Vaglio Basilicata

Il borgo medioevale di Vaglio Basilicata, in provincia di Potenza, fa bella mostra di sé alle pendici sud orientali di Serra San Bernardo, sul rilievo del Monte Cenapora.

Fil rouge della storia e della cultura di questo originale paesino della Basilicata, a partire dalla sua forma ellittica che ne evidenza l’origine alto-medioevale, è senz’altro l’archeologia, dal momento che numerosi scavi portati avanti nel tempo hanno portato alla luce preziose testimonianze di insediamenti e luoghi sacri.

Il territorio di Vaglio accoglie infatti le due importanti aree archeologiche di Serra, il cui pianoro nella seconda metà dell’VIII secolo a.C. venne occupato dai Peuketiantes, e Rossano, sede del santuario dedicato alla dea Mefitis.

A contraddistinguere il simpatico comune di Vaglio, oltre all’archeologia, concorrono la cucina tipica locale e le coinvolgenti tradizioni popolari.

La storia di Vaglio Basilicata emerge dalle aree archeologiche che impreziosiscono il suo territorio e testimoniano la presenza di insediamenti e comunità risalenti fin dall’Età del Bronzo.

Già alla metà del VI millennio a. C., quello che è l’odierno territorio del comune di Vaglio vanta antiche  testimonianze archeologiche che provengono dalla località Ciscarella. Proprio su questo sito sono stati individuati insediamenti umani che rinviano all’Età del Bronzo Medio.

In località Rossano di Vaglio è stato rinvenuto il Santuario della dea Mefite, importante luogo di culto ristrutturato nel II secolo a.C. a testimonianza della presenza romana nel territorio, rimanendo attivo fino alla prima metà del I secolo d.C. Un’importante spaccato della storia di Vaglio coincide con l’anno 1268, quando Vaglio, per l’alleanza stretta con gli Svevi, viene distrutta dagli Angioini.

Diverse famiglie si sono contese e hanno ottenuto il feudo della cittadina: nel 1582 gli Spinelli, quindi Alfonso Salazar, poi il figlio Andrea, infine il nipote Francisco. Nel 1632 il paese viene acquistato da Gian Battista Massa, conte di Ventimiglia, cedendolo come dote alla figlia Gabriella che diviene moglie di Francesco IV, conte di Laurenzana, in provincia di Potenza.

Altra fase determinante per il passato del paese coincide con il 1861, periodo del Brigantaggio. Esattamente il 15 novembre, il brigante lucano Carmine Crocco, nato a Rionero, e il generale José Borjès attaccano Vaglio e vi stabiliscono i loro accampamenti, subendo però, infliggendo violenti assaliti e infliggendone, di contro, altrettanti.

Il borgo di Vaglio Basilicata ha una originale forma ellittica lungo cui si sviluppa l’impianto urbano, su tre strade lastricate in pietra arenaria locale.

Una volta qui il visitatore vive in pieno l’origine medioevale del centro antico in cui può addentrarsi percorrendo la principale Via Roma (Via di Sopra), o Via Vergara (Via di Mezzo) e Via Buonarroti (Via di Sotto). I tre assi storici sono collegati tra loro da stretti vicoli che, sormontati da strutture ad arco, si presentano come stradine scalettate attraverso le quali si accede al nucleo antico dalle strade esterne al perimetro della cinta muraria.

Il centro storico di Vaglio è accessibile varcando le due storiche porte di ingresso al paese: la “Porta Vecchia”, con arco a tutto sesto e “U’ Spurt”, la porta fortificata in pietra arenaria incorporata al palazzo Baronale. Nella piazza del paese si trova una bellissima fontana del 1800, mentre nelle vicinanze è situato l’ex Convento di Sant’Antonio di epoca rinascimentale, dal bellissimo portale.

Da non perdere a Vaglio Basilicata è il Museo della Civiltà Rurale che custodisce centinaia di oggetti appartenuti al periodo compreso tra 1850 e 1960, frutto della ricerca tra la popolazione locale o dono da parte degli stessi cittadini.

IL MUSEO DELLA CIVILITÀ RURALE

L’allestimento comprende circa 600 elementi appartenuti al contesto rurale di Vaglio Basilicata nel periodo compreso tra 1850 e 1960.

Visitare questo luogo è come entrare in un tempo ormai andato, quasi rivivendolo, tra gli attrezzi da lavoro degli antichi mestieri – come il calzolaio, il fabbro, il falegname, l’ebanista, il muratore, il cestaio e il barilaio – e abiti femminili e maschili dell’epoca.

Il viaggio a ritroso nel passato è agevolato dalla meticolosa classificazione cui è stato sottoposto ogni utensile, fino all’indicazione del nome in lingua italiana e in dialetto vagliese. Particolarmente suggestivo è lo spazio in cui è stato riprodotto il tipico ambiente di una abitazione rurale, quasi fino a sentirne i profumi, i suoni e viverne l’atmosfera.

A Vaglio Basilicata il banchetto è un culto da cui non si può prescindere…

Pane, pasta, formaggi, salumi, verdure e ortaggi, vino, dolci tradizionali. Tanti e gustosi i prodotti tipici di Vaglio, tra i quali predominano le varietà di pasta fatta in casa e il buon pane, i secondi piatti di carne, per lo più capretto o agnello di latte alla brace, ma anche ottimi formaggi, dal pecorino, ai provoloni fino a trecce, scamorze e ricotte.

Stuzzicanti sono anche i salumi, come salsiccia, soppressata e capocollo. Gli squisiti prodotti tipici di Vaglio, i piatti e le prelibatezze della cucina locale sono protagonisti dello storico percorso enogastronomico e storico culturale che va in scena ogni anno ad agosto lungo l’intero borgo medioevale.

Passeggiando lungo il borgo di Vaglio Basilicata, e nelle immediate vicinanze dello stesso, si possono ammirare diverse architetture dal fascino indiscutibile.

All’interno del centro antico, lungo via Roma, nota anche come via di Sopra, ci si imbatte nella chiesa madre di san Pietro Apostolo (XV-XVI secolo) e in quella di San Giuseppe (XVI sec.). Di particolare interesse sono anche altri luoghi di culto, come le chiese di san Donato, detta anche di santa Maria di Nazareth (XI-XIII sec.) e quella di Santa Maria del Carmine (XV sec.), a una navata centrale con abside e da una laterale destra, e un bel portale con arco a tutto sesto (XVIII sec).

Di interesse sono anche il convento di Sant’Antonio (XVI sec.), con uno splendido affresco di Geronimo Todisco (1618) che si nota proprio all’ingresso, raffigurante la Madonna, Sant’Anna e il Bambino Gesù. Interessanti sono anche le chiese dell’Annunziata (XIV sec.) e del Calvario (XIX sec.).

LA CHIESA DI SAN PIETRO APOSTOLO

Fondata tra il XV e XVI secolo, la bella chiesa sorge sul punto più alto del paese, lungo via Roma, sul sito di una preesistente fortezza normanna.

Un bel campanile affianca l’imponente struttura, la cui austerità è esaltata dalla lavorazione in pietra della facciata. Molto bello il portale settecentesco decorato dalle raffigurazioni dei Santi Pietro e Paolo e con, sulla sommità, lo stemma del paese di Vaglio che ritrae Ercole armato di clava e seduto su un leone.

A tre navate e a forma quadrata, con corporatura a cupola, una volta all’interno della chiesa si respira subito un’atmosfera di intensa spiritualità certamente accresciuta dalla predominanza della lavorazione in pietra nuda locale. A conferire particolare fascino al tempio sacro è la particolarità delle colonne inclinate, mentre la sua antichità trova conferma nella rappresentazione di una croce templare su una di esse.

Altari lignei e marmorei abbelliscono la chiesa, oltre a interessanti e numerose sculture (XVIII e XIX sec.) e tele di pregevole fattura, come La Sacra Famiglia e La Madonna del Rosario attribuite ad Antonio Stabile.

Di interesse sono anche il settecentesco organo a canne e la cantoria in legno scolpito, dipinto e dorato, (XVIII sec.), mentre alle spalle dell’altare maggiore si trova uno splendido coro ligneo, decorato da tavole intagliate in cui sono raffigurate scene di caccia, flora e fauna. Sotto l’altare maggiore è custodito il di San Faustino Martire, Patrono del paese, celebrato il 20 maggio.

LA CHIESA DI SAN DONATO

Eretta tra XI e XIII secolo d.C. la chiesa è dedicata anche a santa Maria di Nazareth perché dipendente (1257) dall’omonima chiesa di Barletta secolo.

La lavorazione in pietra, che comprende anche un piccolo campanile a vela e due splendidi absidi, rende la chiesa di san Donato davvero molto suggestiva, come il racconto legato alla sua doppia denominazione: di santa Maria di Nazareth, in riferimento agli arcivescovi di Nazareth che, scappati dalla Galilea, si rifugiarono a Barletta, trovando il loro punto di ritrovo nella chiesa di santa Maria di Nazareth, da cui dipendeva anche l’omonima chiesa di Vaglio.

L’aula interna è a due piccole navate affiancate e divise da un unico arco, ciascuno decorato da una piccola abside semicircolare, cui si accede attraverso due portali simmetrici sormontati da una finestra. Splendido il ciclo di affreschi (XII- XVII sec.) e prezioso l’arredo liturgico, come i due altari lignei (XVIII sec.) e due statue settecentesche, raffiguranti san Donato e la Madonna con il Bambino. Sotto la chiesa si trova un piccolo cimitero con una cripta.

Le più antiche testimonianze archeologiche relative al territorio di Vaglio Basilicata (metà VI millennio a.C.) interessano la località Ciscarella, che presenta anche tracce di antichi insediamenti umani relativi all’Età del Bronzo Medio.

Vaglio Basilicata è uno dei luoghi simbolo delle scoperte archeologiche della Basilicata, in particolare per la presenza di due aree centro di attrazione di studiosi, appassionati, studenti e scolaresche, come i siti di Rossano di Vaglio, dove sorge il santuario dedicato alla dea Mefitis, e di Serra di Vaglio, anche location, in estate, di performance teatrali di grande livello che ripropongono versi di commedie e tragedie della tradizione classica e racconti di grandi scrittori.

Ma dal 2006, il territorio di Vaglio ospita anche il Museo delle Antiche Genti di Lucania che, a scopo didattico, propone ricostruzioni, virtuali e a grandezza naturale, dei principali contesti archeologici con fedeli riproduzioni dei materiali.

L’AREA ARCHEOLOGICA DI ROSSANO DI VAGLIO

Sorge proprio in prossimità di una sorgente, in un paesaggio incontaminato, dopo aver percorso e incrociato numerosi tratturi.

