Tricarico

L’arabeggiante Tricarico si affaccia sulla vallata del fiume Basento. Patria del sindaco-poeta Rocco Scotellaro, la città è nota per “L’màsh-k-r ”, figuranti travestiti da “mucche” e “tori” protagonisti del carnevale.

Il centro storico medioevale è tra i più importanti e meglio conservati della Basilicata, composto dai quartieri arabi della  “Ràbata” e “Saracena”, quelli normanni del “Monte” e “Piano”, e la “Civita”, dove strade e vicoli assumono aspetti diversi a seconda della dominazione da cui sono stati messi in piedi.

Tra le numerose chiese si distingue uno dei principali luoghi mariani della regione: il Santuario della Madonna di Fonti, raggiunto a piedi ogni anno da molti fedeli. Non passa inosservata l’alta Torre Normanna annessa al castello costruito con molta probabilità tra IX e X secolo come rocca fortificata e poi modificato in epoca normanno-sveva fra XI e XIII.

Il paesaggio è circondato da boschi estesi popolati da maestose querce e imponenti cerri.

La storia

La storia di Tricarico, profondamente segnata dalla dominazione araba, sembra avere inizio intorno all’849, anno in cui risale la prima testimonianza documentata sulla città.

Tra il IX e il X secolo gli arabi si insediano stabilmente nel territorio, imprimendo le loro tracce nel tessuto urbano, come si può notare visitando i rioni Ràbata e Saracena. Seguiranno i bizantini anch’essi molto influenti nella cultura e nelle tradizioni tricaricesi, al punto che le celebrazioni religiose si sono svolte secondo il rito greco fino alla prima metà del '200.

Nel 1048 è la volta dei normanni, mentre nel 1080 è Roberto il Guiscardo ad entrare in possesso del feudo. Tricarico apparterrà poi alla famiglia Sanseverino fino al 1605, per divenire, in seguito, feudo di Francesco Pignatelli, duca di Bisaccia e, successivamente, del genovese Alessandro Ferrero. La città apparterrà quindi alla famiglia Revertèra fino alla soppressione della feudalità.

Una svolta determinante, nelle vicende più recenti, Tricarico la vivrà con la figura del poeta e politico Rocco Scotellaro, che ne sarà sindaco a soli 23 anni, dal 1946 al 1948 e poi fino al 1950.

Il patrimonio culturale

La dominazione normanna e il ruolo di Rocco Scotellaro hanno lasciato tracce indelebili nella cultura e nelle architetture di Tricarico e della sua gente.

Ogni simbolo rimanda alla figura di Scotellaro, come la targa apposta sulla sua casa: “Rocco Scotellaro: sindaco socialista di Tricarico – poeta della libertà contadina”. Mentre tra i vicoli stretti e ciechi del centro storico risuonano i versi delle sue poesie, lungo un percorso letterario costruito su pannelli lignei.

Nel cimitero di Tricarico, proprio nel punto in cui riposa il meridionalista, l’amico Carlo Levi ha disposto la costruzione di un vero e proprio monumento funebre, con una finestra sul panorama collinare, quel “versante lungo del Basento” sempre descritto da Scotellaro nelle sue opere e su una delle pietre sono stati incisi i versi finali della poesia “Sempre nuova è l'alba”.

LA CASA DI ROCCO SCOTELLARO

In questo piccolo edificio del centro di Tricarico è nato il poeta, scrittore e politico Rocco Scotellaro, la cui figura ha segnato profondamente il panorama letterario e politico del suo paese e del Mezzogiorno.

Passeggiando lungo il borgo ci si imbatte così nella casa del suo cittadino illustre, nonché sindaco a soli 23 anni, dal 1946 al 1948 e poi fino al 1950, la cui figura è stata determinante per aver vissuto in prima persona la vicenda dell’occupazione delle terre e tutta la questione meridionale.

In segno di riconoscenza il popolo tricaricese ha apposto all’ingresso una targa che recita: “Rocco Scotellaro: sindaco socialista di Tricarico – poeta della libertà contadina”.

IL CENTRO DI DOCUMENTAZIONE ROCCO SCOTELLARO E LA BASILICATA DEL SECONDO DOPOGUERRA.

Nell'ex convento di San Francesco, a Tricarico, è custodita gran parte della documentazione appartenuta al sindaco-poeta Rocco Scotellaro.

Il centro è stato fondato nel 2003 in occasione del cinquantenario della morte dell’illustre cittadino tricaricese e ha lo scopo di custodire ogni testimonianza legata alla sua figura e al suo contesto storico, oltre a gestire una biblioteca specialistica con opere dedicate o scritte da Scotellaro sul meridionalismo.

Il centro promuove inoltre attività di ricerca, convegni, mostre e pubblicazioni in collaborazione con Università e Istituti culturali italiani, al fine di sollecitare il dibattito sul Mezzogiorno d'Italia.

IL CASTELLO NORMANNO E LA TORRE

Costruito con molta probabilità tra IX e X secolo come rocca fortificata, con annessa una maestosa torre alta 27 metri, viene modificato in epoca normanno-sveva, tra XI e XIII secolo.

Al suo interno si può ammirare un magnifico ciclo di affreschi di inizio Seicento realizzato dal pittore lucano Pietro Antonio Ferro. La torre, a forma cilindrica e disposta su quattro piani e coronata da caditoie, ha continuato a svolgere la sua funzione militare fino al ‘600, mentre il castello, nel 1333, è divenuto sede di un monastero di suore di clausura, fondato dalla contessa di Tricarico, Sveva, moglie di Tommaso Sanseverino, e soppresso nel 1860.

Dal 1930 l’imponente maniero ospita il Convento delle Discepole di Gesù Eucaristico.

IL PALAZZO DUCALE

Si impone alla vista del visitatore, nel centro di Tricarico, come uno degli edifici di interesse storico, artistico e monumentale più significativi.

Il palazzo conserva un impianto cinquecentesco e si sviluppa in sale con soffitti lignei e dipinti del '700, in cui dal marzo del 2001 è ospitata una pregevole raccolta di reperti archeologici, a testimonianza dell’importanza che l’area del Medio Basento assunse sin dall’età arcaica come punto strategico di comunicazione viaria. Dall'atrio del palazzo, cui si accede attraverso due portali in pietra, si può ammirare una splendida e panoramica vista sulle valli del Bradano e del Basento.

I sapori

Come tutta la cucina lucana anche quella tricaricese propone piatti genuini dal sapore autentico, tra i quali si distingue la pasta fatta in casa in diverse e originali forme.

Molto apprezzati sono i “frizzuli”, i “cavatiedd” (cavatelli) a tre, a quattro o a otto dita con il sugo di carne o pomodoro, basilico e cacio ricotta, o le  “r-cchijtèll” (orecchiette) con le rape. Molto diffusa è la preparazione dell’”acquasale”, pane raffermo e bagnato condito con pomodoro fresco, olio, origano e sale, o pane cotto.

Tricarico è particolarmente nota per i salumi stagionati, ma anche per i latticini artigianali. Stuzzicanti sono anche le minestre di verdure, come il puré di fave con cicorielle selvatiche, e peperoncino. Per assaporare al meglio ogni portata vale la pena sorseggiare del buon vino locale.

Il patrimonio religioso

Uno dei simboli sacri di Tricarico è rappresentato dal santuario di Fonti, a circa 12 chilometri dal paese, ma altre architetture compongono il patrimonio spirituale della città di Rocco Scotellaro.

Il santuario della Madonna di Fonti sorge in un contesto ambientale di immenso fascino, immerso nell’omonimo bosco attraversato da alberi di querce, cerri, castagni e faggi. Qui pellegrini guidati da una forte devozione arrivano, soprattutto nel mese di maggio, l’indomani, dopo un percorso a piedi durato tutta la notte.

Esposto all’interno del complesso dell’antico Convento delle Suore Carmelitane di Santa Chiara, da non perdere è anche il presepe realizzato dall'artista lucano Frencesco Artese, una delle opere più interessanti ed esplicative della realtà lucana mai realizzate dal maestro.

LA CATTEDRALE DI SANTA MARIA ASSUNTA

La sua edificazione risale al 1601, in epoca normanna, per volontà di Roberto il Guiscardo, conte di Montescaglioso e signore di Tricarico.

Le precedenti sembianze romaniche, molto simili a quelle delle cattedrali di Acerenza e di Venosa, nel cuore del Vulture, in provincia di Potenza, sono state sostituite da interventi in stile barocco, su iniziativa dei vescovi Settimio de Robertis (1609-1611), Pier Luigi Carafa senior nel 1638 e del nipote Pier Luigi Carafa jr. La cattedrale di Tricarico, però, assume l’attuale aspetto solo tra il 1774 e il 1777, in seguito alla ristrutturazione commissionata dal vescovo Antonio del Plato a maestranze napoletane.

All’interno, con impianto romanico, si possono ammirare diversi dipinti attribuiti al pittore lucano Pietro Antonio Ferro, come una Deposizione e una Crocifissione. Interessanti sono anche un trittico dipinto su tavola della Madonna col Bambino tra i Santi Francesco e Antonio, i pannelli di un polittico raffiguranti i Santi Francesco e Antonio, l'Annunciazione di Antonio Stabile e altre pregevoli opere databili al XVI secolo e attribuite al lucano Giovanni Todisco.

IL CONVENTO DI SANTA CHIARA

Di notevole bellezza, il complesso è stato ricavato nel 1333 in un preesistente castello con l’annessa cappella del Crocifisso affrescata dal pittore seicentesco Pietro Antonio Ferro.

La chiesa del convento di Santa Chiara presenta un'unica grande navata con uno splendido soffitto a cassettoni in cui è incastonata una tela del XVI secolo raffigurante l'Assunta. Sugli altari spiccano una tela che ritrae la Porziuncola e un’altra con l’immagine dell'Immacolata attribuite ancora all’artista lucano Pietro Antonio Ferro.

LA CHIESA DI SAN FRANCESCO

Sulla centrale piazza Garibaldi si innalza il suo bel campanile a vela a due campane che le conferisce un aspetto davvero elegante.

Di fondazione duecentesca e costituita da una navata unica, la chiesa di San Francesco è decorata da un portale ad arco ogivale in stile romanico pugliese. In realtà, il tempio è annesso al convento di San Francesco fondato nel 1314 da Tommaso Sanseverino, conte di Marsico e di Tricarico, e da sua moglie Sveva, e si tratta di uno dei più antichi conventi francescani della Basilicata, le cui strutture sono state in parte demolite o rimaneggiate. La chiesa, invece, restaurata nel 1882 e dopo il sisma dell'80, domina maestosa sull'abitato.

IL CONVENTO DI SANTA MARIA DEL CARMINE

Sorge all’esterno del centro storico di Tricarico, dove viene costruito nel 1605.

Di forte impatto visivo è il suo chiostro impreziosito da dipinti raffiguranti scene bibliche che, nelle lunette, propongono storie dell'ordine carmelitano e, nei tondi, raffigurano i santi dello stesso ordine.

La chiesa è a un navata unica e abbellita da tele di Pietro Antonio Ferro, alcune delle quali propongono scene della vita della Madonna e di Cristo, altre episodi tratti dal Nuovo Testamento. Molto bello il dipinto della Madonna del Carmine, posta sull'altare maggiore, e uno con la Crocifissione e santi del 1616.

Natura e Parchi

Nel territorio di Tricarico insiste il suggestivo bosco di Fonti mentre, nelle immediate vicinanze, si può raggiungere anche il Parco Regionale di Gallipoli Cognato e Piccole Dolomiti Lucane.

Quello di Fonti è un bosco di cerri e querce molto esteso, che si affaccia a ovest sulla valle del Basento e le Dolomiti Lucane. Al suo interno, insiste il Piano della Civita, una delle più estese aree archeologiche (IV-I sec. a C.) lucane, dalla quale dista solo due chilometri il santuario Mariano della Madonna di Fonti, in cui è custodito un dipinto murale della Madonna con Bambino.

