IL SIMBOLO DEL PARCO NAZIONALE DEL POLLINO

Sono 1925 chilometri quadrati di natura a formare uno dei parchi più estesi d’Italia, il Parco Nazionale del Pollino dichiarato nel 2015 patrimonio naturale dell’UNESCO che, diviso tra Basilicata e Calabria, trova nel Massiccio del Pollino il suo punto centrale assieme ai Monti dell’Orsomarso e al Monte Alpi. Serra Dolcedorme è invece la punta più alta, 2266 m s.l.m., di questo paradiso naturalistico. È qui, tra diverse tonalità di verde che sfumano verso il cielo, con l’azzurro dominato dall’aria frizzante che caratterizza le cime più alte, che “regna incontrastato” il Pino Loricato, definito da molti “fossile vivente” o ancora “dinosauro degli alberi”, protagonista indiscusso di questo scenario ed emblema del Pollino. La nota conifera sempreverde vive in Europa esclusivamente nella penisola balcanica e nel suddetto parco, solitamente abbarbicato a terreni calcarei al di sopra dei 1000 metri di altitudine, ben oltre i limiti del faggio, dunque. Caratterizzato da una corteccia apparentemente divisa in placche trapezoidali, questa pianta ricorda l’armatura degli antichi romani con le “loriche”, da cui il nome “loricato”. Un elemento che conferisce ancor più fascino a un’area già di per sé particolare, non solo dal punto di vista prettamente naturalistico ma anche sul piano storico-culturale. Simbolo di un perfetto ecosistema impreziosito da un elevato grado di biodiversità faunistica e floristica, e zona nota per la vasta rosa di opportunità che offre nell’outdoor, il Parco Nazionale del Pollino è disseminato anche di graziosi borghi che con i loro riti, la loro tradizione e la loro storia rappresentano sicuramente un valore aggiunto dell’area.

IL PINO LORICATO: UN PO’ DI STORIA

Le prime testimonianze di questa conifera corazzata risalgono al 1826, quando il botanico Michele Tenore ne raccolse dei rametti esattamente sul Pollino a più di 1800 m.s.l.m.  l ritrovamenti furono purtroppo scambiati con quelli di altri alberi simili. Altre due date segnano l’iter di identificazione del loricato: il 1863, anno in cui il tedesco Theodor von Heldreich notò sul monte Olimpo la somiglianza di un pino con quello del Pollino individuato da Tenore; esso fu battezzato da Herman Christ col nome di Pinus heldreichii; e il 1864, in cui F. Antoine ritrovò sulle catene montuose dell’ex Jugoslavia lo stesso tipo di pino già trovato sul Pollino. Egli gli diede il nome di Pinus leucodermis. Tuttavia fu il 1905 l’anno decisivo del riconoscimento ufficiale del loricato: grazie agli studi condotti da Biagio Longo, si riuscì a trovare una relazione tra il pino individuato da Heldreich e il leucodermis di Antoine. Il risultato fu il Pino Loricato, espressione coniata dallo studioso di Laino Borgo e ispirata alla peculiarità della corteccia, una vera e propria corazza tipica dell’armatura degli antichi romani. Successivamente, con studi più approfonditi sulla conifera dall’aspetto severo, fu fatta distinzione tra le specie dell’ex Jugoslavia e quelle del Pollino, esemplari portatori di caratteri leggermente diversi tra loro ma sicuramente non visibili all’occhio di un comune osservatore. L’antica conifera, in effetti, era radicata inizialmente nei territori dell’ex Jugoslavia. Fu con l’ultima glaciazione e il conseguente abbassamento del livello del mare che la specie si diffuse sulle coste italiane dell’Adriatico, raggiungendo dapprima la Puglia e poi il resto del Meridione. Quando i ghiacciai iniziarono a ritirarsi, la pianta cominciò a sopravvivere sui terreni rocciosi. I pochi pini loricati presenti oggi sono considerati dei fossili proprio perché si pensa siano dei superstiti di una specie largamente diffusa in un passato remoto.