A spiccare, nell’area archeologica di Vaglio Basilicata è il santuario di Rossano, dedicato alla dea Mefitis, risalente al IV secolo a.C. e abbandonato subito dopo la metà del secolo d.C. Si possono ancora ammirare l’altare e i resti del basamento della statua, peraltro mai ritrovata, della dea che dà il nome al santuario.

Molti gli ex-voto rinvenuti, tra i quali si distingue una grande lamina in bronzo che raffigura un’anfitrite che cavalca un delfino, statue bronzee e marmoree, gioielli in oro e argento e statuine in terracotta di animali. Sono inoltre stati riportati alla luce oltre 50 epigrafi, in alfabeto greco, lingua osca e latino, e più di 1000 monete, sottolineano l’importanza e la centralità raggiunte dal santuario fino al momento del suo abbandono, avvenuto subito dopo la metà del I secolo d.C.

L’AREA ARCHEOLOGICA DI SERRA DI VAGLIO

Nel sito che domina l’alta valle del Basento, si compie un suggestivo viaggio a ritroso nel tempo, scoprendo insediamenti del popolo dei “Peuketiantes”.

La storia del sito di Serra di Vaglio si conclude tragicamente, nei primi decenni del III secolo a.C., in seguito ad un violento incendio. Proprio qui, tra gruppi sparsi di capanne e nuclei di sepoltura, sono emersi i resti di un abitato risalente alla seconda metà dell’VIII secolo a.C., momento in cui i Peuketiantes occupano stabilmente il pianoro di Serra.

Rimanda agli inizi del VI secolo a.C., in località Braida di Serra, l’edificazione di una monumentale residenza di un gruppo aristocratico indigeno e, sempre sullo stesso punto, in seguito agli studi condotti, sono state scoperte nove tombe principesche databili tra fine VI e metà V secolo a.C., appartenute ai “basilei”, re, esponenti delle aristocrazie nord-lucane dei Peuketiantes.

I gioielli più preziosi, oggi custoditi presso il Museo Archeologico Nazionale della Basilicata “Dinu Adamesteanu” di Potenza, sono stati rinvenuti nella sepoltura della “principessa”, una bambina dell’età di sei o sette anni, deposta in posizione fetale. Dalle tombe maschili sono emersi elmi, scudi e spade e gambali. Particolare interesse desta poi la cosiddetta “casa dei pithoi”, riproduzione fedele di un edificio del IV secolo a.C.

IL MUSEO DELLE ANTICHE GENTI DI BASILICATA

Fondato nel 2006, secondo la concezione di “museo diffuso”, il museo di Vaglio integra il percorso nei siti archeologici di Serra e Rossano.

Valorizzando le risorse locali, nell’ottica della più innovativa idea di museo territoriale, il Museo delle Antiche Genti di Lucania espone, a scopo didattico, suggestive ricostruzioni virtuali e a grandezza naturale dei principali contesti archeologici, con fedeli riproduzioni dei materiali, favorendo così una migliore conoscenza del patrimonio culturale.


Vietri di Potenza

In un certo senso Vietri di Potenza è la “porta della Basilicata” per chi raggiunge la regione provenendo dalla Campania, sì, perché il borghetto è il primo paese a dare al visitatore il “benvenuto” in terra lucana!

Sorgendo sullo sperone dell’Appennino Lucano, nell’area del Melandro, meravigliosi boschi di faggi e un paesaggio molto suggestivo attorniano Vietri, che ha nel suo nome un importante traccia del passato indicata anche dallo storico latino Tito Livio. “Campi Veteres”, sarebbe infatti il luogo sul quale, durante la seconda guerra punica, trova la morte morì il console romano Tito Sempronio Gracco, padre di Tiberio e Caio Gracco, da parte del lucano Flavio.

Chiese, palazzi storici e il castello marchesale caratterizzano il patrimonio storico, culturale e artistico di Vietri, oltre a risorse naturalistiche come le cosiddette “Gole di Puzz’ gnunt”, assolutamente da scoprire!

Tra gli aspetti storici di particolare importanza, rispetto al passato di Vietri di Potenza, emerge il fatto che l’Imperatore svevo Federico II la inserisce tra quelle città tenute alla manutenzione di particolari castelli, in particolare a quello di Brienza.

Roccaforte gotica e successivamente longobarda, diverse famiglie feudali si susseguono nel dominio di Vietri che, intorno alla fine del potere angioino, appartiene a Giacomo Filangieri e alla famiglia dei Gesualdo. Successivamente  il feudo è nelle mani del conte Innigo de Guevara e poi del nipote don Carlo, alla cui benevolenza si deve la costruzione del convento.

Nel Settecento Vietri di Potenza passa alla famiglia Caracciolo.

Vietri di Potenza è una sorpresa non solo dal punto di vista naturalistico ma anche culturale, dal momento che il suo borgo è un contenitore di architetture di valore.

Si possono ammirare l’ex Palazzo ducale e la Torre dell’Orologio, ma degni di attenzione sono anche i palazzi settecenteschi, l’antico lavatoio pubblico e poi le numerose chiese, in particolare quella annessa al convento dei Cappuccini che custodisce alcune opere di Antonio Stabile.

Nella cucina di Vietri di Potenza di percepisce ancora il sapore antico dei suoi eccellenti prodotti, tra i quali spicca l’ottimo olio, prezioso e irrinunciabile condimento e per questo definito l’“oro vietrese”.

Nel piccolo borgo del Melandro il visitatore non ha che la più ampia scelta tra le bontà offerte e può deliziare il proprio palato con gli squisiti formaggi, in particolare il pecorino, prodotto ancora secondo procedimenti della tradizioni e con antichi strumenti che ne preservano l’autenticità.

Il trionfo del gusto raggiunge l’apice con gli ottimi salumi essiccati al naturale e per questo dal sapore inconfondibile. Ma la degustazione non esclude anche primi e secondi piatti legati ale più antiche ricette come i “cauzon c’ la mnestra”, la “ciambottola”, i “patat ross’”, gli “strascinati cu la muddica” e molto altro ancora.

Lo scenario naturalistico offerto dal territorio che circonda Vietri di Potenza coinvolge il visitatore in appassionanti vedute a perdita d’occhio, che lasciano un ricordo indelebile.

D’altronde l’area del Melandro, per la sua forte caratterizzazione rurale, offre peculiarità paesaggistiche originali e uniche che danno la sensazione di entrare a far parte della natura più autentica.

La conformazione di questo pezzo di Basilicata fa sì che esso sia paragonato ad un piccolo Canyon, per i suoi meandri che riconducono la mente, inevitabilmente, a meraviglie naturali di grande valore, come le Gole del Verdòn, in Francia, o il Raganello, sul Pollino, o per uscire ancora fuori regione, le Gole dell’Alcantara in Sicilia.

Proprio a Vietri si può ammirare un contesto simile nel caso delle cosiddette “Gole di Puzz’ gnunt”, come vengono definite nel dialetto locale. Si tratta di “mulinelli”, alte e ripide pareti rocciose scavate dalle acque del Melandro, lungo il cui corso è possibile incontrare diverse sorgenti di acqua sulfurea.

A rendere originale la realtà ambientale del Melandro è un’altra sua singolare caratterizzazione, che certo non lascia indifferentre il visitatore. Laddove infatti il paesaggio diviene brullo, sulle rocce battute dal vento spunta, ma solo in primavera, la colorata ginestra, che picchietta di giallo oro le dorsali più ripide, habitat di maestosi rapaci.

Un percorso dell’anima ma anche dell’arte, per le numerose opere che si possono apprezzare, è assicurato tra le diverse chiese che puntellano il centro storico di Vietri di Potenza.

Una spettacolare facciata in stile barocco e un imponente campanile romanico rendono meta irrinunciabile la chiesa Madre di San Nicola di Mira. All’interno, a tre navate, spicca l’abside decorato con affreschi del Settecento e si lascia ammirare il coro (1845) di Carmine Pascarosa di Vietri.  Meraviglioso è l’altare in pietra e in marmi policromi a tarsia della navata destra, oltre al busto d’argento raffigurante Sant’Anselmo, patrono del paese.

Di fondazione tardo seicentesca è poi la chiesa dell’Annunziata, come si può notare dalla facciata e dal portale del 1694. All’interno, sull’altare maggiore, si può ammirare l’Annunciazione di Nicola Cacciapuoti, mentre le pareti sono decorate da bellissimi affreschi che rappresentano le scene della vita di Gesù (1719), come la Crocifissione, dipinti da un seguace di Giovanni Todisco.

Molto bella è poi l’acquasantiera in pietra. Non si può perdere inoltre, nella parte più alta del paese, il convento dei Cappuccini, denominato “Trinità”, che ospita una antica biblioteca della prima metà del XVIII secolo, mentre nella chiesa annessa l’altare maggiore è impreziosito da un originale polittico che unisce le tele laterali, raffiguranti santi e sante, a quella centrale con la Deposizione di Antonio Stabile. All’artista lucano è attribuita anche l’affascinante tavola risalente agli anni prima del 1580.

Percorsi a piedi o cavallo, ma anche escursioni naturalistiche finalizzate a vivere le bellezze e le atmosfere che ne circondano il territorio, fanno di Vietri un contesto da visitare e attraversare.

Campo di Venere ne è un esempio, una distesa a perdita d’occhio di campi seminati a frumento, patate, grano, foraggio, orzo, a circa 1300 metri di altitudine e immersa nel più assoluto silenzio. Aggirarsi in questo ambiente mette a totale contatto con la natura più discreta, dove è facile incontrare  i contadini che vi risiedono in uno stile di vita quasi arcaico.

Affascinante è poi l’impatto con le “Gole di Puzz’ gnunt”, vertiginose pareti rocciose, guglie dolomitiche e rive, ora sabbiose ora ciottolose, da cui emergono numerose sorgenti di acque sulfuree. Non si esagera nel sottolineare, e il visitatore può confermarlo, che questo è sicuramente il tratto in cui il fiume Melandro offre lo scenario più attraente e movimentato.


Oppido Lucano

Oppido Lucano è uno scrigno di preziosi tesori religiosi, archeologici e naturali, venuti alla luce nel corso di interessanti scavi archeologici.

Un paese dalle origini antiche, “raccontate” dai numerosi reperti appartenuti ad una necropoli risalente a VI e IV secolo a. C., rinvenuti sul monte Montrone e custoditi presso il Museo Archeologico Provinciale di Potenza

Nel suo gradevole contesto ambientale, composto da una serie di colline alternate a valli, è custodito uno dei gioielli storico-artistici di Oppido, rappresentato dal meraviglioso ciclo di affreschi rinascimentali, i quali decorano la splendida chiesa rupestre di Sant’Antonio.