Il Parco di Gallioli Cognato e delle Piccole Dolomiti Lucane è un’area dai notevoli valori naturalistici, storici ed etno-antropologici in cui è possibile fare escursioni a piedi, a cavallo e in bicicletta.

L’area comprende la foresta di Gallipoli Cognato e il bosco di Montepiano, formato da imponenti esemplari di cerro, odorosi tigli, peri e meli selvatici, aceri, ontani e il raro agrifoglio.

In questi boschi ogni anno vengono prescelti il tronco e la cima, lo “sposo” e la “sposa”, protagonisti de “La sagra du’ Masc” uno dei numerosi riti arborei celebrati in Basilicata e noti come “Matrimoni tra gli alberi”. Nell’insolito paesaggio del parco si ergono, poi, le maestose rocce di arenaria, che formano le Dolomiti Lucane di Castelmezzano e Pietrapertosa che possono essere sorvolate grazie ad uno dei grandi attrattori lucani: “Il volo dell’angelo”.

Sulla sommità del Monte Croccia si trovano i resti della fortificazione della città lucana edificata nel IV sec. a.C.

Il Carnevale

Un cappello a falda larga coperto da un foulard e da un velo, entrambi bianchi, decorato con lunghi nastri multicolori che scendono lungo le caviglie, per la “mucca”. Un copricapo nero addobbato con lunghi nastri rossi per il “toro”.

Sono le caratteristiche delle Maschere di Tricarico, da queste parti note come "L'Mash-kr", protagoniste assolute del carnevale che vive il suo momento culmine il 17 gennaio, in occasione di Sant’Antonio Abate, e la domenica antecedente il Martedì Grasso. Alle prime luci dell’alba un suono cupo e assordante sveglia la popolazione dal torpore della notte: sono i campanacci fragorosamente agitati da figuranti travestiti che annunciano l’inizio delle celebrazioni del carnevale. Le maschere governate da un “massaro” o da un “vaccaro” raggiungono la chiesa di Sant’Antonio Abate e da qui il viaggio prosegue per il centro storico e le strade del paese.

Outdoor

Il paesaggio che circonda Tricarico è attraversato da boschi popolati da maestose querce e imponenti cerri in cui gli appassionati della natura possono dedicarsi ad avvincenti attività.

Il bosco di Fonti, nel quale sorge l’omonimo santuario meta di pellegrinaggi ogni anno, è anche il luogo ideale per escursioni e passeggiate alla scoperta di rarità vegetali e faunistiche. Ma gli amanti del trekking possono pensare di strutturare anche un itinerario che dal paese, nei pressi della torre Normanna, consenta di inoltrarsi negli spazi verdi circostanti.

Nel vicino Parco Regionale di Gallipoli Cognato e Piccole Dolomiti Lucane, inoltre, si possono praticare trekking a piedi, a cavallo e in bicicletta oltre ad escursioni guidate, lungo una fitta rete di sentieri realizzati per soddisfare le esigenze dei più esperti escursionisti o degli amanti della natura. Il contesto ambientale consente anche l’organizzazione di laboratori didattici per le scuole di diversi ordini e grado.

Archeologia

Diverse aree archeologiche circondano il territorio di Tricarico, ciascuna delle quali lascia conferma la presenza umana sin dall’epoca antica.

Nel vasto sito di Serra del Cedro sono stati individuati i resti di un insediamento, che comprende case e un'area artigianale, riconducibile alla metà del VI secolo a.C. con un periodo di continuità che si estende ai secoli V e IV a.C. Nell'area archeologica della Civita è stato portato alla luce un centro fortificato, risalente al IV e I secolo a.C., circoscritto da tre cinte murarie concentriche in pietra a blocchi squadrati dotate di porte monumentali, con all'interno abitazioni decorate da pavimenti in mosaico.

In località Calle è riemerso un insediamento romano con impianto termale, mentre una villa romana con un prezioso pavimento in mosaico policromo è stata scavata nell’area denominata Sant'Agata, presso il Basento.

www.comune.tricarico.mt.it

www.lemaschereditricarico.it

www.parcogallipolicognato.it

www.archeobasilicata.beniculturali.it

www.centrodocumentazionescotellaro.org

Approfondisci il Carnevale di Tricarico su Miti e Riti di Basilicata

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Stigliano

Stigliano si arrampica sul Monte Serra e ha un particolare valore paesaggistico perché rappresenta il limite estremo dell’area dei Calanchi.

Visitarlo desta non poche sensazioni di sorpresa tra la molteplicità dei palazzi nobiliari, l’ampiezza del suo borgo antico, denominato “la Chiazza” e dei rioni ad esso vicini, mentre il  territorio circostante è disseminato di masserie fortificate di forte fascino.

Per la sua posizione, non molto distante dal Parco Regionale di Gallipoli Cognato e Piccole Dolomiti Lucane, in particolare nel vicino bosco di Montepiano, sono imperdibili le escursioni da vivere totalmente immersi nella natura.

A Stigliano si svolge uno dei più noti e simpatici Carnevali lucani che ruota attorno alla figura del “Pagliaccio” e di carri allegorici.

La storia

La fondazione di Stigliano risale all'epoca dei primi abitatori della Lucania, i Lucani, appunto. In seguito alla caduta dell'impero romano, Stigliano viene invasa dai Goti, cui succedono i Longobardi.

Feudo di diversi signori, Stigliano è appartenuto a Goffredo Britanno, suffeudatario del Conte di Montescaglioso, passando poi a Goffredo di Sarzin, finché nel 1274 re Carlo dona il feudo a Giacomo di Bosciniano. Nel 1289 sotto Carlo II feudo è nelle mani di Guglielmo della Marra, già governatore della cittò di Napoli e vi rimane per oltre due secoli, quando passa ai Carafa. Sarà poi la volta dei Colonna di Roma.

Il patrimonio culturale

Oltre alle numerose chiese disseminate nel suo bel centro storico Stigliano può destare l’interesse del visitatore anche per i diversi palazzi nobiliari e altre architetture degne di nota.

Certamente è da considerare come tra le strutture di maggior pregio artistico l'ex Convento dei Riformati, che oggi ospita il Municipio, impreziosito dallo splendido chiostro su cui è murato lo stemma comunale con l'immagine di Tullio Ostilio.

Su di uno sperone roccioso nei pressi del paese sono ancora visibili, inoltre, i resti del castello medioevale e parte della cinta muraria.

Da ammirare, disposte tutte intorno al territorio di Stigliano, sono poi le masserie fortificate, molte delle quali ancora ben conservate, simbolo dell’appartenza al produttivo mondo agricolo-pastorale che ancora caratterizza l’economia del luogo.    

Da non perdere sono anche il Museo di Storia e Civiltà contadina e la Casa Contadina, due luoghi che indicano lo stretto legame tra un popolo e il suo passato, nei quali sono conservati oggetti che sono segni e simboli della tradizione contadina.

Il museo custodisce costumi tradizionali, suppellettili, arnesi domestici e da lavoro, suddivisi in diverse aree tematiche in modo da raccontare l’intero ciclo della vita contadina, mentre, a pochi metri, la ricostruzione di un'antica abitazione propone l’arredamento e gli oggetti originali relativi alla fine del XIX secolo.

I sapori

Piatti tipici della tradizione stiglianese sono quelli della cucina contadina a base di pasta fatta in casa, legumi  e formaggi.

Tra le portate cui proprio non si può dire di “no” si possono ricordare l’“Acquasale”, a base di pane raffermo e cipolla, il baccalà con i peperoni “cruschi” Igp di Senise e i cavatelli con le cime di rape. Tra i dolci davvero sfiziosi e irrinunciabili sono i “sospiri” ricoperti di glassa.

Natura e Parchi

Il paesaggio in cui è immerso Stigliano ha caratteristiche rare se si pensa che il borgo rappresenta il limite ultimo dell’area dei calanchi lucani.

I giganti di argilla si estendono fino ai confini con il Parco Regionale di Gallipoli Cognato Piccole Dolomiti Lucane, dove, nel bosco di Montepiano, molto vicino a Stigliano, si possono trascorrere momenti di relax e praticare escursioni avvincenti tra immensi esemplari di cerro.

Il comprensorio dei Calanchi in cui è incluso Stigliano interessa anche i comuni di Pisticci, Montalbano Ionico, Craco, Ferrandina, Salandra, Tursi e Aliano, nei quali i “giochi” di argilla assumono le sembianze di  sculture di straordinaria suggestione.

Il patrimonio religioso

La chiesa di Sant’Antonio da Padova è un capolavoro artistico da non perdere, essa fa parte dell’ex convento.

La chiesa risale al 1600 ed è caratterizzata da una splendida facciata a pietre bugnate e da una torre campanaria ricostruita ad imitazione di quella del vecchio convento di cui ancora conserva le campane. All’interno sono conservati molti quadri appartenuti all'antico convento, fra i quali un dipinto di Antonio Stabile raffigurante la Madonna col Bambino, della fine della seconda metà del 1500, e pitture di Giovanni Todisco e Domenico Guarino, oltre a un Crocifisso ligneo del Seicento.

Da non perdere è anche la chiesa madre dedicata a Santa Maria Assunta che con la sua bellissima facciata in stile barocco si erge proprio al centro della parte antica del paese. Tra le opere d’arte in essa custodite spicca un sontuoso polittico del XVI secolo di Simone da Firenze con una solenne statua della Vergine e dipinti con santi, angeli e Dio Padre.

Nella navata centrale si può apprezzare una splendida volta in legno dorato, mentre diverse cupole caratterizzano le due navate laterali. Pregevoli sono il coro in legno intagliato e l'armadio dello stesso materiale custodito nella sacrestia. Di forte impatto emotivo è la statua della Vergine Assunta, di scuola veneta, nota anche come Santa Maria della Neve, né meno interessante è l'organo a canne (1930) realizzato da Francesco Consoli.

La visita nella chiesa madre di Stigliano può ritenersi concluso solo dopo aver apprezzato anche la cripta di notevole bellezza anche per la presenza di affreschi rinvenuti negli ultimi tempi.

Il Carnevale

Divertente e tradizionale il Carnevale di Stigliano, intitolato "Il Pagliaccio e i carri allegorici", ha radici antiche e nel corso del tempo ha subito evoluzioni radicali soprattutto nella costruzione dei carri allegorici.

Già un mese prima gruppi di giovani, con l’aiuto di adulti esperti, si adoperano a plasmare ferro e rete metallica saldati per creare strutture avvolte con carta di giornale o da imballaggio. Sapientemente preparati, i carri prendono la forma di personaggi e oggetti che sfilano la domenica precedente il Martedì Grasso e il Martedì Grasso stesso.

Outdoor

La sua posizione strategica rende Stigliano un comodo punto di partenza alla volta del vicino bosco di Montepiano, nel Parco Regionale di Gallipoli Cognato e Piccole Dolomiti Lucane.

Interessanti escursioni e visite guidate si possono praticare lungo una fitta rete di sentieri realizzati per soddisfare le esigenze dei più esperti escursionisti o degli amanti della natura alla ricerca di relax. Trekking a piedi e a cavallo, mountain bike e laboratori didattici per le scuole di diversi ordini e grado sono alcune delle numerose opportunità offerte dall’immensa distesa del Parco di Gallipoli Cognato agli appassionati del verde e dell’outdoor.

www.comune.stigliano.mt.it

www.parcogallipolicognato.it

www.angolodellamemoria.eu

Approfondisci il Carnevale di Stigliano su Miti e Riti di Basilicata

 


Montescaglioso

Montescaglioso è uno dei tesori della Basilicata e dal 2012 ha conquistato la denominazione di “Gioiello d’Italia”.

Montescaglioso ricade nell'area archeologica storica e naturale del Parco delle Chiese rupestri del Materano, dal 1993 Patrimonio dell’Umanità insieme ai Sassi di Matera.