LE SUE FORME PARTICOLARI

Il loricato del Pollino si presenta con un aspetto alquanto duro, quasi tenebroso: maestoso nelle proporzioni, raggiunge spesso i 40 metri di altezza con un diametro di 160 cm, il fusto è robusto e i rami disegnano un profilo che rende l’idea di quanto siano tormentati dal freddo e dalle intemperie. Si allungano lateralmente dando origine a un effetto a bandiera (soprattutto nei casi di continua esposizione a correnti d’aria) e suggeriscono così una forte resistenza alle basse temperature e ai venti. Adattatosi a terreni aridi e ad ambienti freddi di alta quota, presenta una corteccia molto spessa che nei più giovani risulta liscia mentre nei più anziani mostra delle squame trapezoidali ricoperte a loro volta da squame più piccole che danno un effetto molto simile alla corazza, ovvero “lorica”, dei legionari romani.

L’HABITAT DEL LORICATO, UN PARADISO NATURALE
È sconfinato il territorio abitato dal dinosauro botanico: 192 mila ettari di terra in cui la natura si è espressa con lussureggianti boschi di faggi, foreste di abeti argentati, numerosi corsi d’acqua, possenti cime montuose e un patrimonio di biodiversità che non ha eguali in Italia. Tra gli animali più interessanti troviamo 12 specie di rapaci, tra cui l’aquila reale e il gufo reale, diverse specie di serpenti, il picchio verde, il picchio nero, il gatto selvatico, varie farfalle, numerosi roditori, il capriolo, il lupo e tanto altro. Un vero e proprio paradiso naturale adatto a grandi e piccini, sia dal punto di vista didattico che ludico.

UNA PALESTRA A CIELO APERTO
Le possibilità di effettuare sport en plein air sono innumerevoli e spaziano dalla semplice escursione a piedi alla romantica passeggiata a cavallo, dal trekking, con diversi livelli di difficoltà, alla mountain bike, al rafting e kayak nel fiume Lao, al canyoning nelle gole del Raganello, fino alle adrenaliniche arrampicate.
Nel regno del Pino loricato, tutto è accarezzato dall’antica magia della natura che, pur accogliendo l’uomo, rimane dominante. È qui che si tocca con mano la sua forza, che si ammira la sua disarmante bellezza, che si ha la possibilità di fondersi a lei nel pieno rispetto delle sue istanze, delle sue fragilità e delle diversità che la caratterizzano. Quale modo migliore di esplorarla se non quello di praticare del sano sport all’aperto? Le possibilità sono molte e varie, tra queste è noto il circuito di trekking Anello Serra di Crispo, che partendo dal Santuario Madonna del Pollino si interseca con paesaggi mozzafiato e con vecchi tratturi tracciati all’inizio del ‘900 dalla ditta boschiva Rueping e percorsi all’epoca esclusivamente da piccole locomotive trainanti leggeri vagoncini. Notevole anche l’Anello della Timpa Falconara che, per ben 23 km, costeggia paesaggi brulli con fredde gole e profondi canyon. È proprio qui, presso la Timpa Falconara, che un tempo trovavano rifugio i briganti. Ecco che la storia si incontra con la natura e il quadro assume tinte ancor più intense. Adrenalinico il canyoning praticabile tra le Gole della Garavina scavate dal torrente Sarmento e rese uniche dai giochi di luce ottenuti dai riflessi sulle pareti rocciose e sulla vegetazione, o ancora il rafting sulle acque del fiume Lao, che col suo nome ci riporta indietro nel tempo: il corso d’acqua nasce in realtà in Basilicata con il nome di Mercure ma successivamente viene ribattezzato con il nome della colonia greca eretta al confine tra lucani e bruzi, Laos. Da un’altura del Massiccio del Pollino, Serra del Prete, oltre 2000 metri di quota, il fiume Lao scende verso il tirreno calabrese attraversando diversi paesi e mantenendo una portata d’acqua notevole anche nelle minime. Peculiarità che lo rendo adatto a sport come rafting e canyoning. Incantevole il bosco Magnano nei pressi di San Severino Lucano, che ben si presta a lunghe passeggiate in mountain bike, tra alberi monumentali, faggeti maestosi, aceri bianchi, un sottobosco fitto in cui risulta diffuso il pungitopo, e un’oasi naturale dall’atmosfera magica, abitata da cervi e uccelli rari, come il picchio nero. E, ancora, il bosco di Cugno dell’Acero, nell’area di Terranova del Pollino, pista ideale per le ciaspolate invernali, corredata da straordinari scorci tra cui spiccano quelli di Acquatremola dove sgorga la sorgente Catusa tra massi ricoperti di muschio e altissimi faggi.