Reperti archeologici e avvenimenti storici illustrano l’interessante e antica storia di Oppido Lucano, che già nell’origine della sua denominazione, dal latino “oppidum”, “luogo fortificato”, conserva una certa solennità.

Il suo feudo è appartenuto alla contea di Balvano e in età normanna, cui si fa risalire proprio l’origine del nome, tra il 1041 e il 1085, viene assegnato da Carlo d’Angiò a Pietro Soumerose. Diverse figure si sono alternate nel dominio: da Roberto de Drois a Pietro de Glaix, fino agli Angioini, ai principi Durazzo e, durante il regno di Giovanna II, il feudo è passatolla famiglia Zurlo. Dal 1426 al 1730 Oppido è nel potere della famiglia Orsini, per poi essere detenuto dai De Marinis fino al 1806.

A dominare la scena nel centro storico dalle origini medioevali, ancora oggi evidenti, sono i ruderi del castello, all’epoca denominato anche “Magnum Castrum”.

Antichi portali di palazzi nobiliari, caratteristiche scalinate e luoghi di culto sono gli altri aspetti architettonici che stuzzicano la curiosità del visitatore di Oppido Lucano.

Costruito tra il 1047 e il 1051, della sua originaria struttura il castello conserva il portale d’ingresso sormontato dallo stemma degli Orsini.

Quella che un tempo è stata una strada extra moenia di Oppido Lucano, oggi nota come scalinata “Trecedde”, è la location dell’itinerario “La via dei canti”, fatto di spettacoli itineranti e multimediali, costruito sulle pietre del percorso della transumanza, laddove un tempo si udiva il passo dei contadini e degli animali di ritorno dal lavoro nei campi.

Non lontano, si può ammirare la fontana di Pezzédde, anticamente luogo di incontro delle donne del paese che vi si recavano per fare il bucato, la stanchezza non può prendere il sopravvento prima di aver fatto visita alla splendida chiesa rupestre di Sant’Antonio, custode di preziosi affreschi.

A Oppido, inoltre, ci si può sentire idealmente parte della vita quotidiana e lavorativa del passato all’interno del Museo Etnografico dell’Utensileria contadina e artigiana di un tempo, che si compone di oggetti e attrezzi utilizzati nelle attività della comunità dedita ad agricoltura, pastorizia e artigianato. Suggestiva è anche la fedele riproduzione della casa contadina di un tempo, costituita da una sola stanza in cui si concentravano cucina, camera da letto e, spesso, anche da una stalla.

L’ottimo vino Aglianico del Vulture Doc fa da collante ai sapori e ai profumi della imperdibile cucina di Oppido Lucano, in cui predominano pasta fatta in casa, formaggi, salumi, verdure e dolci tradizionali.

Fiore all’occhiello sono proprio il fragrante e gustoso pane insieme alla pasta dalle più svariate forme: maccheroni a uno, a due o a otto dita, in questo caso da queste parti denominata “a fascenedde”, poi le orecchiette, gli stivaletti, le lagane e i vermicelli.

A nobilitare queste tipicità sono i condimenti a scelta in base alle forme, dal sugo alle verdure ai legumi. Molto buoni anche i secondi piatti per lo più di carne: capretto o agnello alla brace, il “cutturiedd”, che deriva dall’antica tradizionale pastorale. Squisiti anche i formaggi e salumi: pecorini, provoloni, caciocavalli, trecce, scamorze, ricotte, manteche da accostare a salsiccia, soppressata e capocollo di maiale.

Prima di alzarsi da tavola si consiglia di provare almeno uno dei dolci tradizionali, come il calzone di ricotta e cannella o i mostaccioli, i biscotti alle mandorle o vin cotto e le pettole.

Il paesaggio che circonda Oppido Lucano è circondato da verdi colline ricoperte di uliveti e fiorenti colture di vite, mandorli e leccio, ma è impreziosito anche da ampie distese di campagna che si diversificano e si differenziano in piccoli poderi.

D’altronde Oppido Lucano è uno degli otto piccoli comuni che ricadono nella affascinante valle dell’Alto Bradano.

Percorrendone ogni tratto si resta totalmente conquistati dallo spettacolo ambientale che va in scena fino al fiume Bradano, fatto di morbide colline incorniciate dalla catena montuosa dell’Appennino lucano.

Questo spettacolo lo scrittore lucano Raffaele Nigro lo ha descritto così: “L’Alto Bradano” potrebbe rendere meglio l’idea di questo angolo di Basilicata: “…Salendo dalle pianure della Puglia, dopo il vestito erboso delle colline dolci del sud si sprigiona un paesaggio arcaico, meno popoloso, una fioritura di colli e cocuzzoli ai quali si aggrappano le strade, le masserie spesso in abbandono e i paesi. Paesi di calce e di pietra che fuggono verso valle in cerca di periferie agevoli ma che restano nonostante gli sforzi della modernità abbarbicati nei nuclei medievali alle parti alte dei monti…”.

Il glorioso passato di Oppido Lucano è riemerso grazie agli scavi archeologici condotti sul territorio nel corso degli anni, i quali hanno riportato alla luce tracce di vite e mondi ancora oggi vivi nel ricordo e nella storia del paese.

All’interno di un’antica tomba, sul monte Montrone, è stata trovata (1790) la Tabula Bantina, il più importante reperto in lingua osca, ma con caratteri latini, propria di una popolazione indo-europea dell’Italia antica vissuta in Campania e in parte della Basilicata intorno all’VIII secolo a.C.

Si tratta di una lastra in bronzo divisa in tre pezzi e in alcuni frammenti, databile tra il 150 a.C. e il 100 a.C., con incisioni grafiche su ambedue le facciate. Su una parte di essa è visibile lo statuto bantino, una legge municipale dell’antica città di Bantia (l’attuale Banzi). Alcuni di questi straordinari frammenti sono conservati tra i Musei Archeologici Nazionali di Napoli e Venosa.

Due Ville romane arricchiscono il patrimonio archeologico del piccolo paese del Vulture Alto Bradano, quella di San Gilio (I secolo A.C. – VII secolo D.C.), nel 2010 segnalata dal World Monuments Fund, (World Monuments Fund) e quella di Masseria Ciccotti (I secolo A.C. – III secolo D.C.), di particolare pregio per la presenza del complesso musivo, con raffigurazioni del Tempo Assoluto e delle Stagioni.


Sant'Angelo Le Fratte

Sant’Angelo Le Fratte noto come “il paese delle cantine”, è un antico borgo adagiato alle falde dell’imponente e rocciosa frattura della montagna Carpineto che domina l’intera valle del Melandro.

Avvolto da una natura rigogliosa e incontaminata di un territorio collinare, ricco di sorgenti e coltivazioni di viti, uliveti e grano, il paese vanta un centro storico abbellito da artistici e colorati murales che decorano le case disposti lungo i vicoli e le stradine.

Alla modernità dei bei dipinti fa eco l’antichità delle cantine, che tutte insieme formano un suggestivo percorso che consente di ammirare la loro spettacolare natura, ricavate direttamente tra gli ammassi rocciosi, luogo ideale per conservare vino, formaggi e salumi.

In agosto questi straordinari anfratti, se ne contano più di 100, sono la spettacolare location del percorso enogastronomico “Le Cantine Aperte di Sant’Angelo Le Fratte”.

Le prime tracce di insediamenti risalgono al IV secolo a.C., sin dall’Età del Ferro, con popolazioni di origine greca e romana, come testimoniato dal ritrovamento di una antica fornace di epoca romana.

I primi dati certi sull’esistenza di Sant’Angelo Le Fratte, però, rimandano agli scritti del secondo Medioevo (XI secolo).

Diverse sono le ipotesi che aleggiano attorno al nome del paese, in origine “Castrum Sancti Angeli de Fratis”, per alcuni a testimonianza dell’appartenenza alla chiesa. In realtà la denominazione sarebbe connessa alla forte devozione della popolazione al Santo Patrono: l’Arcangelo Michele, mentre la seconda parte del nome “Le Fratte” deriverebbe dal participio passato passivo dal verbo latino “frango” (spaccare), con evidente riferimento alla montagna spaccata Carpineto.

Sant’Angelo Le Fratte è il paese delle “Cantine”,  raggiungibili attraverso un affascinante percorso tra il verde del paesaggio e l’ombra dell’imponente roccia che sovrasta il paese.

Incamminandosi alla scoperta del borgo si calpestano stradine lastricate e in breve ci si ritrova davanti agli originali murales che dominano le facciate delle abitazioni, sviluppando ciascuno un tema legato alla vita del posto.

A sorpresa, in diversi angoli del centro, sculture marmoree e bronzee a grandezza naturale sembrano trovarsi lì per accogliere il visitatore e condividere con lui un momento della vita quotidiana presente e passata e assicurargli la migliore ospitalità a Sant’Angelo.

Proseguendo, ad un centro punto si impone allo sguardo Palazzo Galasso, sede del Municipio, e ubicata in una antica dimora storica facente parte del complesso municipale si trova la Pinacoteca Civica “Michele Antonio Saverio Cancro che contiene 243 opere di Michele Antonio Saverio Cancro, donate dall’artista in segno di amore e di stima verso la cittadinanza del suo paese natìo.

Mentre fuori dal paese, in località Santa Maria Fellana, si erge Villa Giacchetti, in cui è conservato un ciclo di affreschi con decorazione rococò risalente al ‘700.

Da non perdere anche il “Presepe in Poliestere”, in esposizione permanente nella grotta del vecchio Convento basiliano.

Cibo e buon vino a Sant’Angelo Le Fratte costituiscono un rito grazie all’assortimento di prodotti tipici, tra i quali predominano pasta casereccia, pane, olio, formaggi e salumi.

Ottime sono le lagane accompagnate dai ceci o i cavatelli conditi in più modi; tra le altre tipologie di pasta fatta a mano gustosi sono anche i fusilli. Molto stuzzicante e gustosa, la “ciambotta” è un altro piatto da non perdere, un misto di verdure da assaporare rigorosamente con pane fresco.

Tra i secondi si distinguono soprattutto quelli a base di carne con la predilezione per l’agnello alla contadina. Infine, il buon vino locale non manca mai ad accompagnare i menù santangiolesi.

Sant’Angelo Le Fratte sorge su una collina da cui domina la splendida valle del Melandro, un territorio prevalentemente montuoso in cui si alternano altopiani a conche interne, offrendo paesaggi forestali e aridi ma suggestivi scenari di dorsali rocciose battute dal vento.