L’importanza di questo comune della provincia materana ruota attorno all’Abbazia benedettina di San Michele Arcangelo (1079), il più considerevole dei quattro complessi monastici che hanno fatto guadagnare a Montescaglioso anche la definizione di "Città dei Monasteri".

La vicinanza al mare e a Matera, Capitale Europea della Cultura per il 2019, lo rendono punto strategico in estate e in inverno, per coniugare a momenti di relax interessanti visite culturali anche fuori dal paese, alla scoperta del territorio lucano e delle sue versatili sfumature.

Di straordinario interesse sono alcuni degli eventi organizzati a Montescaglioso, come la rievocazione storica "La Cavalcata del Borbone" e "La processione dei Misteri" nella Settimana Santa, ma altrettanto coinvolgenti sono eventi culturali e musicali come "Gezziamoci", e poi "La Notte dei Cucibocca", singolare manifestazione che coincide con il giorno dell'Epifania.

La storia

Diverse interpretazioni ruotano attorno alla denominazione di Montescaglioso da "Civitas Severiana", per Alessandro Severo che ne dominò il centro, a "Mons Cabeosus", per la ricchezza di caverne.

In principio roccaforte bizantina, poi dominata da varie famiglie feudali, lo sviluppo di Montescaglioso è fiorito intorno all'Abbazia benedettina di San Michele Arcangelo (1079), ricca di bellissimi affreschi.

Già a partire dall’età del bronzo si attesta la più antica frequentazione dell’area, ma la costituzione del primo nucleo abitato è documentata intorno ai secoli IX-VIII a.C. La fase altomedievale riporta un’ampia documentazione relativa a Montescaglioso, cui toccherà anche la dominazione Normanna, con Roberto - nipote del più celebre Guiscardo, capostipite degli Altavilla - come primo feudatario normanno.

Tale presenza porterà ad un importante sviluppo urbano e a un notevole incremento demografico. Nel frattempo, oltre all’Abbazia benedettina di San Michele Arcangelo (1079), si insediano anche altri monasteri.

Il patrimonio culturale

Chi scglie di trascorrere una giornata a Montescaglioso non reste certo deluso, potendo destreggiarsi tra le architetture che lo attraversano.

Importante centro storico-culturale questo comune del materano merita di essere visitato in ogni momento dell’anno. Passeggiare nel suo centro storico consente di ammirarne ogni angolo tra vicoli e porte storiche, ma una delle architetture più interessanti di Montescaglioso, oltre all’Abbazia benedettina di San Michele Arcangelo (1079) è rappresentata sicuramente dal castello normanno (XI secolo) eretto a controllo di Porta Maggiore, la più importante dei sei accessi alla città.

Il maniero è organizzato intorno ad un cortile cui si accede attraverso un portale affiancato da una delle due torri superstiti. Nel corso del tempo, il castello è passato nelle mani delle famiglie che hanno governato la città da Roberto, nipote del Guiscardo, ai Macabeo, fino ai Sanseverino e Manfredi che lo ebbe in dono da Federico II, quindi gli Orsini e i Grillo-Cattaneo.

Questi ultimi lo hanno trasforma in palazzo poi, una volta restaurato, ne sono state affrescate le volte del piano superiore. Successivamente è stata ricostruita la facciata in stile neomedievale e tra il 1960 e il 1964 è stata demolita l’ala meridionale, con una delle torri d’ingresso.

Il filo con il suo passato Montescaglioso lo tesse anche grazie all’unica delle sei porte di accesso rimaste in piedi, denominata Porta Sant'Angelo, che si può ammirare proprio sulla piazza antistante l’Abbazia di San Michele.

La più importante, Porta Maggiore, venne demolita nel 1868. La cinta normanna, infatti, rimarrà intatta solo fino alla metà del XIX secolo, quando avrà luogo la demolizione delle mura.

I sapori

Tradizione e gusto caratterizzano la cucina di Montescaglioso, una delle “città dell’olio” lucane.

Non è un caso che sulla tavola montese non manchi mai l’olio extravergine d’oliva lucano DOP, estratto per lo più dalla spremitura dell’oliva Maiatica di Ferrandina, che ne rende delicato e fruttato il sapore, utilizzato in gran parte dei piatti tipici. Ottime anche le produzioni di prodotti sott’olio quali pomodori, melanzane e carciofini.

Il ricco menù comprende la tipica casa fatta in casa, dominano orecchiette e cavatelli, oltre carni ovine e caprine alla brace, e poi la cosiddetta “Cialledda”, una minestra a base di pane, cipolle, olio d'oliva, pecorino e peperoncino. Il tutto, ovviamente, annaffiato da ottimo vino locale, soprattutto in occasione dell'evento enogastronomico "In Vino Veritas".

Natura e Parchi

La presenza di diversificate aree naturali intorno al territorio di Montescaglioso offrono la giusta dimensione agli amanti del verde e delle attività all’aperto.

Cultura e natura si fondono in questo punto del territorio lucano, dando al visitatore la possibilità di visitare ipogei di straordinaria bellezza e praticare, nel contempo, attività all’aria aperta in totale relax. Beneficiando di panorami stupendi, completamente diversi tra loro, ora immersi nel verde ora più brulli e aridi, ma calati in un’atmosfera incantevole, si può scegliere di raggiungere il Parco Archeologico Storico Naturale delle Chiese Rupestri del Materano, l’area Boschiva di Difesa San Biagio o il Centro Visite Pianelle, a pochi chilometri di Montescaglioso.

Una roccia tenera segnata da profondi solchi che disegnano rupi, grotte e gravine caratterizza la spettacolarità del Parco Archeologico Regionale delle Chiese Rupestri del Materano costituito da oltre 150 chiese rupestri che, insieme alle ricchezze naturalistiche e alle tracce storiche di rilievo, lo rendono centro di eventi di ispirazione musicale, ambientale e intellettuale di valore nel corso dell’intero anno, sfruttando il fascino di palcoscenici a cielo aperto.

Nel territorio di Montescaglioso ricade anche larea boschiva di difesa San Biagio, che si estende per circa 700 ettari tra il Fiume Bradano e il Torrente Fiumicello e comprende profondi valloni nel tempo scavati dagli agenti atmosferici per la conformazione argillosa del territorio.

A sei chilometri da Montescaglioso, il Centro Visite Pianelle comprende un’aula didattica, un piccola biblioteca e una serie di attrezzature a supporto delle attività che possono essere svolte in diversi momenti della giornata, coordinate su richiesta, con visite ai Sassi di Matera o anche all’Abbazia benedettina di San Michele Arcangelo di Montescaglioso.

Il patrimonio religioso

Il patrimonio sacro di Montescaglioso è davvero ricco di interessanti realtà, tra cui spicca per bellezza e imponenza l’Abbazia di San Michele Arcangelo, seguita da altri interessanti luoghi di culto.

L’ABBAZIA BENEDETTINA DI MONTESCAGLIOSO

Il nucleo centrale dell’imponente struttura è costituito dagli splendidi chiostri rinascimentali e dalla chiesa, ma il suo punto di forza è la splendida Biblioteca dell’Abate che conserva interessanti affreschi.

Il portale rinascimentale dell’Abbazia di San Michele Arcangelo (1079) è stato realizzato dallo scultore cinquecentesco Altobello Persio, originario proprio del comune materano. Nel percorso di visita si possono ammirare portici, cellette e sistemi di raccolta per le acque, ma l’attenzione è carpita anche dai due chiostri, in uno dei quali sono allestiti il Museo d’arte contadina e la Collezione etnografica, oltre al pozzo monolitico, con l’immagine di San Michele e il simbolo del monastero, la lettera A inscritta in un cerchio sormontata da una croce.

I quattro angoli dei portici sono decorati da affreschi, alcuni raffiguranti gli arcangeli Michele e Raffaele, mentre spostandosi nel refettorio e nella cucina è d’impatto un grande camino a camera.

Punta di diamante dell’imponente architettura è però la Biblioteca, le cui pareti custodiscono un magnifico ciclo di affreschi di inizio Seicento, in parte attribuito a Girolamo Todisco, originario di Abriola, comune del potentino, o alla sua bottega, con santi come Domenico e Francesco, filosofi come Aristotele e Platone, figure allegoriche come le virtù cardinali e teologali.

MONTESCAGLIOSO: LA CITTÀ DEI MONASTERI

Oltre all’Abbazia benedettina di San Michele Arcangelo (1079), poco distanti l’uno dall’altro, sorgono altri tre complessi monastici. Ecco perché la città di Montescaglioso si è guadagnata la definizione di "Città dei Monasteri”.

Si tratta delle comunità religiose di Sant’Agostino (XV sec.) - suddiviso in tre livelli con all’interno una tela di San Giovanni Battista (1493), l’altare in marmo policromo, l’organo e la cantoria barocca - del convento dei Cappuccini (XVII sec.) e del monastero della SS. Concezione (XVIII sec.).

LA CHIESA MADRE DEI SANTI PIETRO E PAOLO

L’imponente edificio con struttura a tre navate è dedicata ai Santi Pietro e Paolo (XV sec.). Bellissimo il campanile di 44 metri e altrettanto meritevole di attenzione è l’elegante e luminoso apparato decorativo tardo barocco che caratterizza l’interno.

La cupola del presbiterio è decorata con altorilievi in stucchi dei quattro evangelisti, mentre quattro tele dell’artista calabrese Mattia Preti, impreziosiscono le navate laterali.

Altri splendidi dipinti sono firmati da Giovanni Donadio, della scuola veneziana. Interessante è lo splendido altare barocco e un elegante manufatto marmoreo (XVIII sec.) si trova su un presbiterio circondato da una balaustra in marmi policromi, aperta da sportelli in bronzo dorato. Degno di nota è poi il fonte battesimale con elementi in porfido rosso appartenuti ad una fontana dell’Abbazia di San Michele.

LA CHIESA DI SANTO STEFANO

Questo grazioso luogo di culto fu donato nel 1099 dai conti normanni di Montescaglioso all’Abbazia di San Michele.

La chiesa di Santo Stefano è formata da un’aula unica absidata, sovrastata da un cupola. L’edificio che si può visitare oggi è un rifacimento e risale alla seconda metà del secolo XVII.

Ciò è desumibile anche dal portale d’ingresso per la cui ricostruzione sono stati riutilizzati capitelli e basi di colonne, certo provenienti da un edificio tardo medievale senza dubbio appartenuto all’Abbazia.

LA CHIESA DI SAN ROCCO

Dedicata al Santo Patrono di Montescaglioso sorge in un’area posta al di fuori dell’antica Porta Maggiore, in posizione centrale nella città.

D’impatto è senz’altro l’elegante facciata, con una quinta chiusa da due lesene giganti e coronata da un timpano a sua volta sormontato da un grandioso campanile a vela che riproduce una celebre fontana borbonica del lungomare di Napoli. Ad impreziosire la facciata, al centro, è un portale con su apposta l’epigrafe relativa alla ricostruzione della chiesa.

La stessa è sormontata da una nicchia in cui si può ammirare la statua in pietra di San Rocco scolpita dall’artista Luigi Morano.

La figura del Santo domina anche all’interno in cui è riproposta ancora una statua, numerosi ex voto e testimonianze della devozione dei montesi per San Rocco come l’antico organo ligneo con l’iscrizione del donatore.

La chiesa è meta di pellegrini e visitatori nel mese di agosto proprio in occasione delle celebrazioni in onore del Santo Patrono.

LE CHIESE RUPESTRI

Di interesse storico e culturale sono gli insediamenti rupestri presenti nel territorio di Montescaglioso all'interno del Parco della Murgia Materana.

Intorno al canale dell’Aloe si possono ammirare quattro chiese e vari ipogei, oltre a stalle e ovili. Non si può escludere che il gruppo di chiese costituisca un insediamento monastico organizzato intorno alla chiesa centrale: il santuario della Madonna della Murgia.

