. Da marzo a dicembre il "Volo dell’Aquila" consente di ammirare le bellezze del Parco Nazionale del Pollino, sorvolando i tetti del grazioso borgo arbëreshë .

L’emozione del volo da condividere anche in quattro, con un deltaplano fissato ad un cavo d’acciaio, si può concretizzare nei luoghi presidiati da aquile e falchi, nella caratteristica cornice del paesaggio culturale della piccola comunità arbëreshë.

Un’esperienza mozzafiato da non perdere!

www.comunesancostantinoalbanese.it

www.valsarmento.it

www.parcopollino.gov.it

www.nuovaatlantide.com

Sciare in Basilicata

Approfondisci il Volo dell'Aquila sul Pollino

 

 

 


Sant'Angelo Le Fratte

Sant’Angelo Le Fratte noto come “il paese delle cantine”, è un antico borgo adagiato alle falde dell’imponente e rocciosa frattura della montagna Carpineto che domina l’intera valle del Melandro.

Avvolto da una natura rigogliosa e incontaminata di un territorio collinare, ricco di sorgenti e coltivazioni di viti, uliveti e grano, il paese vanta un centro storico abbellito da artistici e colorati murales che decorano le case disposti lungo i vicoli e le stradine.

Alla modernità dei bei dipinti fa eco l’antichità delle cantine, che tutte insieme formano un suggestivo percorso che consente di ammirare la loro spettacolare natura, ricavate direttamente tra gli ammassi rocciosi, luogo ideale per conservare vino, formaggi e salumi.

In agosto questi straordinari anfratti, se ne contano più di 100, sono la spettacolare location del percorso enogastronomico “Le Cantine Aperte di Sant’Angelo Le Fratte”.

La storia

Le prime tracce di insediamenti risalgono al IV secolo a.C., sin dall’Età del Ferro, con popolazioni di origine greca e romana, come testimoniato dal ritrovamento di una antica fornace di epoca romana.

I primi dati certi sull’esistenza di Sant’Angelo Le Fratte, però, rimandano agli scritti del secondo Medioevo (XI secolo).

Diverse sono le ipotesi che aleggiano attorno al nome del paese, in origine “Castrum Sancti Angeli de Fratis”, per alcuni a testimonianza dell’appartenenza alla chiesa. In realtà la denominazione sarebbe connessa alla forte devozione della popolazione al Santo Patrono: l’Arcangelo Michele, mentre la seconda parte del nome “Le Fratte” deriverebbe dal participio passato passivo dal verbo latino “frango” (spaccare), con evidente riferimento alla montagna spaccata Carpineto.

Il patrimonio culturale

Sant’Angelo Le Fratte è il paese delle “Cantine”,  raggiungibili attraverso un affascinante percorso tra il verde del paesaggio e l’ombra dell’imponente roccia che sovrasta il paese.

Incamminandosi alla scoperta del borgo si calpestano stradine lastricate e in breve ci si ritrova davanti agli originali murales che dominano le facciate delle abitazioni, sviluppando ciascuno un tema legato alla vita del posto.

A sorpresa, in diversi angoli del centro, sculture marmoree e bronzee a grandezza naturale sembrano trovarsi lì per accogliere il visitatore e condividere con lui un momento della vita quotidiana presente e passata e assicurargli la migliore ospitalità a Sant’Angelo.

Proseguendo, ad un centro punto si impone allo sguardo Palazzo Galasso, sede del Municipio, e ubicata in una antica dimora storica facente parte del complesso municipale si trova la Pinacoteca Civica “Michele Antonio Saverio Cancro che contiene 243 opere di Michele Antonio Saverio Cancro, donate dall’artista in segno di amore e di stima verso la cittadinanza del suo paese natìo.

Mentre fuori dal paese, in località Santa Maria Fellana, si erge Villa Giacchetti, in cui è conservato un ciclo di affreschi con decorazione rococò risalente al ‘700.

Da non perdere anche il “Presepe in Poliestere”, in esposizione permanente nella grotta del vecchio Convento basiliano.