Sant’Angelo Le Fratte è uno dei contesti ambientali dell’area in cui si verificano importanti fenomeni carsici, in particolare nelle zone di Campo di Venere, una splendida distesa a perdita d’occhio tra distese di campi di frumento, orzo, grano e foraggio, dove la presenza dell’uomo è rara e il silenzio si impone rimandando ad una romantica arcaicità.

L’arte a Sant’Angelo le Fratte è anche espressione del sacro: all’interno delle chiese si manifesta infatti la forte spiritualità della popolazione.

Tra tutte assume un valore particolare la Chiesa Madre, oggi denominata Santa Maria ad Nives, in origine del Sacro Cuore e San Michele, poi Santa Maria Maggiore. Il tempio, ricostruito in seguito al terremoto del 1694, è caratterizzato da un interno a tre navate a croce latina in cui si possono ammirare l’altare maggiore in legno dorato con ornamenti floreali, un crocifisso del 1726, alcune statue del XVIII secolo, come quella di San Michele Arcangelo, Patrono del paese, e un trono ligneo ad intarsio.

Di pregio sono i dipinti raffiguranti la Madonna del Rosario e la Natività, attribuiti al pittore lucano Giovanni De Gregorio, detto “Il Pietrafesa”. Particolare è anche la Chiesa dell’Annunziata, con all’interno un gruppo di statue raffiguranti la Pietà, un netto richiamo alle sculture tipiche dell’arte fiamminga.

Il piccolo campanile a due spioventi conserva una campana settecentesca appartenuta al vecchio convento dei Frati Minori. Fuori dal borgo, in Contrada Campo di Venere, sorge l’Eremo Francescano con la pregevole chiesetta impreziosita di pitture e bassorilievi di ispirazione cristiana. Occorre ricordare che dal 1971, nella grotta del Vecchio Convento basiliano, si può ammirare un presepe permanente in poliestere.

L’ambiente naturale che circonda il territorio di Sant’Angelo regala una sensazione di serenità indescrivibile e offre divertimento e relax sfruttando ogni angolo.

Queste occasioni sono più che mai vivibili raggiungendo la località Campo di Venere tra campi seminati a frumento, patate, grano e orzo, a oltre mille metri di altezza, circondati dal più intimo silenzio. Può capitare di incrociare qualche contadino  e ascoltarne la storia, tra vecchi utensili altrove dimenticati come la “rodda” per il trasporto del fieno sul dorso del mulo.

Gli appassionati di arrampicata sportiva, inoltre, trovano qui una dimensione ideale per la presenza di pareti verticali, di piccola e media difficoltà, per lasciarsi andare a emozioni indimenticabili. Nel territorio di Sant’Angelo Le Fratte, infatti, è possibile trovare le note “falesie” lucane, consistenti in una roccia prevalentemente calcarea immersa in una natura selvaggia incontaminata.

Entusiasmanti escursioni sono possibili anche per gli appassionati di pesca sportiva, lungo il fiume Melandro, nella zona “Zifari”, tra strette gole e piccole cascate.


Sasso di Castalda

L’imponente masso roccioso che lo sovrasta sembra essere stato posizionato lì in sua protezione, oltre ad averne ispirato il nome: “Sasso”, completato poi da una parte della originaria denominazione “Petra Castalda” (pietra fortificata).

Sasso di Castalda è un grazioso borgo della provincia di Potenza caratterizzato da stradine strette e ripidi pendii tanto suggestivi da incuriosire chi li percorre a scoprirne altri.

Proprio camminando alla ricerca di angoli incantevoli e scorci di rara bellezza, oltre a scovare chiesette speculari rispetto alle belle case in pietra con balconi decorati da colorati e profumati fiori, tra i suoi intimi viottoli dove si scopre con sorpresa e quasi tenerezza la familiarità di un paese in cui tutto è rimasto fermo alle tradizioni e alla cordialità di un tempo.

Sasso  mostra le sue versatili facce in ogni stagione dell’anno, in primavera quando tutta la vegetazione è in fiore, in estate, con i campi di grano dorati, e in autunno, con i suoi colori caldi, quindi in inverno, quando un candido manto bianco si posa sui fianchi della pietra che lo domina e sul territorio circostante.

Non c’è dubbio che il comune di Sasso di Castalda fosse abitato fin dai tempi dei romani.

Alcuni rinvenimenti documentano l’attraversamento nel territorio “sassese” della nota Via Herculea, importante arteria stradale romana, che dall’antica Venosa, attraverso il Capoluogo di regione, Potenza, si dirigeva a Grumentum, oggi Grumento Nova, nel cuore della Val D’Agri.

In epoca normanna Sasso è stato feudo di Bernardo di Calvello, per appartenere, successivamente al periodo svevo, ai conti di Pietrafesa, quindi, nel periodo angioino, prima a Ugo di Bounemville, poi alla famiglia d’Anchy e poi a Bartolomeo di Capua.

Fino al 1830 Sasso di Castalda è stato feudo della famiglia Caracciolo e in seguito dei conti Gaetani d’Aragona.

Il borgo ha dato i natali al sacerdote, storico e scrittore Don Giuseppe De Luca (1898-1962).

Le casette in pietra di Sasso di Castalda sono esse stesse delle vere e proprie opere d’arte decorate da splendidi balconi fiorati e affiancate da vicoletti, spiando dai quali si scorgono meravigliose vedute sul paesaggio circostante.

Qui è nato il sacerdote ed intellettuale italiano Don Giuseppe De Luca, cui il piccolo paese ha voluto dedicate il Parco Letterario allestito nell’antico palazzo di famiglia, con la ricca biblioteca, composta da parte degli scritti dell’editore e scrittore, ma anche sede di numerosi eventi culturali al suo percorso intellettuale e al grande patrimonio storico delle aree circostanti.

Sono visibili, inoltre, i resti di quello che è comunemente chiamato “castello”, per quanto si tratti, in realtà, di una torre di avvistamento posta su un masso roccioso, che per tali caratteristiche non si prestava ad un uso abitativo.

A Sasso di Castalda la cultura è anche tradizione che rivive nel divertimento attraverso il primo gioco dell’oca a dimensioni d’uomo.

La manifestazione si tiene l’8 e il 9 agosto di ogni anno, con il “Palio del Faggio” e il “Palio di Sassolino”.

La cucina a Sasso di Castalda ha il sapore delle più antiche tradizioni, semplici e genuine.

Punti di forza e tripudio per il palato sono gli stuzzicanti formaggi e salumi. Il saporito e ottimo pecorino è una delle specialità prodotta dalle aziende agropastorali a conduzione familiare del posto grazie alla presenza di pascoli incontaminati.

Secondo lo stesso principio eccellenti sono anche gli insaccati, lasciati essiccare secondo una procedura naturale. Ma il vero piatto tipico del paese è la “Mnestra ‘mbastata”, minestra impastata, ricetta è antichissima a base di patate.

Circondato da boschi, attraversato da corsi d’acqua, e a picco sulla roccia viva, Sasso di Castalda è il piccolo borgo che qualunque amante dell’aria salubre vorrebbe scoprire.

Si sviluppa interamente nel territorio di Sasso di Castalda anche il cosiddetto “Sentiero Frassati”, uno dei tredici presenti in Italia, che grazie alla puntuale segnatura del percorso escursionistico di 22 chilometri consente di visitare interessanti siti storici, archeologici e naturalistici.

Sasso di Castalda è uno dei borghi ricadenti nella meravigliosa area verde protetta del Parco Nazionale dell’Appennino Lucano Val D’Agri Lagonegrese, il più giovane dei parchi nazionali italiani, caratterizzato da un’eccezionale biodiversità animale. Il parco comprende borghi di straordinaria bellezza e incantevoli scenari ambientali.

Tra le casette in pietra si scovano chiesette e cappelle di straordinaria suggestione artistica e spirituale, dove in qualunque momento ci si può fermare per ammirarne le intimi peculiarità.

Al centro del paese si trova la chiesa madre dell’immacolata Concezione, di fianco alla piazza. Risalente al XIX secolo, all’esterno è impreziosita dal suo particolare portale barocco mentre, all’interno, si notano i dipinti Madonna del Latte e anime purganti attribuiti al pittore seicentesco nato a Satriano di Lucania e noto come “Il Pietrafesa”. Non passa inosservato il busto di San Emidio.

Il piccolo ma caratteristico patrimonio edilizio di cui gode Sasso di Castalda è arricchito dalla chiesetta di Sant’Antonio, con una scultura datata agli inizio del ‘500 che riproduce il Santo tra Santa Caterina e Santa Filomena. Proseguendo per via Roma, si giunge nella parte vecchia del paese e seguendo alcuni vicoli si può visitare il “Borgo Manca” da dove si scorge la bella cappella della Madonna delle Grazie.

Dedicata al Patrono del paese, non va tralasciata la chiesa di San Rocco, edificata intorno al 1656, che si distingue per l’ottocentesco campanile dotato di tre campane, una più grande e le altre due più piccole.

Nel territorio di Sasso di Castalda insiste l’area sciistica di Monte Arioso, in uno scenario incontaminato, circondato da un panorama tra i più suggestivi e affascinanti della Basilicata.

L’area comprende 6 impianti di risalita, 3 sciovie e 3 tappeti, che consentono alle famiglie con bambini e ai principianti di fruire agevolmente degli spazi. Il collegamento sci ai piedi con la zona di Sellata è garantito dalla presenza della sciovia di collegamento Fosso Neviera, cosicché gli sportivi abbiano a loro disposizione 9 impianti per un totale di 7 km di piste.

Per chi vuole sfruttare ogni spazio del territorio dedicato agli sport invernali, a breve distanza si possono raggiungere le località sciistiche Volturino e Viggiano.

L’aria pura, il borgo in pietra, l’imponenza della roccia che lo sovrasta rendono Sasso di Castalda un contesto naturalistico unico.

Qui sviluppa il “sentiero Frassati”, lungo 22 chilometri, che offre agli amanti del trekking, ma anche della mountain bike, diverse opzioni di percorso. Seguendo la via delle chiese si svelano in tutta la loro spiritualità i luoghi di culto, mentre lungo la via del grano ci si addentra nell’Oasi del Cervo per ammirare i dolci esemplari di ungulati.

La via dei pastori conduce l’escursionista alle masserie attraverso piccoli tornanti, se si intraprende, invece, la via dell’aria ci si ritrova presso la sorgente Acqua Ceresola, per proseguire fino al magnifico bosco della Costara dotato di una comoda area picnic.

La via del Faggio di San Michele è un ambiente di sorprendente fascino per la presenza di maestosi e vecchi faggi, sotto i quali magari godere un piacevole fresco prima di riprendere il cammino.