Ad oggi, nel canalone, sono state individuate la cripta del Canarino (IX-X secc.), la prima che si incontra giungendo a Montesacaglioso, poco distante si trova la cripta (IX-X secc.) della Scaletta dalle chiare fattezze bizantine, quindi la cripta di Sant’Andrea cui si giunge percorrendo un angusto sentiero e, appunto, il santuario Madonna della Murgia cui si accede solo attraverso una ripida scala.

Il Carnevale

Quello di Montescaglioso è uno dei Carnevali più noti e antichi organizzati in regione e ha una doppia anima.

Il giorno del Martedì Grasso va in scena il “Carnevalone Tradizionale”, che già dalle prime luci dell’alba, vede sfilare per le vie del paese gruppi mascherati che suonano campanacci, figure cariche di simbolismo, cui prestano il volto soprattutto i giovani montesi.

Tra i personaggi tipici della manifestazione si distinguono il Carnevalone, sua moglie la Quaremma che porta in braccio un pupazzo in fasce, Carnevalicchio, vestito di bianco in contrapposizione alla madre e simbolo del nuovo  e la Parca romana, figura mitologica che soprassiede al destino dell’uomo. Gli abiti indossati dai figuranti sono realizzati con carta, cartoni, stoffe di abiti di vestiti non più utilizzati.

Un Carnevale povero, dunque, quello di Montescaglioso che ricicla tutto, nato dalla cultura dei massari e dei braccianti. Lungo le strade dl paese le maschere si riconoscono per i colori e la sfrontatezza, tendono la mano ed esigono anche la più piccola moneta, ma non rifiutano dolci né vino.

La domenica che precede il Martedì Grasso, e lo stesso Martedì Grasso, è la volta del “Carnevale Montese” con la sfilata di imponenti carri allegorici ispirati alla satira e a fatti sociali del momento Già durante l’autunno i maestri cartapestai del posto disegnano le bozze dei carri che dominano la scena.

Cinema

Montescaglioso, come altri comuni lucani, è stato scelto come set cinematografico da diversi registi italiani.

“Noi e la Giulia” è l’ultima pellicola girata nel paese materano dal regista Edoardo Leo - e interpretato dagli attori Luca Argentero, Caludio Amendola, Carlo Buccirosso e Anna Foglietta - per alcune scene ambientate nel centro storico.

Nell'estate del 2012, lungo il corso principale e all’interno dell'Abbazia benedettina di San Michele Arcangelo, Federico Rizzo ha girato “Il ragioniere della mafia”. L’abbazia benedettina e alcuni angoli del borgo antico si possono riconoscere anche ne “Il demonio”, pellicola diretta da Brunello Rondi (1963).

Outdoor

Il territorio lucano in cui rientra la città di Montescaglioso offre straordinari paesaggi e spazi verdi che ben si prestano ad attività sportive da praticare al’aria aperta.

A pochi chilometri dall’abitato di Montescaglioso, grazie alla conformazione del territorio e ad iniziative pensate per gli amanti delle attività all’aria aperta, è possibile praticare passeggiate naturalistiche, birdwatching, orienteering, escursioni in mountain bike o visitare le chiese rupestri del Parco della Murgia Materana che, insieme alle altre aree verdi della Basilicata consentono percorsi trekking, laboratori didattici, spettacoli tra natura e storia.

Spesso queste attività sono coniugate ad eventi culturali, in particolare musicali, di grande suggestione per la bellezza dei luoghi e l’atmosfera che li avvolge.

Archeologia

È ricco il patrimonio archeologico che interessa il territorio di Montescaglioso e le scoperte effettuate hanno portato alla luce straordinarie realtà.

Tracce del passato sono affiorate nel territorio di Montescaglioso testimoniando la presenza dei primi insediamenti nel VII secolo a.C., attraverso reperti archeologici rinvenuti sulle colline circostanti il fiume Bradano, tra Cozzo Presepe, Difesa San Biagio, Contrada Pagliarone.

Negli ultimi decenni le ricerche hanno evidenziato, inoltre, la presenza di resti di strade risalenti al periodo ellenico nel centro storico montese, fatto questo che conferma l’esistenza di un primo insediamento umano nelle aree circostanti l'Abbazia benedettina di San Michele Arcangelo.

Proprio nello stesso complesso, nel 1991, è stata scoperta una ricca necropoli che attesta la presenza di una potente élite locale. Più a valle, in località Porta Schiavoni, sono venuti alla luce segni imponenti di una cinta muraria del III secolo a.C.

www.comune.montescaglioso.mt.it

www.prolocomontescaglioso.it

www.naturartebasilicata.it

www.parcomurgia.it

Le chiese rupestri di Montescaglioso

Approfondisci il Carnevale di Montescaglioso su Miti e Riti della Basilicata

 


Miglionico

La vita a Miglionico scorre tra storia e arte, cuore e anima del paese, in cui si possono ammirare tesori architettonici che ne raccontano il passato.

Il prezioso borgo del Materano sorge su una collina tra i fiumi Bradano e Basento. Mentre si percorre la strada che conduce al paese, alzando lo sguardo, si impone il maestoso castello del Malconsiglio che domina il panorama della collina, noto per la storica Congiura dei baroni contro re Ferdinando I di Napoli. L'episodio del passato rivive ogni anno nell'omonima rievocazione storica ambientata proprio all'interno del castello.

Ma una volta nel cuore di Miglionico non si può non restare affascinati dalla splendida chiesa madre di Santa Maria Maggiore che custodisce opere d’arte di rara bellezza.

Nel territorio di questo interessante comune del materano si trova anche la Riserva Regionale San Giuliano, un lago artificiale originato dallo sbarramento del fiume Bradano, tra i comuni di Matera, Miglionico, Grottole.

La storia

La storia di Miglionico è strettamente connessa alle vicende legate al suo castello, detto del "Malconsiglio", perché luogo della Congiura dei baroni (1485) contro re Ferdinando I di Napoli.

Alcuni ritrovamenti nel territorio di Miglionico, come tombe e vasi (VI sec. a.C.) non fanno escludere che le origini del paese della provincia materana risalgano ad una città enotria. Secondo alcune interpretazioni, nel nome del paese sarebbe “scolpita” la sua fondazione da parte di Milone, un atleta di Crotone del VI secolo a.C., vincitore nella battaglia contro Sibari.

Secondo altre ipotesi, invece, il Milone fondatore di Miglionico sarebbe stato, in realtà, Milone di Taranto, luogotenente di Pirro, il quale, giunto sulle colline tra il Bradano e il Basento, avrebbe fondato una colonia militare denominandola, appunto, Miglionico.

In seguito alla colonizzazione greca la città lucana passa sotto i Sanniti fino al 458 a.C., anno in cui viene espugnata dai Romani.

Il patrimonio culturale

L’evento della Congiura dei Baroni (1485) ha segnato storia e cultura di Monglionico, perché l’episodio è avvenuto tra le mura del castello che, dalla sommità di una collina, domina l’intera valle del Bradano.

Fiancheggiato da sei torrioni, alcuni quadrati altri circolari, il castello del Malconsiglio di Miglionico (VIII-IX sec. d.C.) è il fiore all’occhiello del suo borgo antico, per la bellezza della sua imponente struttura, a parallelogramma, e per gli eventi storici che lo hanno visto protagonista.

La sua denominazione rimanda infatti alla sanguinosa vicenda della Congiura dei Baroni del Regno di Napoli contro il re Ferdinando I D’Aragona (1485). Le voci dei protagonisti di quell’evento storico – i Sanseverino, i Guevara, i Del Balzo, i Caracciolo e gli Acquaviva, lo stesso Re Ferdinando I D’Aragona e suo figlio Alfonso – riecheggiano ancora nella sala “del Malconsiglio” grazie al percorso multimediale “Alla Scoperta della Congiura dei Baroni”.

Il visitatore del percorso multimediale, visitabile tutti i giorni solo su prenotazione, è guidato nel racconto della vicenda che si sarebbe consumata all’interno del maniero di Miglionico.

I sapori

Come gran parte dei comuni del circondario materano Miglionico fa parte del circuito della Città dell’olio condimento indispensabile a rendere più gustosi e appetibili i piatti della sua cucina.

La produzione dell’olio extravergine di oliva lucano DOP, estratto per lo più dalla spremitura dell’oliva Maiatica di Ferrandina, lo rende un prezioso ingredienti in grado di esaltare primi e secondi piatti che sfilano sulle tavole di Miglionico.

Una delle tipicità più apprezzate di Miglionico sono i fichi sia freschi che secchi peraltro protagonisti di una consolidata sagra che si tiene nel mese di agosto.

Natura e Parchi

Miglionico ricade nella splendida collina materana e tra il suo territorio e quelli di Grottole e Matera è compresa la Riserva Naturalistica Oasi San Giuliano, una delle aree protette della regione Basilicata.

La storia della Riserva Regionale San Giuliano è legata alla nascita dell'omonimo invaso artificiale, che comprende il lago di San Giuliano, circondato da una fascia di bosco, tratti fluviali a monte e a valle del lago artificiale.

Proprio sulle sponde del lago, nell'agosto 2006, è stato rinvenuto uno scheletro fossile di balena risalente al Pleistocene.

Il patrimonio religioso

L’architettura sacra per eccellenza, a Miglionico, è senza dubbio la chiesa madre di Santa Maria Maggiore, ma una volta qui vale la pena visitare anche gli altri luoghi di spiritualità presenti.

La chiesa madre custodisce preziose opere come lo splendido Polittico (1499) del maestro veneto Cima da Conegliano, composto da diciotto pannelli disposti in quattro ordini, con al centro una bellissima Vergine in Trono con Bambino e San Giovanni Battista, il Crocifisso di Padre Umile Da Petralia Soprana (1629), carico di pathos, al punto da essere utilizzato da Mel Gibson nel film The Passion, e il grande organo barocco, composto di 321 canne.

La chiesa custodisce inoltre numerose pregevoli tele come la Madonna assunta in cielo del tintoretto, la Madonna al tempio con i Santi del Guercino, la Madonna con Rosario di Girolamo Todisco e una Deposizione dalla croce realizzata da un allievo del lucano Antonio Stabile. Molto bello il portale (XIII) sovrastato da una Pietà scolpita da uno dei massimi scultori lucani, Altobello Persio.

Poco distante dal centro si può ammirare la piccolissima chiesa della Santissima Trinità, all’interno completamente affrescata (metà XV secolo) da una sorprendente iconografia: nell’abside la Crocifissione fa da sfondo a Gabriele e all’Annunciazione, mentre sopra si riconosce la Trinità. A destra e a sinistra, poi, su due registri che dalla volta a botte scendono a terra, si possono apprezzare la Teoria di santi e sante. In basso a destra, la Trinità è rappresentata come un personaggio a tre teste.

Molto belli sono anche gli affreschi conservati all’interno della chiesa di Santa Maria delle Grazie, oltre ad una statua lignea raffigurante la Madonna delle Grazie (1786) dello scultore pugliese Arcangelo Spirdicchio e un piccolo organo seicentesco.

Outdoor

La Riserva Riserva Regionale San Giuliano è dotata di un centro viste Museo Naturalistico e un’aula didattica all’aperto, uno spazio ideale per i più piccoli e i loro accompagnatori.

Qui è possibile praticare una serie di attività all'aria aperta stabilendo un contatto diretto con la natura, dal momento che si può scegliere di dedicarsi all'arrampicata sportiva o al tiro con l'arco, ma anche al birdwatching, a passeggiate e a vere e proprie escursioni lungo appassionanti percorsi naturalistici.

www.malconsiglio.gov.it

www.basilicataextreme.it

www.nuovaatlandide.com

 

 


Irsina

Fino alla fine dell’Ottocento denominata Montepeloso, a Irsina convivono le sfumature dell’arte e la solennità del sacro.

Città dal forte valore storico e culturale è uno dei più antichi paesi della Basilicata e sorge sulla cima di un colle roccioso, in provincia di Matera. Il suo nome originario, Montepeloso (fino al 1895), sembra derivare dal greco plusus, “terra fertile e ricca”, poi modificato dai latini in pilosum.

