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Mostra dei vincitori della prima edizione del premio di Porta Cœli Foundation con antologica in memoria di Antonio Masini

24 gennaio – 7 marzo 2021 2021
Casa di Giotto, Vicchio – Firenze
inaugurazione

24 gennaio, ore 16.00
Mediterranean Contemporary Art Prize. The way through Lucania
approfondimento

26 gennaio, ore 16.00
Il Pane e le Rose.
Conversazione sul diritto all’Arte contemporanea incontro di approfondimento tematico con
Aniello Ertico, Presidente Porta Cœli Foundation
e Donato Faruolo, curatore Porta Cœli Foundation
www.mcartprize.org info@portacoeli.it

La strada da Firenze a Bisanzio, poli paradigmatici dell’arte del Mediterraneo, passa per la Basilicata, e quindi per il crocevia di Venosa. Mediterranean contemporary art prize – The way through Lucania, la mostra dei vincitori della prima edizione del premio biennale organizzato da Porta Cœli Foudation (Venosa, Potenza), trova la sua felice realizzazione negli ambienti della Casa di Giotto (Vicchio, Firenze). Ma non di sole fortuite coincidenze vuole alimentare la pregnanza del proprio tragitto.
Quella verso Vicchio è un’escursione con qualcosa di paradossalmente “esotico”, per Porta Cœli Foundation, che attraverso una decennale esperienza espositiva ha costruito il proprio progetto intorno alla familiarità con i centri dell’arte del Mediterraneo orientale – Il Cairo, Qom, Lepanto, Yerevan, Doha. Proprio a causa di una controindicazione – in questo caso dagli esiti felici – di quella che verrà ricordata come la pandemia del 2020, la Fondazione e il territorio che essa rappresenta hanno oggi l’opportunità di dare nuova applicazione alle proprie attitudini relazionali, costruendo un momento di sintesi irrinunciabile e significativo, di completamento simbolico di una parabola, non privandosi di una serie di feconde congiunture che sembrano narrare di vicende necessariamente imparentate sul filo dei rivolgimenti della storia del Mediterraneo. E ciò accade alle porte di Firenze, nella casa natale di Giotto.
Nel 2019 si è svolta in Basilicata la prima edizione del Mediterranean Contemporary Art Prize, il premio che Porta Cœli Foundation ha voluto istituire per immaginare assi diversi intorno ai qual far ruotare la nostra concezione della cultura europea, occidentale, mediterranea. Il Castello di Lagopesole, sede di svago e delizia per Federico II – uno dei padri spirituali di un’Europa diversa con il centro puntato nel Mediterraneo – ne è stata la significativa ambientazione: edificio di splendide proporzioni e di limpide geometrie, pura proiezione in pietra di un modello ideale del cosmo, ha coagulato intorno a sé, per dieci giorni di luglio, una comunità eterogenea fatta di artisti datisi convegno letteralmente da ogni angolo del mondo (Brasile, Argentina, Messico, Mauritius, Regno Unito, Francia, Iran, Libano, Tunisia…). Un’esperienza di convivialità informale e feconda all’insegna dell’ospitalità e del dialogo, grazie alla quale si è riattualizzato il potenziale di elezione e centralità di un luogo rimasto quiescente per qualche secolo.
Il 2020 sarebbe dovuto essere l’anno della programmazione della mostra dei primi e secondi classificati nelle diverse categorie del premio.

Ma c’è una ragione che, a ben guardare, sembra circostanziare con maggiore specificità e pregnanza il rapporto che questa mostra inaugura tra Vicchio e Venosa, e che ci riporta a quella via che da Firenze conduce a Bisanzio. Vicchio è la città natale di Giotto di Bondone, che è passato alla storia dell’arte mondiale come colui che «rimutò l’arte di dipingere di greco in latino»: abbandonando il paradigma artistico bizantino, fatto di ieraticità e sospensione trascendentale, fonda la modernità dell’arte occidentale nella sua passione per il reale e per l’espressione. Venosa è invece la città natale di Quinto Orazio Flacco, che descrive la propria missione poetica come un’operazione di tradizione culturale dei modi poetici greci al latino: «ex humili potens, princeps Aeolium carmen ad Italos deduxisse modos», ossia «da umile potente, per primo ho condotto la poesia eolica ai modi italici». Entrambi divengono gli iniziatori di una modernità, di un’alterità dal solco della società in cui vivono, a partire da un’alterità della propria radice profonda.

In mostra, per la categoria scultura e installazione, Nemanja Popadic (Austria/Serbia, I premio) e Leandro D’Agnone (Italia, II premio); per la categoria fotografia, Léna Piani (Francia, I premio) e George Zouein (Libano, II premio); per la categoria pittura, Amir Zarezadeh (Iran, I premio) e Lila KB (Argentina, II premio); per la categoria arte digitale, Patricia Heuker of Hoek (Paesi Bassi, I premio) e Fiona Nòve (Mauritius, II premio); per la categoria disegno, grafica e calligrafia, Ilaria Moscardi (Italia, I premio) e Michele Barbaro (Italia, II premio).

Per chiudere il percorso, in mostra un’appendice dedicata all’opera di Antonio Masini. Recentemente scomparso, è stato l’artista per eccellenza del II dopoguerra lucano. Senza aderire ufficialmente al realismo guttusiano né alle atmosfere sognanti e ataviche della Trasavanguardia, in qualche misura trova una sintesi plausibile e affascinante tra le due colonne ideologiche, tra la passione per una materia che si fa enigma e la sofisticazione di un mito che si fa sola esplicazione possibile dell’ineffabile umano. Particolare e intensa, a tratti commovente, è la suggestione di ricondurre il suo lavoro alla casa di Giotto: impossibile non immaginare come curiosamente “masiniani” gli angeli che compiangono il Cristo Morto degli Scrovegni, nella gamma delle loro incredibili esagitazioni che si disfano nel blu del cielo. In Masini la stessa passione che curva le schiene e tende i gesti, la stessa tensione al racconto attraverso l’immagine che si fa emblema del mito, e perfino la stessa tavolozza di azzurri eterei e profondi, o di carnali rossi e bruni, rimarcati di tracce rosse come pure era pratica dei mosaicisti di Bisanzio e di Giotto. Tra la carne e l’espressione dell’arte riformata di Giotto e l’immobile sofisticazione delle icone orientali, Masini presidia la giusta posizione di mezzo di un lucano, in cui anche l’umiltà contadina diviene materia epica.