Si può procede, quindi, alla volta degli ultimi due percorsi: la via dei boschi e la via delle nevi, votati all’escursionismo ma anche allo sci di fondo, dal momento che essi guidano alla cima del Monte Arioso e si incrociano con piste da sci e impianti di risalita.

Un percorso geonaturalistico, che parte dal centro storico di Sasso, guida alla scoperta delle peculiarità geologiche del comune lucano soddisfacendo le domande dei più curiosi escursionisti circa la formazione delle rocce e le trasformazioni cui sono andare incontro negli anni.


Satriano di Lucania

È il paese dei Murales e del pittore Giovanni De Gregorio, noto come “Il Pietrafesa”, uno dei massimi esponenti della cultura pittorica lucana tra tardo manierismo e barocco.

Veri e propri affreschi realizzati da pittori professionisti impreziosiscono le architetture di Satriano di Lucania, in provincia di Potenza, nell’area del Melandro.

Il centro storico si presenta al visitatore come una pinacoteca a cielo aperto, tra un intricato avvicendarsi di violetti su cui insistono palazzi gentilizi databili tra ‘600 e ‘700. Il paese, oltre ad essere uno dei “Borghi autentici d’Italia”, ricade all’interno del Parco Nazionale dell’Appennino Lucano – Val D’agri – Lagonegrese ed è tra più caratteristici della Basilicata per il suo grazioso centro storico e la ricchezza artistica che ha fatto guadagnare a Satriano l’inclusione tra i 190 “Borghi autentici d’Italia”.

Il borgo ha dato i natali al Pietrafesa (1579 – 1656), le cui opere sono disseminate nelle chiese di gran parte della regione Basilicata.

Satriano ha dato i natali al più illustre pittore lucano del seicento, Giovanni De Gregorio.

In origine (XII) l’antica Pietrafesa, un piccolo borgo rurale a valle dell’abitato di Satrianum, sorgeva a ridosso di una roccia denominata “Castello”. Il paese conquista la propria autonomia durante il regno della regina Giovanna II d’Angiò di Napoli, quando si attesta che Francesco Sforza divenne Signore di Pietrafesa.

Al nome della cosiddetta “regina Giovanna” si riconduce la causa dell’abbandono dell’abitato di Satrianum dal momento che, secondo una leggenda locale, sarebbe avvenuto a seguito della distruzione della città per ordine della sovrana tra il 1420 e 1430.

La donna infatti si sarebbe vendicata sugli abitanti di Satrianum a causa di un affronto subito, probabilmente un amore non corrisposto, oppure il rapimento da parte degli abitanti del luogo di una giovane dama di corte della regina.

Il racconto narra che gli abitanti, dunque, in seguito alla distruzione di Satrianum, di cui resta solo la torre normanna (XII secolo) il cui sito è oggetto di scavi archeologici, si sarebbero rifugiati nelle zone circostanti tra cui il vicino centro di Pietrafesa. Nel 1420 il feudo viene ceduto alla famiglia Caracciolo.

Nel corso del tempo la popolazione si sviluppò su altri punti del territorio denominate Piesco e Madonna della Rocca, un periodo fiorente per il borgo che arriva a sfiorare i 3000 abitanti. Qualche tempo dopo, nella seconda metà dell’Ottocento, gli abitanti di Pietrafesa decidono di tornare nella città medievale posta sull’altura sostituendone il nome da Pietrafesa a Satriano di Lucania, per non dimenticare l’antico insediamento.

Il delizioso borgo di Satriano di Lucania offre scorci suggestivi a chiunque lo attraversi tra gli splendidi portali in ferro, i pittoreschi murales e gli antichi palazzi.

A guardarli i soggetti e gli oggetti ritratti nei murales di Satriano sembrano quasi parte della realtà, tanto sono ben rifiniti dai pennelli degli artisti che li hanno realizzati come fossero guidati nella loro arte dal compaesano Giovanni De Gregorio, detto il Pietrafesa, uno dei massimi esponenti della cultura pittorica lucana tra tardo manierismo e barocco.

Proprio al Pietrafesa è dedicato il Museo Multimediale “Il Palco dei Colori” con sede nella Rocca Duca di Poggiardo, noto come il Castello. A fare da cornice ai murales le facciate dei palazzi dai pregevoli portali e delle case che attraversano il borgo. Sapori tipici, bellezze artistiche, musica popolare contraddistinguono anche l’evento “Per le antiche vie del Pietrafesa”, il quale che si dispiega lungo le antiche stradine del borgo di Satriano di Lucania.

I MURALES DI SATRIANO DI LUCANIA

Opere d’arte di straordinaria bellezza raccontano all’ospite di Satriano di Lucania la quotidianità, le credenze popolari, particolari della vita del pittore noto come il Pietrafesa originario del paese del Melandro.

I murales di Satriano di Lucania sono veri e propri affreschi realizzati da diversi artisti e rappresentano una peculiarità del paese di cui decorano le facciate delle architetture che attraverso il centro storico.

Oggetto delle raffigurazioni sono temi vari: dagli antichi mestieri, a credenze magiche e momenti di vita del pittore De Gregorio, detto “Il Pietrafesa”, nato proprio a Satriano di Lucania e vissuto nella seconda metà del 1600.

Da vedere anche il Museo della Civiltà Contadina.

IL MUSEO MULTIMEDIALE “IL PALCO DEI COLORI DE IL PIETRAFESA”

Nella residenza signorile della Rocca di Poggiardo il visitatore viene accolto dallo stesso Giovanni De Gregorio, detto “Il Pietrafesa”.

La figura del più celebre tra i pittori lucani del Seicento si manifesta all’ingresso attraverso uno specchio che introduce e accompagna gli ospiti lungo un percorso che conduce nella sala del video-ambiente. Qui lo spettatore è proiettato in una dimensione onirica, in cui immagini, giochi di luci e musica si rincorrono in un flusso incessante. Oltre quaranta opere digitalizzate costituiscono un tragitto multisensoriale.

In altissima definizione e custodite in tavole touch-screen, le immagini, molte inedite, rimandano ai capolavori dell’artista lucano disseminati tra Basilicata, Campania e Calabria. In un’altra sala del Museo, sfogliando un libro digitale sospeso a mezz’aria, si ripercorre il contributo culturale di artisti, poeti, musici, giuristi ed ecclesiastici del Seicento lucano. Tutti i giorni solo su prenotazione

IL MUSEO DELLA CIVILTÀ CONTADINA

L’antico Palazzo Loreti, appartenuto ad una ricca famiglia del Settecento, oltre ad essere sede del municipio, ospita anche il Museo della Civiltà Contadina e il Museo Archeologico Satriano Antica.

Il primo spazio espositivo della piccola struttura museale propone la fedele ricostruzione di un’abitazione contadina di tipo tradizionale, e comprende, nello stesso ambiente, la cucina, la camera da letto e il ricovero per gli animali. Nella seconda stanza sono esposti gli oggetti del lavoro contadino.

Cucina genuina e saporita impreziosita da prodotti locali che la rendono indimenticabile al palato di chi la prova.

Ottimi i formaggi, saporite salsicce e insaccati dal sapore unico irrorati da buon vino troneggiano sulle tavole satrianesi. I primi piatti vedono come protagonisti i ‘cavatelli’ fatti a mano, una tipologia di pasta casereccia che, come le orecchiette e i fusilli sono conditi da squisiti sughi di carne.

Imperdibili sono poi i fagioli con le patate e il baccalà. Tipico piatto per gli amanti del genere è la minestra di cavoli con l’osso di prosciutto. Molto usati sono i peperoni ripieni, come contorno a portate di carne tra cui predominano capretto e agnello.

Satriano sorge nell’area del Melandro, in provincia di Potenza, e ricade nello splendido scenario del Parco Nazionale dell’Appennino Lucano Val D’Agri Lagonegrese, il più giovane dei Parchi nazionali italiani.

Il parco è caratterizzato da un’eccezionale biodiversità animale, che comprende nuclei di piccoli mammiferi carnivori, come la puzzola e il gatto selvatico, e la lontra, oltre al lupo che è presente in buona parte del territorio dell’area verde. Non mancano negli spazi acquatici gli anfibi, con avvistamenti di ululone dal ventre giallo e salamandrina dagli occhiali.

Per nulla deludente è la biodiversità vegetale tra alberi, fiori e varie specie di naturali. Tutti i  borghi compresi nel parco hanno storie e peculiarità sorprendenti per cultura, valori sacri, natura

Proprio nello spazio ambientale di Satriano si svolge il Lucania Etnofolk Festival, finalizzato alla valorizzazione della musica folk popolare che trova ampio spazio in Basilicata per gli aspetti culturali e gli strumenti musicali che contraddistinguono soprattutto questo ambito territoriale.

Interessanti a Satriano di Lucania sono anche gli edifici sacri che custodiscono pregevoli opere artistiche, come gli affreschi del pittore originario del paese lucano e noto come “Il Pietrafesa”.

Il borgo del paese del Melandro, con i suoi suggestivi vicoletti su cui insistono palazzi gentilizi sei settecenteschi, si sviluppa attorno alla chiesa madre dedicata a San Pietro Apostolo, ricostruita negli anni Cinquanta sull’originaria chiesa seicentesca, di cui si può ammirare solo il campanile. Interessante è anche la chiesa dell’Assunta, il cui nucleo originario risale al XII-XIII secolo.

Da non perdere sono poi la quattrocentesca cappella della Madonna della Rocca, ricavata proprio nella roccia, e la cinquecentesca cappella di San Giovanni, con all’interno un affresco di Giovanni De Gregorio, detto “Il Pietrafesa”, uno dei massimi esponenti della cultura pittorica lucana tra tardo manierismo e barocco, nato proprio a Satriano di Lucania. L’artista ha firmato molte delle opere conservate in numerose chiese della regione.

Un uomo albero rivestito di edera, la pianta che ricopre i boschi di Satriano di Lucania, il “Rumit”, è il protagonista del Carnevale, ma anche rito arboreo, del comune che ricade nel Parco Nazionale dell’Appennino Lucano.

Il rito inneggia alla natura e al suo forte legame con l’uomo e, il sabato precedente il Martedì Grasso, rappresenta una foresta che cammina, composta da 131 Rumit, quanti sono i comuni della Basilicata, lanciando un messaggio ecologista e colorando di verde una piazza del paese. A dare lo spunto è la cineistallazione “Alberi” di Michelangelo Frammartino già presentata al MO.MA di New York.

La mattina della domenica precedente il Martedì Grasso, come da tradizione secolare, i Rumit spontanei vagano per le strade del paese bussando alle porte e lasciando un buon auspicio in cambio di un dono. Nel pomeriggio si tiene la sfilata delle altre maschere tipiche: l’Orso, la Quaresima e la messa in scena del Matrimonio con lo scambio dei ruoli.