Custodita tra le sue fortificazioni medioevali, l’antica Montepeloso scruta e domina le valli del Bradano e del Basentello da cui fa capolino l’antico borgo, un reticolato di costruzioni civili e religiose che si raggiungono attraversando viuzze e vicoli, ora in pianura ora in salita, e seguendo le mura di cinta che guidano alle antiche porte.

Ogni stradina è fonte di sorpresa e meraviglia perché rivela agli occhi di chi la percorre le piccole e numerose chiesette che riempiono il borgo e i palazzi storici costruiti tra il Cinquecento e il Settecento. Tutti contrassegnati da stemmi ed epigrafi. Uno dei più importanti monumenti della Basilicata è la maestosa cattedrale di Santa Maria Assunta (XIII sec.) di Irsina, per le caratteristiche architettoniche e le opere che ne ornano l’interno, per lo più di arte rinascimentale, rendendola un vero “museo del sacro”.

Tra tutte si impone all’attenzione di chi la osserva la statua in pietra di Nanto raffigurante Santa Eufemia, attribuita all’artista rinascimentale Andrea Mantegna.

La storia

Numerosi reperti archeologici risalenti ai periodi greco e romano testimoniano che Irsina è uno dei paesi più antichi della Basilicata.

Costruita su un territorio appartenuto a Enotri e Lucani, luogo in cui è stata ritrovata una selce, la più antica testimonianza europea realizzata dall’homo erectus, Irsina è assediata, invasa e distrutta (988) dai Saraceni, ma la sua ricostruzione viene avviata dal Principe Giovanni II di Salerno, che dota il borgo di mura e torri difensive, cosa che non impedisce alla città di subire il dominio dei greci-bizantini.

Nei decenni successivi, dopo esser stata oggetto di contesa tra Bizantini e Normanni, con la vittoria di questi ultimi, la terra di Montepeloso tocca in sorte al conte Tristano Normanno, passando poi sotto il dominio degli Svevi di Federico II.

Nel medioevo diviene feudo di numerose famiglie nobiliari e nel 1123 il papa Callisto II, con una bolla, la nomina cittadina sede episcopale, anche per contrastare la presenza bizantina ancora forte nel paese. Nel periodo svevo fu annessa alla contea di Andria e dopo la morte di Federico II diventa un marchesato sotto la signoria di Manfredi, quindi (1266) passò sotto il dominio degli Angioini.

Nel 1307 è la volta degli Orsini Del Balzo, che la perdono in seguito alla congiura dei baroni, con il subentrare degli Aragonesi, nel1586 viene acquistata dalla ricca famiglia genovese dei Grimaldi per poi passare ai Riario Sforza, gli ultimi signori feudali di Montepeloso. Dopo l’unità d’Italia è interessata dal fenomeno del brigantaggio.

Il patrimonio culturale

Tra fascino e suggestione a Irsina si scoprono architetture e quartieri dal carattere arcaico che ne svelano l’antica e intensa storia.

Una volta in paese si susseguono emozioni indescrivibili mentre si percorrono le strette viuzze dei quartieri custodi silenti di costruzioni nuove e antiche, di tipi civile e religioso. Ci si imbatte così negli antichi e imponenti palazzi nobiliari, ognuno dei quali racconta un pezzo di storia e di vita della cittadina, creando un insieme urbano di grande suggestione.

Costruiti tra Cinquecento e Settecento, i palazzi irsinesi sono caratterizzati da bugne, stemmi ed epigrafi. In via Sant'Angelo si può ammirare il cinquecentesco Palazzo Arsia, mentre, proprio addossato alla Cattedrale di Santa Maria Assunta, è visibile il Palazzo vescovile che ingloba la cappella di San Basilio. Interessante è anche il Palazzo Nugent, edificato sul precedente castello medioevale (XIV-XV), cui è annessa la porta Maggiore, principale punto di accesso alla città. Sul portale di accesso di Palazzo D'Amato Cantorio (XV sec.) è evidente lo stemma della famiglia D'Amato. Da non perdere è poi il seicentesco Palazzo Janora che, come il Palazzo Cantorio, si affaccia su via Roma e fu residenza dello storico irsinese Michele Janora. La struttura si distingue soprattutto per le sue caratteristiche bugne.

D’impatto sono anche le numerose chiese disseminate in tutto il centro storico, tra tutte la Cattedrale dell’Assunta, in cui è custodita la cinquecentesca statua di Santa Eufemia attribuita al Mantegna. E poi, attraversando le piazze di Irsina si possono ammirare le mura che si aprono nelle volte delle antiche porte e s'innalzano nelle circolari torri di guardia.

Appena fuori dall’antica Montepeloso, si impone allo sguardo del visitatore il singolare sistema dei Bottini, uno dei tragitti più suggestivi delle campagne irsinesi, che delinea un “percorso delle fontane” reso possibile da una antica tecnica di incanalamento delle acque. Ed è proprio in contrada Fontana che ci si imbatte in cunicoli sotterranei percorribili ad altezza d'uomo e visitabili.

Il centro delle gallerie è attraversato da un canale lungo il quale scorre l’acqua alimentata dalle fonti sotterranee. In particolare, il bottino di Contrada Fontana si compone di una galleria principale e tre cunicoli, stretti e lunghi, che convergono verso le vasche. Qui l'acqua si deposita per poi sgorgare dalle tredici bocche della settecentesca fontana esterna.

I sapori

La tradizione culinaria di Irsina è di origine contadina, come gran parte della rinomata e gustosa cucina della Basilicata.

Nei piatti che imbandiscono le tavole ingredienti predominanti sono i frutti della terra dal grano alle uova, dal vino cotto alle verdure, in grado di preparare succulenti ed esclusivi piatti. Il pane troneggia in diverse portate, come "a ciaudedd", pane raffermo bagnato e condito con olio d'oliva, origano e pomodorini, o "u pen cutt", pane raffermo cotto e condito con le rape.

I primi sono soprattutto a base di pasta fatta in casa, come i cavatelli con fagioli e finocchietti selvatici. Ottimo, tra i secondi, il famoso "callaridd", agnello adulto e verdure, o anche con patate al forno, imperdibili sono poi i peperoni "crostl", arrosto con pomodori e cipolla o il baccalà con pomodorini.

Tra i dolci della tradizione irsinese sono da provare "i ciamm'llen", grosse ciambelle di uova e farina glassate, "i mastaccer", dolcetti che hanno come ingredienti farina, uova, acqua e zucchero, con glassa sulla parte superiore, "i pzzitt" paste dolci di vino cotto di fichi, farina e uova, glassati. Molto diffusi sono anche i piatti salati come "i cangedd", taralli a pasta salata realizzati con strutto, lievito, sale, uova e fiori di finocchio.

Natura e Parchi

Paesaggi di rara bellezza strappano la promessa di un ritorno ad Irsina, nel cuore della collina materana.

Peculiarità dei panorami che circondano il territorio dell’antica Montepeloso è la varietà dei colori cangianti in base alle stagioni. Il rosso dei papaveri e il giallo delle margherite, della primavera, i dorati tappeti di spighe, dell’estate, le sconfinate distese di grano, dell’autunno, fino ai paesaggi pittoreschi e brulli, dell’inverno.

Tra le verdi colline e i rilievi montuosi ricchi di boschi spicca quello di Verrutoli, luogo ideale per chi ama passeggiare lungo sentieri sterrati e circondati da un paesaggio incontaminato.

Il patrimonio religioso

Simbolo del sacro ad Irsina è senza dubbio la cattedrale dell’Assunta che custodisce la cinquecentesca statua di Santa Eufemia, ma numerosi sono anche gli altri luoghi sacri di interesse storico e artistico.

LA CATTEDRALE DELL’ASSUNTA

Distrutta e più volte ricostruita, la Cattedrale conserva il suo campanile dalle forme romaniche e gotiche, mentre la facciata è in stile barocco napoletano con pregevoli decorazioni sul portale.

Edificata nel XIII secolo e ricostruita nel 1777, la cattedrale dedicata a Santa Maria Assunta è scrigno di un gioiello di straordinaria bellezza e inestimabile valore: una scultura di Santa Eufemia in pietra di Nanto attribuita ad Andrea Mantegna.

Incantevole è anche la cripta che ospita gran parte dei gioielli artistici di origini venete, tutte insieme parte della cosiddetta collezione “De Mabilia”. In una nicchia, in alto, lo sguardo cade sulla scultura che ritrae la Madonna col Bambino, un capolavoro dai tratti raffinati riscontrabili nella esilità delle mani affusolate fino all’elegante panneggio della tunica.

Della donazione fanno parte anche due dipinti dello stesso Mantegna: una Santa Eufemia, oggi nel Museo Capodimonte di Napoli, e una "Dormitio Virginis" (Transito della Madonna), di cui si sono perse le tracce, oltre al Reliquario d’argento che custodisce le ossa di un braccio della martire.

Al di sopra dell’altare maggiore della Cattedrale spunta uno splendido Crocifisso ligneo di scuola donatelliana, il cui intenso pathos cattura la sensibilità di chi, guardandolo dal basso, si perde nella drammaticità del volto sofferente colto nell’atto dell’ultimo respiro, enfatizzato dalle occhiaie pronunciate, dalle guance scarnite, dalla bocca socchiusa.

Tre Codici miniati, un grande fonte battesimale in breccia rossa di Verona e la cosiddetta Colonna di Santa Croce chiudono il ciclo di opere venete.

LA STATUA DI SANTA EUFEMIA

A chi entra nella Cattedrale di Santa Maria Assunta, a Irsina, e volge lo sguardo in direzione della nicchia posta a destra dell’altare, di fronte, si propone una sagoma femminile dal fascino unico.

Quasi a voler compiere un passo verso l’“ospite”, con fare cortese, lo sguardo fisso, fiero ma dolce, un sorriso appena accennato che lascia intravedere i denti, la bocca semiaperta come volesse parlare, su un basamento ligneo, in piedi, si distingue la statua a tutto tondo di Santa Eufemia che esperti e critici d’arte, tra cui Vittorio Sgarbi, hanno attribuito all’incisore rinascimentale Andrea Mantegna.

La Martire venerata nel comune materano ha il portamento di una nobildonna d’altri tempi, accentuato dalla gamba destra leggermente spostata in avanti, indossa un abito verde in parte nascosto dal morbido manto dorato che, cadendo sul corpo, ne lascia intravedere l'anatomia, per poi stringersi con eleganza sul fianco sinistro. Nella mano sinistra “regge” la città di Montepeloso, con la destra, inserita nelle fauci del leone che le è accanto, sembra quasi voler addomesticare l’animale, svelando così il martirio subito dalla giovane data in pasto alle belve per la sua fede cristiana.

Sono i tratti del volto a rispecchiare e sottolineare gli stati d’animo della protagonista di quella vicenda: lievemente ruotato verso destra assume un atteggiamento di estrema naturalezza, tra rassegnazione e dignità, umanità e santità. Chi osserva la statua rinascimentale può ammirarne ogni particolare, girandole attorno è in grado di notare come anche la parte posteriore non è affidata al caso, minuziosamente scolpita nei lunghi capelli disposti sulle spalle con assoluta leggerezza e studiato ordine.

IL CONVENTO E LA CHIESA DI SAN FRANCESCO D’ASSISI

Il complesso sorge dove un tempo si trovava il castello di Federico II donato, pare dallo stesso Imperatore, ai frati francescani.

Dell’antico maniero sono ancora visibili la torre di vedetta, la sala delle armi e le scuderie, ben conservato è anche il rione Casale, sede delle abitazioni di soldati e artigiani del sovrano. Elevata da romanica a rinascimentale, nella la chiesa si possono ammirare affreschi cinquecenteschi visibili all’ingresso, un crocifisso ligneo e una scultura di San Vito, oltre ai dipinti trecenteschi realizzati da allievi della scuola di Giotto.

