Parlando di Federico II non si può non citare la chiesa rupestre dedicata a Santa Margherita d’Antiochia, un vero e proprio gioiello artistico, modellata in una caverna naturale composta da stratificati sedimenti vulcanici. Il vasto ciclo pittorico può essere collocato nel periodo che va tra la fine del 1200 e i primi del 1300 e richiama, nelle isolate immagini iconiche, schemi figurativi del periodo post-svevo legati stilisticamente a caratteri propri di una cultura meridionale che acquisisce esperienze gotiche caldeggiate dalla corte angioina. La cavità absidale che accoglie il plinto dell’altare è illuminata da una esplosione di colori e di effigi sacre. Al centro, sopra l’altare, campeggia la figura regale di Santa Margherita, la vergine e martire di Antiochia. Il suo vero nome, Marina, fu cambiato dalla chiesa romana in Margherita per esaltare il candore perlaceo della sua verginità, vale a dire di essere candida come una perla, margarita nella lingua latina. La martire è raffigurata come una fanciulla esile ma dal portamento regale, cinta da una corona di perle ossia di margarite, a ricordo del suo nome. La santa è affiancata da due fasce dove, in otto riquadri, con vivacità narrativa, sono illustrate le tappe struggenti del martirio. Ma la cavità grottale colpisce per il drammatico messaggio della rappresentazione di due scheletri nell’atto di apostrofare le figure imperiali di Federico II, di sua moglie Isabella d’Inghilterra e di suo figlio Corrado, futuro re di Sicilia. E’ il Memento Mori, il Monito dei morti ai vivi, la danza macabra celebrata da due scheletri deformi, al cospetto dell’imperatore indossante una veste scarlatta ornata di ermellino, e recante un falco sulla mano sinistra guantata, con una daga orientale alla cintura.

Monologo di Federico II – tratto dall’audionarrazione della chiesa rupestre di Santa Margherita

Credits: Fondazione Zètema – Matera 

Egli ci viene incontro per narrarci la sua storia.

“Io sono Federico tratto nelle vesti di falconiere con a fianco la bionda mia consorte Isabella d’Inghilterra e con Corrado figlio dell’amata Iolanda di Brienne, mia seconda moglie, morta tragicamente dopo il parto a soli sedici anni.
Il giglio araldico e gli otto petali del fiore di loto sono i simboli della mia regalità sveva.
Voi ghignanti simboli della morte che volete testimoniare il mio disfacimento mortale, sappiate che in vita io cercai in ogni cosa il bello e il giusto.
Guardai pieno di stupore le acque, il cielo, il volo degli uccelli e mi chiesi sempre perché tutto fosse in siffatto modo.
Ottenni il potere sugli uomini e mi elevai ad altezze inferiori solo a quelle di Dio.
Amai e fui amato. Odiai e fui odiato. Sempre cercai la pace e lo feci anche con la guerra.
Nacqui, vissi e morii.
Mentre morivo rimpiangevo quell’ultimo cielo, il volo del falco che non avrei più potuto seguire con gli occhi, immaginando che i suoi fossero i miei. Non avrei mai saputo perché l’acqua sale in cielo e discende come pioggia, perché esistono acque dolci e acque salate, cosa contiene lo spazio, di che materia sono fatte le stelle, perché la luna si nasconde alla vista e perché comanda le maree.
Non avrei mai conosciuto tutto ciò che era parte del creato e che avrei voluto vedere, sentire, comprendere. Tutto questo restava per me senza risposte, e allora rimpiansi il tempo sprecato nelle pianure fangose d’Italia a costruire un regno quando avrei potuto cercare nuove risposte a nuove domande.
Sapevo mentre morivo che il cielo coperto sarebbe tornato azzurro e che non l’avrei visto mai più.
Ecco a cosa pensavo mentre morivo. E voi orribili scheletri bianchi, deformi, col ventre aperto in cui brulicano i vermi della putrefazione, non tentate di ghermirmi perché so che la morte livella tutti imperatori e pezzenti. Non ho bisogno del vostro macabro monito.
Anche a questo pensai mentre morivo ma soprattutto pensai che presto avrei saputo cosa si nasconde oltre la tenda tirata.
Se davvero ci si dissolve, un attimo prima, nel nulla, come ha scritto Epicuro, ovvero se dopo c’è la luce, l’amore, la misericordia, la presenza di Dio.”

 

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