Nello straordinario scenario del Parco Nazionale dell’Appennino Lucano, in cui ricade Satriano di Lucania, si possono praticare diverse attività all’aria aperta in ogni stagione.

Nella cornice del parco ricade il Bosco Ralle, in territorio di Satriano di Lucania, uno spazio che si presta ad entusiasmanti escursioni negli ampi spazi all’aperto tra gigantesche piante di faggio e altre specie vegetali che sono frequentemente oggetto di approfondimento da parte degli studenti delle scuole lucane, e non solo, nel corso di gite per giovani esploratori.

Nel perimetro del parco sono inoltre allestiti comodi spazi picnic per momenti di ristoro e relax, ma il riposo all’aria aperta è garantito anche sulle distese di verde che circondano l’area per godere della magica atmosfera che circonda l’intero spazio.

L’area del bosco si presta a diverse attività, oltre a passeggiate ed escursioni, nel corso delle quali è possibile scoprire la Fontana delle brecce, ci si può spingere fino al laghetto artificiale, luogo ideale per gli appassionati di pesca sportiva. Nel territorio circostante sono consentite anche piacevoli passeggiate a cavallo.

Trekking e cicloturismo sono le possibilità offerte all’interno dell’immenso Parco dell’Appennino Lucano agli amanti della natura.

Nel territorio di Satriano, inoltre, è possibile trovare le note “falesie” lucane”, consistenti in una roccia prevalentemente calcarea immersa in una natura selvaggia incontaminata, per arrampicate sportive entusiasmanti, grazie alla presenza di pareti verticali, di piccola e media difficoltà.

Quel che resta dell’antica Satrianum, secondo una leggenda distrutta da un incendio causato dalla regina Giovanna II d’Angiò di Napoli, è la cosiddetta Torre di Satriano, la quale rientra nel vicino comune di Tito e ha portato alla luce straordinari reperti archeologici.

Con inizio verso la fine degli anni Cinquanta, le ultime campagne di scavo condotte sul sito che ricade nell’area del Melandro, oltre alla torre quadrata (forse del XII sec), hanno restituito i resti della cattedrale vescovile, che potrebbe risalire al periodo medievale, e di alcune abitazioni.

Nel corso delle indagini archeologiche è stata recuperata, in particolare, ceramica maiolicata di produzione pugliese, databile tra il XIII e il XV secolo, momento di distruzione e di abbandono del centro medioevale. Fin dai primi scavi, comunque, è emersa un’intensa frequentazione dell’area sin dall’Età del Bronzo con una continuità di occupazione protrattasi fino al basso Medioevo.

Tra la sommità e le terrazze che circondano la collina sono state rinvenute diverse aree di sepoltura legate alla presenza di un abitato risalente al VI – V secolo a. C. Spostandosi più a valle, è emerso un santuario del periodo lucano edificato vicino ad una sorgente nel corso del IV secolo a. C.

Nell’antico Palazzo Loreti, appartenuto ad una ricca famiglia del Settecento, oltre ad essere sede del municipio, ospita anche il Museo Archeologico Satriano Antica e il Museo della Civiltà Contadina.


Savoia di Lucania

L’antico borgo di Savoia si arrampica su un’altura che domina il Melandro ed è circondato da una splendida natura verdeggiante e incontaminata.

Qui ancora aleggia il nome di Giovanni Passannante, l’anarchico originario di Savoia che nel 1878 attenta alla vita di re Umberto I di Savoia, durante una sua visita a Napoli. Dietro questo episodio si cela la ragione del passaggio del nome da Salvia in Savoia di Lucania, per riparare al gesto di Passanante, cui comunque il paese ha dedicato il “museo salviano”.

L’abitato di Savoia si presenta come un tipico paese medioevale mantenendo inalterata la sua morfologia originaria in cui spicca la sagoma del castello e della chiesa madre, intorno ai quali sono state costruite le abitazioni contadine addossate l’un l’altra.

La presenza del paese, con il nome di Salvia, è attestata già in epoca normanno-sveva come casale. Subisce diverse dominazioni straniere ed è feudo dei Sanseverino di Marsico, dei de Hansche e, nel periodo aragonese, dei Gesualdo e dei Caracciolo.

Il nome del comune muta nel 1879, da Salvia in quello attuale per dimostrare la fedeltà del paese alla casa Savoia, dopo l’attentato compiuto nel 1878 dall’anarchico salviano Giovanni Passanante a danno di re Umberto I, figlio di Vittorio Emanuele II.

L’antico castello, da queste parti noto anche come “rocca”, con il borgo medioevale e la trama di vicoli che rappresentano la caratteristica più evidente del borgo fitta per il loro incunearsi tra le facciate in pietra.

A osservarlo bene, nella sua  struttura con impianto trapezoidale che si sviluppa intorno ad una corte interna, si nota che le frequenti trasformazioni non ne hanno alterato significativamente l’architettura medioevale.

La facciata principale, che guarda su piazza Marconi, s’impone allo sguardo per la sua linearità, così anche il portale in pietra con un arco a tutto sesto. Due torri svettano negli spigoli di Vico I del Popolo, mentre una terza è visibile tra l’ingresso della corte e del giardino esterno.

Allontanandosi dal punto su cui sorge il maniero e proseguendo lungo i vicoli di Savoia si possono osservare ancora quasi intatte le piccole case contadine raccolte a schiera addossate le une alle altre amo’ di baluardo difensivo.

Dopo una passeggiata alla scoperta del borgo non può mancare una visita al “museo salviano” in cui si possono ripercorrere le gesta del controverso cittadino concittadino Giovanni Passannante, l’anarchico che nel 1878 attentò alla vita di re Umberto I, figlio di Vittorio Emanuele II.

IL MUSEO DELLA MEMORIA, STORIA DI UN ANARCHICO: PASSANNANTE, CIMELI E DOCUMENTI DEL FASCISMO DI SAVOIA DI LUCANIA

Una sezione è dedicata al movimento anarchico, un’altra alla storia del Fascismo.

In questi spazi viene presentata la controversa figura di Passannante, colui che attentò alla vita di Re Umberto I di Savoia, nel 1878, oltre alla proiezione del cortometraggio che ripercorre le fasi del processo cui fu sottoposto lo stesso Passannante.

Il Museo espone anche la collezione Vernotico, tra quelle italiane una della più fornite di cimeli e documenti del periodo del regime fascista.

È un vero piacere sedersi a tavola e gustare i prodotti tipici della cucina di Savoia di Lucania, dove predominano i sapori antichi, tra salumi, peperoni “cruschi”, formaggi freschi, verdure e ortaggi sott’olio.

I primi piatti sono per lo più a base di pasta fresca e gradevoli zuppe di legumi, mentre tra i secondi predominano portate a base di carne.

A suggellare la bontà della tradizione culinaria concorrono gustosi dolci tradizionali.

Boschi e scorci panoramici circondano Savoia di Lucania, uno dei bei comuni del Melandro.

La natura più incontamianata predomina nel vicino bosco Luceto fitto di cerri e carpini dai rami e dalle radici inestricabili e priva di sentieri ben battuti, forse per questo particolarmente affascinante. Ci si può spingere inoltre fino al Vallone del Tuorno, “tuono”, affluente del Melandro, per arrivare a scoprire sei meravigliose cascate, in alcuni casi alte fino a 20 metri.

Il paesaggio del Luceto è inoltre impreziosito da scorci di selvaggia bellezza, come le millenarie stalattiti e stalagmiti, le sorgenti di acqua solforosa e un vecchio mulino ad acqua, “lu Mulniedd”. Zona ricca di castagni e felci è poi quella del monte Carvarino, in località Macchia Carrara, dove gli appassionati possono raccogliere funghi galletti e piante di fragole e lamponi in abbondanza.

L’area costituisce anche un sito di elevata spiritualità per la presenza della maestosa statua dedicata a San Rocco, Patrono di Savoia, posta proprio sulla vetta del monte.

Una volta qui, si può godere di una splendida vista che abbraccia l’intera Valle del Melandro.

Tappa irrinunciabile tra le architetture di Savoia di Lucania è quella nella chiesa madre dedicata a San Nicola di Bari, in pieno centro storico, a pochi passi dal castello.

Un elegante portale in pietra locale abbellisce la facciata, senza’altro più semplice è invece il portale laterale con leggere cornici.

d’impatto è anche il campanile a base quadrata e a quattro piani.

L’interno, a pianta quadrata, è a tre navate e custodisce grandi tele che narrano scene di episodi biblici di Nuovo e Vecchio Testamento. Pregevole è l’altare maggiore di fattura barocca e dedicato all’Immacolata, di cui ospita la statua lignea nella nicchia centrale.

Gli amanti della natura nel territorio di Savoia di Lucania trovano la location ideale per vivere momenti a totale contatto con la natura più incontaminata e selvaggia.

Boschi e scorci panoramici circondano il paese, come il bosco Luceto fitto di cerri e carpini dai rami e dalle radici inestricabili che, seppur privo di sentieri ben battuti, assume un fascino unico. Dotati del giusto abbigliamenti e seguendo le dettagliate indicazioni, ci si può inoltrare fino al Vallone del Tuorno, “tuono”, affluente del Melandro e ad “Acqua Solforosa”.

Dopo una discesa tra gli alberi un tratto lungo il corso del torrente, un rumore di acqua rivela la presenza di sei meravigliose cascate, alcune delle quali sono alte fino a 20 metri. Passeggiando nel suggestivo ambiente del Luceto si è sorpresi da scorci di selvaggia bellezza, come le millenarie stalattiti e stalagmiti, sorgenti di acqua solforosa, e un vecchio mulino ad acqua, detto “lu Mulniedd”.

Chi desidera immergersi nella natura percorrendo sentieri più agevoli può optare per un’escursione sul monte Carvarino, in località Macchia Carrara, tra  castagni e felci.

Questo itinerario può assumere un carattere di tipo spirituale-naturalistico per la presenza della maestosa statua di San Rocco, Patrono di Savoia di Lucania, posto proprio sulla vetta del monte, da cui si gode di una splendida vista sull’intera Valle del Melandro.


Tito

Tito è un piccolo paese del Melandro, alle porte del Capoluogo di Regione, ed è uno dei borghi lucani che ricadono nel Parco Nazionale dell’Appennino Lucano Val D’Agri Lagonegrese.

Percorrendo le dolci curve che conducono al suo suggestivo centro storico nel paesaggio che circonda Tito spicca la Torre di Satriano, ciò che resta dell’antica Satrianum. Distrutta da un incendio i suoi abitanti cercarono e trovarono riparo presso i territori vicini, tra cui Tito. Oggi la torre medioevale di origine normanna è un simbolo caro alla popolazione.