Dodici medaglioni intrecciati all’infinito, sinonimo di eternità, scorrono lungo ciascuna delle pareti maggiori della cappella, laddove la volta a botte inizia ad incurvarsi. Nel centro della volta stessa sovrasta il Pantocreator: l’Onnipotente, circondato dai quattro evangelisti con le sembianze dell’uomo alato con la bibbia, del leone e del toro alati, e dell’aquila. Al centro dell’affresco murale, sul pilastro della parete orientale, più integra delle altre, appare la scena anche più drammatica del ciclo: la Crocifissione. Ai lati: San Francesco e Santa Chiara.

Al lato destro del Crocifisso, nella nicchia cieca, ecco la Presentazione al Tempio di Gerusalemme, mentre sotto la finestra si riconosce, seppur a fatica perché molto rovinata, l'Ultima Cena. A sinistra della scena ci sono Gesù e San Giovanni che piange sulle sue spalle, mentre Giuda, inginocchiato, dà le spalle a chi osserva. Sulla parete settentrionale si può ammirare il Transito della Madonna (Dormitio Virginis) in abito blu, distesa su un catafalco e circondata da una folta schiera di angeli e apostoli che assistono, piangendo, al suo trapasso.

LA CHIESA DI SANTA MARIA NUOVA DI JUSO

Ci sono anche tracce dei basiliani, ad Irsina, impresse nella chiesa di Santa Maria Nova la quale sorge su un territorio noto come sito di Santa Maria di Juso.

Essa venne costruita dai monaci basiliani che si insediarono in una delle più fertili zone del paese lucano e che, nel loro nome, ancora oggi è detta contrada degli orti o dei "Greci". Della chiesa di Santa Maria Nuova di Juso sopravvivono solo i ruderi degli edifici monastici, ma a lasciare intatto il resto della sua storia sono gli strati di pergamene che, a dispetto del trascorrere del tempo, sono state conservate e tramandate, alcune in parte conservate nell'archivio della Curia vescovile di Irsina.

I sapori

Irsina è una delle location cinematografiche lucane scelte da registi italiani di grande fama come Michele Placido.

Tra le piazze, le strade e le masserie vicine al centro antico di Irsina nel 1998 Michele Placido ha girato alcune scene de “Del perduto amore”. In particolare tra le campagne e i vicoli del paese sono state girate scene della lotta politica e delle passioni ideologiche di cui è intrisa la pellicola.

Nella parte vecchia della città, nel 2003, è stato girato anche il film “Prova a volare”, interpretato da Riccardo Scamarcio, Ennio Fantastichini e Antonio Catania, per la regia di Lorenzo Cicconi Massi.

Outdoor

Paesaggi di rara bellezza, lungo sentieri da percorrere a piedi o in bicicletta strappano la promessa di un ritorno ad Irsina, nel cuore della collina materana.

Gli appassionati di trekking o dei percorsi in mountain bike possono raggiungere il centro storico dell’antica Montepeloso o inoltrarsi fino allo splendido sistema dei Bottini, uno dei tragitti più suggestivi delle campagne irsinesi, attraversando le immense distese di grano circondati dalle colline che caratterizzano lo splendido paesaggio.

Potranno così immergersi nello spettacolare territorio di Irsina contraddistinto da una varietà di colori cangianti a seconda delle stagioni. Il rosso dei papaveri e il giallo delle margherite, della primavera, i dorati tappeti di spighe, dell’estate, le sconfinate distese di grano, dell’autunno, fino ai paesaggi pittoreschi e brulli, dell’inverno. Tra le verdi colline e i rilievi montuosi ricchi di boschi spicca quello di Verrutoli, luogo ideale per chi ama passeggiare lungo sentieri sterrati e circondati da un paesaggio incontaminato, organizzando così suggestive gite fuori porta.

Archeologia

Un ricco patrimonio archeologico impreziosisce la cultura e la storia di Irsina, tra l’area archeologica del monte d’Irsi e il Museo Archeologico Civico “Michele Janora”

La prima, a poco più di dieci chilometri da Irsina, era abitata sin dall'età del ferro. Il sito fu strategicamente scelto dai romani perché collocato sulle principali vie di comunicazione del tempo, a documentarlo sono i resti della villa romana con un pavimento a mosaico e i ruderi di un’antica cinta muraria, testimonianza dell’esistenza di un villaggio. Fortificazioni, cinte murarie e castello sono i segni di un insediamento medioevale, individuati attraverso telerilevamenti satellitari.

In alcune sale del cinquecentesco convento di San Francesco, nel cuore del centro storico, sono ospitati il Museo Archeologico Civico “Michele Janora” e una collezione di circa 300 reperti (per lo più pezzi in ceramica) appartenenti a diverse epoche storiche, dalla preistoria all’età ellenistica, e disposti in ordine cronologico.

www.comune.irsina.mt.it

www.irsina-arte.com

Il Museo Archeologico Civico "Michele Janora"

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Grassano

« ...bianco in cima ad un alto colle desolato, come una piccola Gerusalemme immaginaria nella solitudine di un deserto». Prima che ad Aliano, Carlo Levi ha trascorso proprio a Grassano parte del suo esilio lucano, descrivendo così il paese materano ne “Cristo si è fermato a Eboli”.

E non esiste raffigurazione più corretta di questo romantico borgo posto tra le valli del fiume Bradano e del Basento, sul colle Sella Mortella, noto come la “Città del presepe”. Nel bel Palazzo Materi, infatti, in Corso Umberto I, nel cuore del centro storico, si può ammirare lo splendido presepe del maestro Franco Artese, cui il paese ha dato i natali e grazie al quale, negli ultimi anni, l'arte presepiale lucana ha fatto il giro delle principali piazze e delle chiese dell'Italia e del mondo: da piazza San Pietro, a Roma, alla Cappella Agricola della Cattedrale di Turku e nella Cripta della Cattedrale di Helsinki, in Finlandia, e nella piazza principale di Goiânia, in Brasile.

Il centro abitato di Grassano è uno degli esempi più importanti di insediamento urbano edificato dall'Ordine di Malta in Basilicata, sebbene non sia possibile stabilire con esattezza a quando risalga l'insediamento dei Cavalieri.

Vagando per il territorio in cui il paese si sviluppa ci si imbatte in singolari agglomerati di cantine-grotte, scavate in suggestive pareti verticali: sono i "Cinti" di Grassano. Essi sono testimoni dei resti dell’unico centro urbano edificato dai cavalieri di Malta in Basilicata, ma anche dell’evoluzione naturale e geologica della regione.

Non si può non ricordare che da qui, nel 1903, partì per gli Stati Uniti d’America una donna tenace, Anna Briganti, nonna materna di Bill De Blasio, sindaco di New York, che non ha mai dimenticato le sue origini e che, in occasione dell’ultima visita nel “suo” paese, nel luglio 2014, commosso, ha dichiarato: “Ogni giorno, quando combatto per una città più giusta ed equa, lo faccio perché è quello che ho imparato da mia madre, che a sua volta l'aveva imparato da sua madre…”.

La storia

Il suo nome è di derivazione gentilizia romana e significa: “terra fertile”.

Sorge sulla via Appia dell’antica Roma e la sua storia è legata ai Cavalieri di Malta. Nel 1300 infatti il feudo di Grassano viene donato dai Signori di Tricarico all'Ordine Gerosolomitano, fino all'inizio dell'800, divenendo una delle più importanti Commende dell'Ordine in Basilicata, tanto che da essa dipendevano 17 Grancie distribuite tra i territori lucani e pugliesi.
Nell’area boschiva che circonda il territorio grassanese, nell’800 si rifugiano i briganti, pur non riuscendo a farla franca con la cattura da parte del popolo della banda del violento Mattia Maselli.
Nel periodo fascista a Grassano viene confinato il medico pittore e scrittore Carlo Levi, che durante la sua permanenza nel paese materano ha dipinto circa 70 tele e istaurato un ottimo rapporto umano con gli abitanti del posto.

A testimoniare ciò è uno dei passi tratti da “Cristo si è fermato ad Eboli”: «Cara Mamma cara, dunque, eccomi a Grassano. Credevo che anche Grassano fosse un paese di montagna, e me lo figuravo tra boschi e salite impervie: invece è in cima a un colle a lentissimo declivio, sì che dall'alto non si apprezza il dislivello, che pure è assai forte, col fondo della valle, che qui si è fatta larghissima; e par quasi d'essere in pianura. Le colline sono tutte coltivate a grano; pei campi lavoravano le trebbiatrici e passano a cavallo i contadini per recarsi ai campi lontani».

Il patrimonio culturale

« ...Grassano mi pareva quasi ricchezza, e la maggiore vivacità della gente, il diverso dialetto, con i suoi rapidi suoni pugliesi, mi davano l'impressione di essere quasi in una città piena di vita... ».

Al visitatore che scruta il borgo di Grassano sembrerà quasi di rivedere aggirarsi tra i palazzi storici e le chiese che lo attraversano la sagoma di Carlo Levi, che chissà quante volte ha passeggiato tra questi luoghi durante il suo breve esilio a nel paese, fissandone ogni ricorro nel suo “Cristo si è fermato ad Eboli”.

Tra i settecenteschi palazzi grassanesi, nell’antico Corso Umberto I, nel cuore del centro storico, si distingue Palazzo Materi, che Levi menziona nel suo capolavoro letterario. L’edificio ospita lo splendido presepe del maestro Franco Artese, peraltro nato a Grassano. Al margine del paese vecchio svetta poi il severo palazzo dei duchi Revertera con il suo splendido portale settecentesco, mentre all’ingresso del borgo, provenendo da Tricarico, fa bella mostra di sé il Palazzo Ferri con il grande cortile quadrato. Degni di nota sono anche il Palazzo Commendale (XIV sec.) e la Torretta di avvistamento nella “Vigna del Duca” (XVIII sec.).

A dimostrazione del fatto che Grassano non ha mai dimenticato il suo “ospite”, è stato istituito in suo onore il Parco Letterario che consente di visitare i luoghi del comune materano che hanno ispirato il romanzo “Cristo si è fermato ad Eboli”: da corso Umberto alla chiesa madre, dalla Locanda Prisco alla strada delle grotte.

D’altronde, un nostalgico Levi scriveva: “I pochi giorni di Grassano passarono così, fra la pittura, il teatro e gli amici, in un lampo, e dovetti ripartire".

I sapori di Grassano

La cucina tradizionale di Grassano è di origine contadina, e lascia in bocca sapori mai provati prima.

Dominano senz’altro le portate di pasta fatta in casa come i “frazzul”, maccheroni conditi con salsa di pomodoro, pezzetti di salame e di ventresca di maiale, il tutto aromatizzato da foglie di alloro, e “a laganedd”, insuperabili tagliatelle con ceci, cicerchie o fagioli.

Tra le specialità locali ottimi sono anche i secondi, come le cicorie con la “ngandarat”, l’osso del maiale, senza polpa, conservato nel sale, che viene cotto in brodo con cipolla, sedano, prezzemolo e pomodoro.

Squisiti i dolci tipici come i cannoli farciti di crema bianca e cioccolato, le “casatedde”, pasta frolla modellata a forma di rosa fritta nell’olio e condita con miele, o vincotto, e cannella, infime gli ottimi  “prcduzz” e i “sasanidd”, biscottini e ciambelline cotti in acqua e vincotto.

Natura e Parchi

Nelle dolci colline materane si perde lo sguardo di ogni romantico sognatore “accarezzato” dal vellutato manto di una natura in grado di rasserenare ogni stato d’animo.

Percorrendo questo tratto di Basilicata gli occhi scorrono su paesaggi dai colori intensi e avvolgenti e in questo splendido quadro naturale si staglia anche l’ambiente paesaggistico di Grassano dalla cui cima si possono ammirare suggestive e panoramiche vedute.

Il paesaggio del comune materano è impreziosito dal Geosito dei “Cinti”, il quale sorge su un crinale di sedimenti alluvionali che divide la valle del Basento dalla valle del Bilioso, circondati da una rigogliosa e variegata vegetazione. Questi agglomerati di cantine-grotte, scavate in suggestive pareti verticali, sono sempre stati utilizzati per conservare vino e alimenti.