TRA BORGHI E STORIE ANTICHE, LA NATURA COME CULTURA E TRADIZIONE
E’ un luogo incantato, il Pollino, in cui il rapporto uomo-natura si fa più stretto e si avverte in ogni angolo, in ogni attività e in ogni gesto, anche all’interno dei piccoli borghi, molti dei quali praticano da tempo immemore riti arborei o ospitano al proprio interno musei di storia naturale o di archeologia, legati comunque in qualche modo alla natura del luogo, alla sua morfologia e alle sue risorse. Tra tanta natura, sbocciano piccoli borghi avvolti dal verde più selvaggio, incastonati tra i colori vivaci del Parco, e ricchi di tradizioni e finestre sull’evoluzione del mondo circostante. Anche in ciò la natura è stata predominante. Nel tempo ha giocato un ruolo determinante nella definizione delle abitudini e dei rituali dei popoli che hanno occupato il territorio. Ne sono un esempio lampante i paesi che celebrano ancor oggi i riti arborei, un tempo praticati come auspicio di fecondità legato alle produzioni della terra, Viggianello, Terranova di Pollino e Rotonda, o i borghi che ospitano interi Musei dedicati a particolari aspetti dell’habitat naturalistico del Pollino, quali il Museo Naturalistico e Paleontologico del Pollino, che sorge a Rotonda e che custodisce fossili animali risalenti al periodo preistorico, come l’Elephas antiquus; o ancora il Museo Civico Archeologico a Latronico che raccoglie una ricca selezione di materiale archeologico risalente alla Preistoria e a una serie di Età successive. Il percorso tracciato all’interno di queste sezioni sottolinea quanto fossero frequenti e importanti gli scambi culturali con le popolazioni delle aree limitrofe, in particolar modo tra la località Colle dei Greci, da un lato, e gli Etruschi dell’area campano-tirrenica e i greci dello Jonio, dall’altra. Presenti anche reperti appartenenti all’Età del Rame, al Neolitico e all’età del Bronzo. Interessante, sempre nel comune di Latronico, il Museo delle Arti, dei Mestieri e della Civiltà contadina, in cui sono esposti i vari attrezzi che hanno conciliato i ritmi dell’antica società con le opportunità offerte dalla Natura. Ricco di aree archeologiche è anche Chiaromonte; imperdibile il Museo Archeoantropologico “Lodovico Nicola di Giura” tra le cui pareti scorre la storia dell’antica popolazione enotria della Valle del Sinni, stabilitasi nelle terre del Pollino per via della presenza dei numerosi corsi d’acqua che rendevano particolarmente fertile il terreno. Continuano a Teana le indelebili tracce di un passato appartenente alla Magna Grecia. Lo stesso nome si narra derivi dalla moglie di Pitagora, Tegana, ospite fissa di quest’angolo di paradiso durante l’estate. Il forte legame che le popolazioni instauravano col territorio emerge nel Museo della civiltà contadina in cui primeggiano utensili e arredi tipici dell’epoca. Ed infine, la Diga di Monte Cotugno. Un’ulteriore conferma di quanto la natura la faccia da padrone e di quanto il rapporto con l’uomo sia fondato sul principio di assecondamento più che di sopraffazione. Costruita tra il 1970 e il 1982 nel comune di Senise, lungo il fiume Sinni, con il suo maestoso impianto di raccolta idrica è tra le più grandi dighe d’Europa e rappresenta una risorsa eccellente anche per il territorio extra-regionale.