Una volta in paese sulla Piazza del Seggio – presso la quale durante i moti repubblicani del 1799 è stata giustiziata l’eroina Francesca Cafarelli De Carolis – si impone alla vista il Palazzo comunale decorato da un arco durazzesco del XV secolo.

Spostandosi verso la parte alta dell’abitato, si arriva al Convento di Sant’Antonio da Padova, qui lasciano senza parole gli affreschi del chiostro incentrati sulle storie del Santo e realizzati dal pittore Giovanni De Gregorio, detto “Il Pietrafesa”, nato nella vicina Satriano di Lucania e uno dei massimi esponenti della cultura pittorica lucana tra tardo manierismo e barocco.

Una storia intensa ha segnato il passato del paese che in origine si affacciava sull’attuale zona industriale, molto florida e ricca di aziende.

Non si esclude che il nome derivi dal console romano Tito Sempronio Cracco a lungo attivo nel territorio di Tito vecchio durante la seconda guerra punica (III-II sec. a.C.). A causa della distruzione dell’antico abitato, come riportato dallo storico Tito Livio, gli abitanti si rifugiano su uno sperone nei pressi della fiumara di Tito, dove sorge l’attuale paese, conoscendo il momento di maggior popolamento a seguito della distruzione dell’antica Satrianum (1420-1430) e la conseguente fuga degli abitanti superstiti proprio a Tito.

I titesi hanno avuto un ruolo predominante durante i moti repubblicani del 1799, e di quel momento storico resta vivo il ricordo della eroina Francesca Cafarelli De Carolis, giustiziata nella piazza del Seggio.

Non meno considerevole è stato il protagonismo del paese  durante la cacciata dei Borboni (1860) e l’adesione della Basilicata al Regno d’Italia.

Un particolare aspetto culturale del paese è legato alla parlata dei suoi abitanti, dalla singolare sonorità, che il filologo Gerhard Rohlfs ha individuato nel dialetto galloitalico, diffuso nell’Italia settentrionale e caratteristico di alcuni comuni della provincia di Potenza tra cui Tito.

A Tito si può visitare la biblioteca, custode del prezioso “Fondo Alianello” dedicato a Carlo Alianello (1901-1981), il “capostipite” del revisionismo del Risorgimento, nato da padre potentino e madre titese. Il Fondo comprende l’archivio del letterato, dono dello scrittore e sceneggiatore alla città materna. Oltre all’esposizione di manoscritti, opere in prosa e in poesia inedite, il Fondo custodisce quadri, autoritratti, foto, schizzi a matita e oggetti personali.

Perdendo lo sguardo sul territorio che circonda il paesino del Melandro, l’attenzione cade inevitabilmente sulla torre medioevale di Satriano.

Il sito, oggetto di numerose e proficue campagne di scavi, fino ad un determinato tratto è raggiungibile in macchina, poi è necessario procedere a piedi per ammirare i resti della torre quadrata edificata dai normanni nel XII secolo, ruderi di mura e di un’antica basilica dedicata a Santo Stefano protomartire.

La torre è quanto resta dell’antica Satrianum, roccaforte longobarda sorta su un sito dall’interessante valore archeologico che va dall’età del ferro al Medioevo.

La buona cucina è uno dei punti di forza del piccolo comune del Melandro, dove predomina la squisitezza dei formaggi, e degli ottimi salumi, prodotti in loco.

Uno dei piatti tipici è costituito dai “cavatelli”, pasta fatta in casa, come le orecchiette e i fusilli con il sugo di salsiccia, o le “laaned”, tagliatelle con fagioli o, tra i secondi, patate e baccalà e minestra di cavoli con l’osso di prosciutto. Stuzzicanti e particolarmente diffusi nella tradizione gastronomica titese sono i peperoni ripieni.

L’intraprendente comune di Tito insiste nell’area del Melandro, in provincia di Potenza, e ricade nello splendido scenario del Parco Nazionale dell’Appennino Lucano Val D’Agri Lagonegrese, il più giovane dei Parchi nazionali italiani.

Il parco è caratterizzato da un’eccezionale biodiversità animale, che comprende nuclei di piccoli mammiferi carnivori, come la puzzola e il gatto selvatico, e la lontra, oltre al lupo che è presente in buona parte del territorio dell’area verde. Non mancano negli spazi acquatici gli anfibi, con avvistamenti di ululone dal ventre giallo e salamandrina dagli occhiali.

Per nulla deludente è la biodiversità vegetale tra alberi, fiori e varie specie di naturali. Chiunque raggiunga il parco resta folgorato dagli incantevoli scenari ambientali che lo caratterizzano.

Una salutare passeggiata lungo il corso di Tito può condurre poco fuori dall’abitato, in località “Acqua Bianca”, che prende il nome dal residuo lasciato impresso sulle pietre dalle sorgenti di acque minerali, che sgorgano sin dall’antichità e dall’800 sono definite sulfuree e ferruginose.

Non molto lontano dal territorio di Tito sorge il Monte Li Foi che domina un’ampia vallata dell’area del Melandro e dell’alta valle del Basento, a ridosso del vicino comune di Picerno. Per i 900 ettari di bosco che lo attraversano, costituito soprattutto da alberi di faggio, la Società Italiana di Botanica ha censito il Monte Li Foi tra i biotipi della Basilicata.

Nella parte alta dell’abitato di Tito si può ammirare uno scrigno di arte sacra davvero suggestivo: il Convento Francescano di Sant’Antonio da Padova, a pianta quadrata, costruito nel 1514.

Lasciano senza parole i pregevoli affreschi del chiostro incentrati sulla vita del Santo realizzati dal pittore Giovanni De Gregorio, detto “Il Pietrafesa”, nato nella vicina Satriano di Lucania e uno i massimi esponenti della cultura pittorica lucana tra tardo manierismo e barocco.

Non si può non visitare anche la chiesa annessa al convento a due navate riccamente stuccate. Sulla parere del lato settentrionale la chiesa è impreziosita da un affresco, in sei quadri, raffigurante i miracoli compiuti da Sant’Antonio da Padova nel corso della sua vita. L’arte del Pietrafesa si può ammirare anche in questo tempio, attraverso un olio che rappresenta un’Immacolata (1629).

Degna di nota è anche l’antica chiesa madre dedicata a san Laviero martire, Patrono del paese, databile nel 1465. Più volte ricostruita in seguito ai crolli causati dai frequenti terremoti ma non del tutto ristrutturata, la chiesa di San Laviero presenta una facciata colorata in giallo e un tetto a capanna sul quale svetta un piccolo crocifisso.

Il portale di accesso è sormontato da un arco a tutto sesto chiuso a vetri. Al lato è conservata una delle navate dell’edificio originario che era a pianta latina.

A Tito, come a Melfi, sono state girate le scene esterne della fiction Rai (1980) “L’eredità della Priora”, in sette puntate, tratta dall’omonimo romanzo di Carlo Alianello (1901-1981), che ne è stato anche sceneggiatore, di origini titesi.

La madre del “capostipite” del revisionismo del Risorgimento, Luisa Salvia, nacque proprio nel piccolo comune alle porte di Potenza. Lo sceneggiato è ambientato principalmente in Basilicata – alcune scene sono state girate anche nella bella Melfi, città federiciana che sorge nel cuore del Vulture Melfese – durante il periodo del brigantaggio postunitario seguito alla fine del Regno delle Due Sicilie e dell’Unificazione d’Italia.

Nello straordinario scenario del Parco Nazionale dell’Appennino Lucano, in cui ricade Tito, si possono praticare diverse attività all’aria aperta in ogni stagione.

Nel perimetro del parco sono allestiti comodi spazi picnic per momenti di ristoro e relax, ma il riposo all’aria aperta è garantito anche sulle distese di verde che circondano l’area per godere della magica atmosfera che circonda l’intero spazio.

L’area del bosco si presta a diverse attività, oltre a passeggiate ed escursioni, nel corso delle quali è possibile scoprire la Fontana delle brecce, ci si può spingere fino al laghetto artificiale, luogo ideale per gli appassionati di pesca sportiva. Nel territorio circostante sono consentite anche piacevoli passeggiate a cavallo, trekking e cicloturismo.

I sentieri aperti nei borghi circostanti ben si prestano per gli amanti di mountain bike per percorsi avventurosi e unici.

Ma a Tito anche gli amanti delle due ruote e dell’equitazione possono soddisfare la propria passione grazie alla presenza di una pista omologata di quarta categoria per motocross, riconosciuta anche dalla Federazione italiana motociclistica, e alla predisposizione del territorio ad attività di trekking a cavallo.

Per coniugare natura e archeologia si può intraprendere una lunga passeggiata alla volta della torre medioevale di Satriano, sito di grande valore archeologico raggiungibile fino ad un determinato tratto in macchina. Poi infatti è necessario procedere a piedi per ammirare i resti della torre quadrata edificata dai normanni nel XII secolo, ruderi di mura e di un’antica basilica dedicata a Santo Stefano protomartire.

Per respirare aria pulita e circondarsi della natura più incontaminata, non distante da Tito sorge il Monte Li Foi, nel comune della vicina Picerno, caratterizzato da fenomeni carsici come i “karren-feld, doline e laghetti stagionali.  Stradine e sentieri attraversano l’area naturale in cui è facile incontrare animali al pascolo, fino a raggiungere una estesa area picnic in cui ristorarsi e riposare dopo le intense passeggiate ideali per famiglie con bambini.

Il Monte Li Foi è anche meta di escursionisti esperti e mountain di mountain bikers a livelli avanzati.

La Torre di Satriano è quel che resta dell’antica Satrianum, secondo una leggenda distrutta da un incendio causato dalla regina Giovanna II d’Angiò di Napoli. Il sito, che rientra nel comune di Tito, ha portato alla luce straordinari reperti archeologici.

Con inizio intorno alla fine degli anni Cinquanta, le ultime campagne di scavo condotte sul sito che ricade nell’area del Melandro, oltre alla torre quadrata (forse del XII sec), hanno restituito i resti della cattedrale vescovile, che potrebbe risalire al periodo medioevale, e di alcune abitazioni.

Nel corso delle indagini archeologiche è stata recuperata, in particolare, ceramica maiolicata di produzione pugliese, databile tra il XIII e il XV secolo, momento di distruzione e di abbandono del centro medioevale. Fin dai primi scavi, comunque, è emersa un’intensa frequentazione dell’area sin dall’Età del Bronzo con una continuità di occupazione protrattasi fino al basso Medioevo.