Oltre ad avere un particolare riscontro storico, i “Cinti” di Grassano offrono un interessante spettacolo naturale, fondendosi con le tonalità del paesaggio in cui sono immersi, che mutano a seconda delle stagioni e della luce del giorno. Spesso le cavità rappresentano il punto di arrivo o di partenza di intense e avvincenti escursioni che interessano la collina materana.

Il patrimonio religioso

Le chiese di Grassano sono custodi di pregevoli opere e per questo, a loro volta, rappresentano un importante patrimonio per il paese e un’occasione di scoperta per chi le visita.

In cima alla collina su cui sorge il borgo svetta la bella chiesa matrice di San Giovanni e San Marco in stile barocco e a tre navate con pianta a croce latina, da dove si può godere di uno stupendo panorama. In origine cappella del ben castello di proprietà del Commendatore di Malta, il tempio ha subito diversi rimaneggiamenti e ampliamenti, il più importante dei quali ha interessato, nel Settecento, la navata laterale di destra. La chiesa madre conserva un settecentesco organo ancora funzionante e una scultura lignea raffigurante Sant'Innocenzo, Patrono del paese.

Da visitare è poi la chiesa della Madonna della neve, con il suo originale campanile con tetto a cipolla. Probabilmente costruita nella prima metà del Cinquecento, presenta una struttura a due navate e tra i suoi arredi conserva un settecentesco quadro di scuola napoletana e la bella acquasantiera seicentesca posta all'entrata.

Gli amanti dell’arte possono riempire il proprio sguardo all’interno del Convento di Santa Maria del Carmine (1612), interessante per le prestigiose tele del Seicento e del Settecento che lo impreziosiscono, oltre a pregevoli affreschi ('700) e una Via Crucis di Domenico Guarino. Lo spettacolo prosegue nel piccolo chiostro conventuale settecentesco e nell'antico refettorio con i due affreschi raffiguranti le nozze di Cana e l'Ultima Cena (‘700).

Nella parte del paese di più recente espansione, invece, si trova il settecentesco convento dei Padri Francescani Riformati, anticamente posto ai margini dell'abitato, che accoglie oggi gli uffici comunali.

Molto bella anche la chiesa della Madonna del Carmine, a pianta a due navate, con il soffitto a botte e a cupola, preziosi elementi sono anche l'altare maggiore in marmi policromi, alcuni dipinti del ‘600 e del ‘700, oltre a una tela con la Madonna delle Grazie (1814).

Esempio della straordinaria arte presepiale del maestro grassanese Franco Artese è il presepe custodito all’interno di Palazzo Materi, su Corso Umberto I, che in quaranta metri quadrati racconta la vita reale del suo paese negli anni ’50.

Outdoor

Grassano è spesso meta di percorsi ed escursioni naturali di varia ispirazione, difficoltà e durata, ma se è la curiosità a guidare il “viandante”, certo è che non si rimane delusi…

Il paese può essere inserito come una delle tappe in itinerari alla scoperta delle colline materane, partendo da Matera, Capitale Europea della Cultura 2019 e città dei Sassi, Patrimonio Unesco, inoltrandosi fino al cuore dell’area Bradanica e scoprire così i caratteristici paesi che si affacciano su questo spazio del territorio lucano.

Dopo aver visitato l’Oasi faunistica di San Giuliano, lungo la valle del fiume Bradano, che comprende i comuni di Miglionico, Matera e Grottole, si sfiora Pomarico, magari entrando fin nel Bosco della Manferrara, per poi arrivare, appunto, a Grassano. Qui ci si può riposare dalla fatica del percorso abbandonando lo sguardo sui caratteristici “Cinti” di Grassano, circondati da una rigogliosa e variegata vegetazione. Questi agglomerati di cantine-grotte, scavate in suggestive pareti verticali e disposte nella parte settentrionale del paese, sono sempre stati utilizzati per conservare vino e alimenti. Oltre ad avere un particolare riscontro storico, i “Cinti” offrono un interessante spettacolo naturale, fondendosi con le tonalità del paesaggio in cui sono immersi, cangianti a seconda delle stagioni e della luce del giorno.

Natura e spiritualità possono guidare anche lungo il comodo percorso collinare compreso tra i paesi di Grottole e Grassano, percorribile a piedi o in bicicletta, alla scoperta dello scomparso borgo di Altojanni e del santuario di Sant’Antonio Abate, che da secoli richiama pellegrini e fedeli dagli stessi comuni di Grottole e Grassano, ma anche da Miglionico, Pomarico e Ferrandina.

www.comune.grassano.mt.it

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Ferrandina

I dolci paesaggi della collina materana circondano la graziosa cittadina di Ferrandina che dalla sua posizione domina la vallata del fiume Basento.

Casette bianche dalle facciate strette, l’una di fianco all’altra, collegate tra loro da casaleni (scale), disegnano il profilo dell’abitato in cui si alternano edifici patrizi decorati da portali e stemmi e chiese di particolare fascino.

Questa originale conformazione architettonica rende davvero caratteristico il borgo di Ferrandina, che ha dato i natali all’archeologo e medico Domenico Ridola, nell’800 pioniere delle ricerche paleontologiche in Basilicata, al quale è dedicato il Museo Archeologico Nazionale di Matera.

La storia

In origine era "Troilia", in ricordo della città dell’Asia Minore, Troia, mentre la sua acropoli-fortezza “Obelanon”, Uggiano, come ricorda il nome del suo castello.

Entrambi centri importanti in epoca romana, con la caduta del dominio greco, longobardi e normanni si impossessano della città.

L’attuale nome “Ferrandina” deriva da Federico d'Aragona, in onore suo e di suo padre, re Ferrante (o Ferrantino). Tra i momenti storici rilevanti che hanno interessato la città occorre ricordare la sua partecipazione ai moti del 1820-21 e del 1860, mentre nel 1862 Ferrandina è stata teatro delle azioni dei briganti guidati da Carmine Crocco. Nel settembre del 1943 Ferrandina insorse contro i gerarchi fascisti.

Il patrimonio culturale

Il centro storico di Ferrandina è di per sé un’opera d’arte, per le sue casette bianche dalle facciate strette, poste l’una sull’altra.

A pochi chilometri di distanza dal paese, procedendo  in direzione della vicina Salandra, ci si ritrova nel sito oggi denominato “Castello di Uggiano”, un’antica fortificazione militare bizantina risalente al IX secolo e ricostruita poi dai Normanni nell’XI secolo. Il sito in realtà corrisponde al luogo in cui sorgeva l’antica “Obelanon”, quella che è considerata la “città madre” di Ferrandina, di antichissima fondazione.

I sapori di Ferrandina

A Ferrandina si mangiano le olive passite dalla particolare fattezza e prodotte sulle colline argillose.

Infornate secondo antichi metodi di lavorazione acquisiscono una forma e un sapore mai gustato altrove.

Ottimi anche i formaggi, dal caciocavallo podolico al pecorino, il pane dalla tipica forma a cornetto e con molta mollica e poi l’inconfondibile olio extravergine di oliva. Tra i piatti tipici non si possono non assaggiare i “lampascioni”, cipolline lessate, gli “gnummaridd'”, particolari involtini con frattaglie di pecora e capretto, l'agnello con funghi cardoncelli al forno.

Molto sfiziosi sono alcuni prodotti da forno come “u Fucilatidd”, treccia di pane circolare condita con semi di finocchio, e “‘u Cecc'“ (ceccio), frittella di pasta lievitata, con sale e origano.

Il patrimonio religioso

Le chiese di Ferrandina sono scrigni di preziose opere d’arte che si possono ammirare strutturando un tour all’insegna della spiritualità.

La possente chiesa madre dedicata a Santa Maria della Croce (XVII sec.) presenta tre portali cinquecenteschi e tre cupole bizantineggianti. All’interno sono conservati affreschi e dipinti di Andrea Miglionico e una statua lignea raffigurante la Madonna col Bambino (1530). Il coro custodisce due statue dorate (XV sec.) raffiguranti Federico III d’Aragona, fondatore della città e sua moglie, la regina Isabella.

In stile barocco è la chiesa di San Domenico (1520), custode di grandiosi dipinti di scuola napoletana e impreziosita da stucchi (1774) dell’artista milanese Calandrea Tabacchi raffiguranti motivi naturalistici e floreali sulla volta e sulle pareti, figure dei quattro evangelisti nella cupola, sculture delle virtù sugli altari del transetto e angeli sull’arco trionfale. Meritevoli di attenzione sono anche l’altare maggiore (1775) e il lavabo in marmi policromi.

Davvero belle sono la chiesa del Purgatorio, dal bel portale cinquecentesco e all’interno una Trinità e San Vincenzo Ferreri, di Antonio Sarnelli da Napoli (prima metà del settecento) e il monastero di Santa Chiara (XIV sec.) con dipinti raffiguranti la Santa realizzati da Leopoldo Solimene (XVIII sec.)

Cinema

Nel caratteristico borgo di Ferrandina, tra gli edifici religiosi, i palazzi nobiliari e le casette bianche costruite l’una sull’altra, l’attore e regista Michele Placido ha scelto di girare il film “Del Perduto amore”.

Insieme a Irsina, altra location del film del 1998, Ferrandina si è prestata, con le sue strade e piazze, i sui angoli come set cinematografico del film incentrato sulla lotta politica, sulle passioni ideologiche che raccontano valori, cultura, gente dell’Italia della seconda metà degli ani ’50. E non potevano essere scelti contesti migliori dei comuni lucani che riflettono sentimenti e passioni autentiche in un film incentrato sulla memoria, sulle persone perdute fino a sfiorare l’esistenza di ciascuno cambiandone la vita.

www.comune.ferrandina.mt.it

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Garaguso

Un pittoresco paesaggio circonda il paese di Garaguso, uno dei “Borghi autentici d’Italia”, che si lascia osservare tra alte colline in posizione dominante sull'alto corso del torrente Salandrella-Cavone.

L’antichità del paesino è testimoniata dal ritrovamento di alcuni reperti archeologici risalenti all'epoca greca.

ll moderno centro abitato sorge proprio sul sito dell'insediamento antico che rimanda al Neolitico, epoca cui risalgono alcuni reperti raccolti sotto il livello della necropoli arcaica nella villa comunale mentre, non molto distante, in località Ulivi del Duca, giacciono i fondi di capanna riconducibili all'Eneolitico e, in località Ponte del Diavolo, sono stati ritrovati i resti di un altro insediamento, con ceramiche appenniniche, della media Età del Bronzo.

La storia

Nel periodo feudale Garaguso appartiene ai Sanseverino e, successivamente, distrutto dal terremoto del 1694, viene ricostruito dai Revettera di Salandra

Dal territorio provengono importanti reperti archeologici che documentano una cultura indigena dall'età del ferro fino al V secolo a.C. e alla successiva ellenizzazione.

Nel 1861 le bande  dal brigante rionerese Carmine Crocco, dopo Accettura raggiungono Garaguso.

Particolarmente conosciuto è il tempietto marmoreo “Heroon”, noto come “Tempietto di Garaguso”, rinvenuto agli inizi del ‘900 in contrada Dilera e oggi conservato in una teca del Museo Archeologico Provinciale di Potenza.

Nel centro storico di Garaguso si percepiscono surreali atmosfere e si odono echi dal passato che risuonano nei risultati di indagini archeologiche testimoni della presenza del paese già in età preistorica.

Il patrimonio culturale

Il bel Palazzo Revertera, con loggiato a tre arcate, è il fulcro dell’abitato. Nei dintorni dell’edificio sono stati rinvenuti diversi reperti archeologici di epoca preistorica e greca, oggi conservati all’interno del Museo archeologico provinciale di Potenza.