I sapori

Cibo e buon vino a Sant’Angelo Le Fratte costituiscono un rito grazie all’assortimento di prodotti tipici, tra i quali predominano pasta casereccia, pane, olio, formaggi e salumi.

Ottime sono le lagane accompagnate dai ceci o i cavatelli conditi in più modi; tra le altre tipologie di pasta fatta a mano gustosi sono anche i fusilli. Molto stuzzicante e gustosa, la "ciambotta" è un altro piatto da non perdere, un misto di verdure da assaporare rigorosamente con pane fresco.

Tra i secondi si distinguono soprattutto quelli a base di carne con la predilezione per l’agnello alla contadina. Infine, il buon vino locale non manca mai ad accompagnare i menù santangiolesi.

Natura e parchi

Sant’Angelo Le Fratte sorge su una collina da cui domina la splendida valle del Melandro, un territorio prevalentemente montuoso in cui si alternano altopiani a conche interne, offrendo paesaggi forestali e aridi ma suggestivi scenari di dorsali rocciose battute dal vento.

Sant’Angelo Le Fratte è uno dei contesti ambientali dell’area in cui si verificano importanti fenomeni carsici, in particolare nelle zone di Campo di Venere, una splendida distesa a perdita d’occhio tra distese di campi di frumento, orzo, grano e foraggio, dove la presenza dell’uomo è rara e il silenzio si impone rimandando ad una romantica arcaicità.

Il patrimonio religioso

L’arte a Sant’Angelo le Fratte è anche espressione del sacro: all'interno delle chiese si manifesta infatti la forte spiritualità della popolazione.

Tra tutte assume un valore particolare la Chiesa Madre, oggi denominata Santa Maria ad Nives, in origine del Sacro Cuore e San Michele, poi Santa Maria Maggiore. Il tempio, ricostruito in seguito al terremoto del 1694, è caratterizzato da un interno a tre navate a croce latina in cui si possono ammirare l’altare maggiore in legno dorato con ornamenti floreali, un crocifisso del 1726, alcune statue del XVIII secolo, come quella di San Michele Arcangelo, Patrono del paese, e un trono ligneo ad intarsio.

Di pregio sono i dipinti raffiguranti la Madonna del Rosario e la Natività, attribuiti al pittore lucano Giovanni De Gregorio, detto “Il Pietrafesa”. Particolare è anche la Chiesa dell’Annunziata, con all’interno un gruppo di statue raffiguranti la Pietà, un netto richiamo alle sculture tipiche dell’arte fiamminga.

Il piccolo campanile a due spioventi conserva una campana settecentesca appartenuta al vecchio convento dei Frati Minori. Fuori dal borgo, in Contrada Campo di Venere, sorge l'Eremo Francescano con la pregevole chiesetta impreziosita di pitture e bassorilievi di ispirazione cristiana. Occorre ricordare che dal 1971, nella grotta del Vecchio Convento basiliano, si può ammirare un presepe permanente in poliestere.

Outdoor

L’ambiente naturale che circonda il territorio di Sant’Angelo regala una sensazione di serenità indescrivibile e offre divertimento e relax sfruttando ogni angolo.

Queste occasioni sono più che mai vivibili raggiungendo la località Campo di Venere tra campi seminati a frumento, patate, grano e orzo, a oltre mille metri di altezza, circondati dal più intimo silenzio. Può capitare di incrociare qualche contadino  e ascoltarne la storia, tra vecchi utensili altrove dimenticati come la “rodda” per il trasporto del fieno sul dorso del mulo.

Gli appassionati di arrampicata sportiva, inoltre, trovano qui una dimensione ideale per la presenza di pareti verticali, di piccola e media difficoltà, per lasciarsi andare a emozioni indimenticabili. Nel territorio di Sant’Angelo Le Fratte, infatti, è possibile trovare le note “falesie” lucane, consistenti in una roccia prevalentemente calcarea immersa in una natura selvaggia incontaminata.

Entusiasmanti escursioni sono possibili anche per gli appassionati di pesca sportiva, lungo il fiume Melandro, nella zona "Zifari", tra strette gole e piccole cascate.

www.comune.santangelolefratte.pz.it

www.prolocosantangelolefratte.it

www.lucanianaturaverticale.it