Tra la sommità e le terrazze che circondano la collina sono state rinvenute diverse aree di sepoltura legate alla presenza di un abitato risalente al VI – V secolo a.C. Spostandosi più a valle, è emerso un santuario del periodo lucano edificato vicino ad una sorgente nel corso del IV secolo a. C.


Tolve

Tolve è uno dei principali centri di spiritualità della Basilicata e delle regioni limitrofe per l’intensa devozione alla figura di San Rocco, venerato il 16 agosto e il 16 settembre.

Il paese, così, è meta di migliaia di pellegrini che ogni anno, per lo più a piedi, raggiungono il santuario diocesano dedicato al santo taumaturgo. Nel suo nome sono stati strutturati anche i “Percorsi Rocchiani”, rete di itinerari che tra natura e spiritualità conducono al santuario da vari punti del territorio lucano e delle regioni limitrofe.

Centro gotico e poi longobardo, successivamente conquistato dai Normanni, il paese di Tolve si presenta appollaiato su uno sperone arenario e tutt’intorno è circondato da alti monti ricoperti di boschi popolati da diverse specie animali come il lupo appenninico e il cinghiale. Il paese presenta tratti tipici del borgo-fortezza tra i resti del castello e l’Arco delle Torri, inserito nella cinta muraria.

Non molto fuori dal paese il paesaggio è puntellato dalle cantine con caratteristici portoncini colorati, qui viene lavorato e conservato il vino secondo la più antica tradizione.

Tracce di villaggi neolitici (2800-2500 a.C.) sono stati rinvenuti alle falde del monte Moltone e in località Magritiello, nel territorio di Tolve.

Ma la presenza umana si fa più interessante, tra il VII e il IV secolo a.C., a quest’ultimo periodo in particolare risalgono le ville del Moltone e di piana San Pietro.

Nella fase medioevale a Tolve si ravviva quello che è l’attuale abitato e all’interno del borgo si sviluppano numerose abitazioni e botteghe artigiane, oltre alla sua caratteristica di centro agricolo-pastorale-artigiano conservato riconoscibile ancora oggi.

Negli usi e nelle tradizioni della città resta indelebile il segno della dominazione longobarda, ma non da meno sarà quella normanna, cui si deve la fondazione del castello, non più esistente.

Chi raggiunge Tolve per onorare la figura di San Rocco, può addentrarsi nel borgo antico e scoprire anche le altre peculiarità del paese.

Al borgo medioevale si accede attraverso l’Arco delle Torri (XVII – XVIII sec.), nella cinta muraria del XII secolo e, proseguendo lungo via Marsala, si riconosce anche l’arco in pietra bugnata (XVII – XVIII). Adiacente alla chiesa di san Pietro è visibile l’ex palazzo governativo (XVI sec.), edificio di modeste dimensioni, decorato da un portale in pietra lavorata, in cui sono custoditi i numerosi ex voto dedicati a San Rocco.

Di particolare interesse sono poi architetture storiche come palazzo D’Erario, con un portale di ingresso in pietra bugnata a punta di diamante e arco a tutto sesto, di chiara impronta rinascimentale, e palazzo Ruzzi, che si sviluppa su due piani, con la facciata scandita da lesene.

Va ricordato inoltre che non molto distante dal paese, sulle pendici del monte Moltone, si trovano i resti di una villa romana con un cortile centrale, alcuni ambienti residenziali e locali utilizzati per i lavori agricoli e per il ricovero degli animali.

La cucina tipica tolvese si basa su prodotti genuini e piatti tradizionali a base di pasta fatta in casa, carni locali e legumi.

Molto diffusi, soprattutto nei menù preparati in occasione delle giornate di festa, sono piatti ricchi e composti in cui spesso predominano i cardi rigorosamente selvatici. Particolarmente utilizzata è anche la carne di agnello che può essere proposta bollita e insaporita da un impasto che mette insieme uova e finocchietto selvatico o accompagnata da asparagi, salsiccia e formaggio.

Il territorio di Tolve rientra nell’area dell’Alto Bradano ed è circondato da aree boschive di particolare bellezza.

Raggiungerlo Significa sentirsi parte del più pittoresco dei paesaggi memorizzando negli occhi e nell’anima un paesaggio che difficilmente si dileguerà.

Immense distese di colture cerealicole, interrotte a tratti da oliveti e da antichi lembi residui di boschi, restituiscono scenari di assoluta bellezza, in cui si possono riconoscere maestosi alberi di roverella, meta di escursione per gli amanti della natura.

A Tolve la spiritualità ha il volto di San Rocco, il santo taumaturgo di Monteppelier, venerato dai lucani ma anche da devoti provenienti dalle regioni vicine alla Basilicata.

La cinquecentesca statua del santo – che la devozione popolare configura come il “Protettore dal flagello della peste” –  la stessa portata a spalla dai fedeli durante le processioni del 16 agosto e del 16 settembre, è custodita nella chiesa madre di San Nicola, oggi santuario diocesano, in cui si può ammirare anche un affresco del battesimo di Gesù, una statua di San Nicola e un crocifisso ligneo.

Non molto distante si trova la chiesa di San Pietro, fondata dai monaci benedettini nella seconda metà dell’XI secolo.

L’imponente portale romanico in pietra è stato attribuito alla scuola di Melchiorre da Montalbano (fine del XIII secolo), mentre il sopralzo decorato è datato 1546. Nell’interno conserva, sull’altare maggiore di legno, il dipinto su tela Immacolata, Santi, Angeli del XVII secolo. Da notare sulla parete sinistra, in una nicchia, la scultura lapidea medioevale Madonna con Bambino.

Particolarmente suggestivo è poi il monastero di San Francesco, ultimato nel 1586.

IL SANTUARIO DIOCESANO E LA SIMBOLOGIA LEGATA A SAN ROCCO

In stile romanico la chiesa sorge in posizione dominante nel centro storico del paese, costruita probabilmente nel XII secolo.

Con pianta a tre navate, particolarmente interessante risulta quella laterale sinistra con tre altari, due dei quali sono rispettivamente dedicati a San Biagio e al Sacro Cuore, in cui si conserva un pregevole polittico ligneo del 1400 realizzato dalla scuola napoletana fondata da Giotto intorno al 1330, e quello centrale a San Rocco.

Nella chiesa di San Nicola è accuratamente conservata la cinquecentesca statua lignea di olivo di San Rocco, ritrovata nel XVI secolo in una località molto vicino all’abitato. Chiunque la osservi resta estasiato dallo sguardo intenso del volto che accenna un rassicurante sorriso. In occasione delle celebrazioni in onore del santo di Montepellier la statua viene ricoperta di oro dai fedeli.

L’intensità della devozione al santo trova conferma anche nel cospicuo patrimonio di ex voto conservati nella “Casa del Pellegrino”, ai piedi del santuario diocesano. Si tratta di tavolette dipinte, immagini, parole, oggetti, esempio della particolare venerazione nei confronti del santo taumaturgo.

Molto suggestivi sono poi i cosiddetti “Percorsi Rocchiani”, rete di itinerari che tra natura e spiritualità conducono il pellegrino o il semplice visitatore al santuario da vari punti del territorio lucano e delle regioni limitrofe.


Ruoti

Ruoti è un piccolo comune dal forte valore naturalistico immerso tra vigneti e boschi di ampia estensione con splendidi esemplari di abete bianco e sorgenti naturali.

Roccaforte longobarda e dalle origini remote, il paese situato su di un’altura che domina il corso della fiumara di Avigliano, è caratterizzato da un accogliente centro storico che lungo le sue vie vede affacciarsi pregevoli portali di antichi palazzi.

Le origini di Ruoti sono piuttosto remote e con molta probabilità risalgono al VI sec. a.C.

Sorto come rocco fortificata dai Romani, ruoti viene in seguito rifondato e nuovamente fortificato dai Lombardi. L’importanza storica del feudo di Ruoti è attestata a partire dalla metà del XII secolo, ed è appartenuto a vari signori.

Nel periodo angioino è stato dominato dai Sanseverino e dai Ferillo di Muro, mentre nel 1583 è la volta dei Caracciolo, quindi dei Capece Minulto e dei Ruffo di Bagnara.

Il centro storico di Ruoti colpisce per i pregevoli portali degli antichi palazzi che lo delimitano, tra i quali si distingue anche l’architettura della bella chiesa madre dedicata a San Nicola.

Non molto distante dal paese sono visibili i resti della villa rustica romana di San Giovanni, nell’omonima località, e un bellissimo mosaico del bassi impero.

Nel centro abitato si può ammirare ciò che resta delle mura preromane costituite da pietre calcaree di forma omogenea, mentre nella località Fontana Bona, nelle vicinanze della fontana che dà nome al luogo, è stata rinvenuta una stipe appartenuta ad un santuario che dovrebbe essere databile tra IV e III secolo a.C.

Gustosi formaggi freschi o stagionati deliziano il palato dei visitatori di Ruoti che nella cucina tipica prevede portate a base di basta fatta in casa.

Davvero stuzzicanti sono gli strascinati conditi con la menta o i cavatelli lunghi con le cime di zucca. Le distese di cereali, per lo più frumento, foraggi, ortaggi, oliveti e frutteti rende varia e appetitosa ogni portata, inoltre, la presenza di ampi vigneti consente di ricavare il vino Asprino, tipico di queste parti.

Dall’altura su cui sorge, Ruoti domina il corso della fiumara di Avigliano.

Il territorio su cui il borgo insiste ospita, nelle immediate vicinanze del paese, l’area verde nota come Abetina di Ruoti, segnalata dalla Società Botanica Italiana per la presenza dell’abete bianco ormai considerato specie rara, da cui il bosco prende il nome.

Di straordinario interesse artistico, a Ruoti, è la chiesa madre di San Nicola di Bari con impianto romanico e interno barocco.

Al suo interno il tempio conserva pregevoli tele, tra le quali degna di nota è senz’altro una Madonna delle Grazie di Giovanni De Gregorio, detto “Il Pietrafesa”, artista seicentesco di origine lucana.

La cupola e le mura perimetrali della struttura, terminati nel 1805, sono attribuite ad un discepolo del Vanvitelli. All’entrata del paese si può visitare la cappella del Calvario, che sorge su uno spuntone tufaceo tanto simili al monte Calvario, da cui il nome.

Molto importante per la comunità locale è la seicentesca chiesa di San Rocco, Patrono di Ruoti, cui il 16 agosto sono dedicate solenni celebrazioni. Caratteristica è poi la chiesa di San Vito Martire, in cui si può ammirare un altare di pietra locale mentre sulla volta spicca subito un dipinto raffigurante San Rocco.

Interessante è anche la chiesa della Madonna del Rosario con un portale in pietra locale databile tra XV e XVI secolo.