Qui, ad esempio, è custodito il cosiddetto “Tempietto di Garaguso”, si tratta di un piccolo tempio, in scala e perfettamente proporzionato, venuto alla luce insieme ad una dea seduta e della stessa composizione. Entrambi sono databili intorno alla prima metà del V secolo a.C.

I sapori di Ferrandina

Uno dei prodotti pregiati di Garaguso è senz’altro l’olio extravergine d’oliva, né mancano ottimi piatti della tradizione.

Tra quelli più tipici troviamo “a pàstural”, agnello in umido insaporito con verdure, erbe, aromi e peperoncino, e successivamente cotto in grandi caldaie a fuoco lento. Ottimi anche gli insaccati, in particolare soppressata e salsiccia di maiale fatte in casa. Stuzzicanti, tra i primi, sono le tagliatelle con baccalà e uvetta sultanina. Buoni anche i prodotti caseari, per lo più caprini e la produzione di olio.

Natura e Parchi

Garaguso sorge nel cuore della immensa e dolce collina materana, circondato da uliveti e paesaggi da ammirare.

A pochi chilometri dal piccolo borgo si può visitare il Parco Regionale di Gallipoli Cognato e Piccole Dolomiti Lucane, dove si possono fare escursioni a piedi, a cavallo o in mountain bike.

Si tratta di uno degli spazi verdi protetti più affascinanti della regione per la presenza di bellezze paesaggistiche e tracce di una storia millenaria, oltre a risorse naturalistiche, ma anche storico ed etno-antropologiche esclusive.

Con un'estensione di oltre 27 mila ettari il parco è attraversato dalla foresta di Gallipoli Cognato e dal bosco di Montepiano, impreziositi da imponenti esemplari di cerro, tigli, peri e meli selvatici, oltre a ontani e aceri. In questi spazi si aggirano lupi, tassi, istrici e gatti selvaggi, mentre tra i volatili è facile avvistare falchi pellegrini, poiane e picchi muratori.

Il patrimonio religioso

A Garaguso merita di essere visitata la chiesa madre di San Nicola di Mira.

La chiesa madre di San Nicola di Mira ha un notevole pregio storico e artistico. A due navate, in quella centrale è conservata una tela raffigurante L'Assunzione della Vergine (1761), opera di frà Deodato da Tolve ed un'acquasantiera del XIV sec, mentre nella navata laterale si nota la statua di San Gaudenzio, Protettore di Garaguso.

Outdoor

La valle della Salandrella e il bosco che si affaccia sulle sue sponde rappresentano un interessante luogo di incontro per gli amanti della natura e delle attività all’aria aperta.

Nel territorio di Garaguso è infatti possibile praticare trekking e scoprire così le specificità ambientali dell’area, come la grande falesia dal colore dorato dei cosiddetti “sabbioni di Garaguso”, proprio sulla Salandrella e sulla cui sommità sorge il paese.

Lasciando Garaguso si raggiunge agevolmente il vicino Parco Regionale di Gallipoli Cognato e Piccole Dolomiti Lucane. Qui si possono intraprendere itinerari, visite ed escursioni guidate, praticare trekking a piedi o a cavallo, avventurarsi in percorsi in mountain bike lungo una fitta rete di sentieri ideali per gli amanti della natura.

Garantiti anche laboratori didattici per le scuole, né si risparmiano emozioni ad alta quota con il “Volo dell’Angelo, uno degli attrattori di punta della Basilicata, o antichi riti arborei noti come “matrimoni tra gli alberi”.

Archeologia

Nel centro storico di Garaguso si percepiscono surreali atmosfere e si odono echi dal passato che risuonano nei risultati di indagini archeologiche testimoni della presenza del paese già in età preistorica.

Gli scavi archeologici condotti nel territorio del piccolo borgo hanno portato alla luce diversi reperti archeologici di epoca preistorica e greca, oggi conservati all’interno del Museo archeologico provinciale di Potenza.

Qui, ad esempio, è custodito il cosiddetto “Tempietto di Garaguso”, si tratta di un piccolo tempio, in scala e perfettamente proporzionato, venuto alla luce insieme ad una dea seduta e della stessa composizione.

Entrambi sono databili intorno alla prima metà del V secolo a.C.

 

www.comune.garaguso.mt.it

www.parcogallipolicognato.it

www.borghiautenticiditalia.it

 

 


Gorgoglione

L’antico paese di Gorgoglione rientra nella suggestiva cornice della Collina Materana, circondato da distese di uliveti e da aree boschive.

Le sue origini affondano le radici in un passato lontano come testimonia il ritrovamento di alcune tombe in località Santa Maria degli Angeli  risalenti al IV secolo a.C., in cui sono stati rinvenuti vasi apuli a figure rosse, oggi conservati all’interno del Museo Archeologico Ridola di Matera.

La storia

Inizialmente compreso nella contea di Montescaglioso, il paese successivamente è appartenuto alla famiglia Della Marra, alla quale di deve l’edificazione di un poderoso castello di cui oggi è possibile ammirare solo alcuni ruderi, per poi passare ai Carafa e agli Spinelli.

Gorgoglione subisce anche il fenomeno del brigantaggio lucano e il 12 novembre 1861, assiste all’arrivo delle squadre guidate dal lucano Carmine Crocco e dal generale José Borjès, i quali, dopo aver occupato Cirigliano, raggiungono il paese senza incontrare alcuna resistenza da parte della popolazione.

Il patrimonio culturale

Nella assoluta semplicità dell’antico borgo di Gorgoglione si rispecchia un passato che ha lasciato tracce importanti tali da averlo reso un “gioiellino” da visitare.

Se del suo castello non si possono che ammirarne solo i ruderi, vagando per il centro storico, tra le modeste ma suggestive abitazioni, si possono ammirare gli storici edifici come l’ottocentesco Palazzo Bruni  e il Palazzo Imperatrice risalente, invece, alla prima metà del Novecento. Il portale di questa struttura, realizzato in blocchi squadrati di pietra locale, è inserito armoniosamente nel complesso architettonico del palazzo ed è il segnale della tradizione della lavorazione artigianale della pietra locale nel paese materano.

Si può infatti assistere alla produzione di lastroni di vario genere e diverse forme.

Di particolare interesse naturalistico e culturale, nel territorio di Gorgoglione, è il cosiddetto “Cinto dell’Eremita, antico insediamento risalente al periodo etrusco.

I sapori di Gorgoglione

Gran parte dei piatti che si assaporano a Gorgoglione si rispecchiano nella tradizione culinaria lucana.

Tra le portate tipiche spiccano la pasta fatta in casa nelle invitanti e numerose forme, dai cavatelli ai cosiddetti “firriciedd, meglio noti come fusilli, conditi con il e la mollica di pane fritta. Da non perdere anche i “rasatelli  o strascinati proposti con farina di legumi. Molto rinomate sono anche la soppressata e la salsiccia.

Natura e Parchi

Dal profilo irregolare il territorio di Gorgoglione è coperto di splendidi boschi ed è ricco di rocce di arenaria comunemente nota come “pietra di Gorgoglione”

Attraversato da imponenti cerri si sviluppa in una natura incontaminata e avvolgente il bosco Le Manche lungo il quale scorrono numerosi ruscelli che sfociano nel torrente più grande chiamato “Vallone. Questo segna il confine tra i comuni di Cirigliano e Stigliano, fino al termine del suo percorso nel torrente Sauro.

Poco distante dal paese si può ammirare la “Grotta dei briganti”, ai piedi di una parete rocciosa alta 40 metri,sulla cui sommità svetta il borgo di Gorgoglione. La grotta è una cavità formatasi nel tempo come lungo il contatto tra le arenarie e le sottostanti argille. Lungo l’asse principale della cavità è stata scavata una stretta trincea da cui si ha avuto accesso all’ambiente ipogeo. Nella parte più interna della grotta si individuano piccole stalattiti di qualche centimetro di lunghezza e croste calcitiche in prossimità delle pareti rocciose. Il nome della suggestiva grotta sembra derivare dal fatto che essa è stata utilizzata come dimora da briganti durante le loro incursioni.

Il patrimonio religioso

Belle chiese fanno di Gorgoglione una meta di interesse spirituale da non perdere.

Molto suggestiva è la chiesa madre di Santa Maria Assunta, originariamente in stile romanico, poi trasformata in stile barocco. A tre navate, all’interno custodisce una croce lignea del 1600 di arte orafa napoletana, una statua del 1400, in cui si riconosce San Rocco, e la statua settecentesca della Madonna del Rosario decorata da due corone d’argento. Pregevole è il fonte battesimale.

Sul punto più elevato del paese, e per questo in una posizione panoramica d’effetto, si può visitare la chiesa di Santa Maria di Pergamo in cui si sono alternati benedettini, agostiniani e francescani. Sembra risalire all’XI secolo e come ricordo della chiesa bizantina - di cui, in fondo, si intravede l’antica abside -, presenta la cupoletta a forma di cipolla. All’interno si può ammirare la settecentesca statua lignea policroma della Madonna col Bambino.

Outdoor

Lasciando il paese di Gorgoglione, in direzione Aliano, ci si può inoltrare nell’accogliente bosco Le Manche.

Qui si possono intraprendere percorsi naturalistici davvero avvincenti e ideali per chi ama praticare il trekking, per poi ristorarsi in una attrezzata area pic-nic.

Per godere in pieno di un paesaggio mozzafiato, proseguendo, si raggiunge la località “Abate Lupo”, un vero e proprio belvedere naturale. Chi vuole sentirsi totalmente circondato dalla natura e dalle sue infinite peculiarità può dirigersi anche verso le località Sant’Angelo e Croce San Canio, avendo la netta sensazione di ritrovarsi in un immenso paradiso ambientale, dai tratti quasi selvaggi, per poi trovare riparo e beneficio presso sorgenti naturali o all’ombra di maestosi cerri.

www.comune.gorgoglione.mt.it

www.prolocogorgoglione.com

 

 

 


Le morbide sinuosità della Collina Materana

Le dolci movenze della Collina Materana rappresentano un luogo in cui lo sguardo e lo stato d’animo trovano un senso di serenità assoluto.

Scorrendo con gli occhi i paesaggi che si incrociano percorrendo questo tratto del territorio lucano, che va dal centro-est della regione, quella al confine con il Potentino, e arriva a ridosso della Piana di Metaponto, si ha la sensazione di “sfogliare” una raccolta di foto d’autore.

Qui si concentrano alcuni dei comuni più suggestivi e panoramici della Basilicata. Come Craco, il paese “fantasma”, sfollato in seguito ad una tremenda frana e oggi divenuto attrazione turistica e set cinematografico, circondato com’è da profondi solchi denominati “Calanchi”, come quelli di Aliano - uno dei luoghi di confino di Carlo Levi, di cui resta vivo il ricordo nel Parco Letterario a lui dedicato – e di Tursi, città natale del poeta dialettale più volte candidato al Nobel per la letteratura, Albino Pierro. Oltre che per l’affascinante quartiere arabo noto come la "Rabatana", Tursi è famoso anche per la splendida chiesa di Santa Maria D’Anglona, immersa nel paesaggio calanchivo.

Nella collina materana è poi compreso il borgo di Valsinni, dove nacque e morì, giovanissima, la poetessa Isabella Morra, i cui versi riecheggiano nel corso di iniziative organizzate all’interno del Parco Letterario che porta il suo nome.

Una volta in quest’area vale la pena spingersi fino a Montalbano Ionico, la cui area calanchiva è unica al mondo non solo per gli aspetti geologici ma anche per il particolare pregio paesaggistico e archeologico. Da non perdere sono anche Montescaglioso, per visitare la splendida Abbazia benedettina di San Michele Arcangelo (1079), e Miglionico con il suo maestoso castello del Malconsiglio.

In questa zona, esattamente ad Accettura, si svolge il più importante e antico rito arboreo lucano noto come “Il Maggio di Accettura”, un “matrimonio” tra gli alberi, un tronco (lo sposo) e una cima (la sposa), un rito propiziatorio di fertilità con sfumature sacre e profane.