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Pubblicato il 09 novembre 2014

"Abramo o Ulisse – Itinerario tra turismo e pellegrinaggio"

Gli esperti definiscono il fenomeno della mobilità umana partendo dalle diverse manifestazioni e dalle specifiche caratteristiche che essa assume nella vita degli uomini. La diversità dei termini usati deriva dallo scopo per il quale l’uomo si mette in cammino lungo le strade del mondo e dalla meta che egli si prefigge.

Chi è nel bisogno, lascia la propria patria in cerca di un mezzo di sussistenza; egli è un “emigrante”. Chi è stanco si mette alla ricerca di un luogo dove riposare e rilassarsi oppure è spinto dal desiderio di conoscere, incontrare persone e culture diverse: egli è un “turista”. Chi non ha una dimora fissa, vaga qua e là inseguendo le occasioni che gli assicurano indipendenza e libertà; tutti lo chiamano “nomade”. Il “pellegrino” è invece quella persona che cammina verso l’Assoluto, perché affamata e assetata di Dio.

Pellegrino è colui che si mette in cammino con Dio per le vie del mondo; pellegrino è anche colui che con il mondo va verso Dio. Il primo movimento, più teologico, è paragonabile al camminare sulla strada di Emmaus ascoltando la voce di Dio: è chiamato oggi “turismo religioso”. Il secondo movimento, più teleologico, è come l’ascesi verso il “tempio santo di Dio”: è il “pellegrinaggio” in senso stretto.

L’uno e l’altro hanno un carattere specifico che li distinguono dal “turismo” comunemente chiamato. Il pellegrinaggio entra di diritto nell’ambito dell’azione della Chiesa: esso è un atto di culto, una esperienza di fede. Il pellegrino si reca ad un santuario, chiesa o luogo sacro, “per un peculiare motivo di pietà” (Cod. Dir. Can. 1230).

Le figure di Ulisse e di Abramo sono esattamente le due figure emblematiche e icone del turista e del pellegrino.

Ulisse viaggiò molto, ma non fu mai pellegrino. Non ebbe mai profondamente in sé il senso della parola peregrinus, colui che non ha patria, che vaga alla ricerca di un luogo che, infine, gli appartenga. Straniero ovunque. Ulisse fu viaggiatore, viator, ma mai pellegrino. Egli aveva nella sua mente, ben consapevole, l’intenzione di una sua terra, di una patria. Ulisse non fu Abramo. Il primo, figlio della chiamata, antica, della sua stessa terra da ritrovare; il secondo, figlio del movimento stesso verso una terra promessa e inafferrabile. Il primo, che tornava alla casa della sua sposa come a un nido possibile; il secondo, che usciva dalla dimora a lui familiare per dare ascolto a una voce: possibile?

Dio è la sorgente di ogni pellegrinaggio possibile, di ogni rendersi estraneo alla propria terra. Dio è origine della chiamata del pellegrino. «Esci». Perché poi? Perché Lourdes, o Fatima, Santiago, o Roma, o Matera stessa? Perché Gerusalemme?

Perché «prendiamo e andiamo»?

Perché nostro padre fu un arameo errante. Perché nelle terre che raggiungiamo, in preghiera, per desiderio d’arte, di cultura e di incontro con Dio, noi scorgiamo un barlume di ciò che è il nostro senso finale.

Le terre ove Dio si rivela sono immagini di una terra ove Dio è.

Abramo uscì dalla sua patria per una terra che non possedette mai se non come «sepolcro»: il primo luogo acquistato da Abramo fu il sepolcro per Sara e per sé ad Hebron nella terra dei Cananei.

Nel frattempo, solo cammino.

Mosè condusse il popolo nel suo esodo dall’Egitto sino alle soglie della terra promessa: egli «la vide solo da lontano», dal Monte Nebo, dove è stato, secondo la tradizione, sepolto.

Sempre, il pellegrinaggio presuppone due cose: la concezione della fragilità di quanto possediamo, e la nozione di un luogo che raffiguri ciò che desideriamo. Tutto ciò è animato dalla speranza.

Egeria, che mosse verso Gerusalemme, andava alla ricerca di Cristo. Essa fu la pellegrina originaria del cristianesimo: non diversa da Abramo, ella intuiva laggiù la promessa, e il suo cammino era vincolo e, insieme, possibile realizzazione.

Dopo Egeria, milioni si misero in cammino, ciascuno con la propria speranza. Ma c’è qualcosa di più: il pellegrino cristiano identifica Cristo. Con tutti i limiti del caso. Egli cammina come Abramo, sì; come Mosè ed Elia, certo; ma soprattutto come Cristo stesso. Cristo pellegrinò fra divino e umano.

È questo il nostro senso, sia che la meta si chiami Gerusalemme, sia che abbia il nome di Matera. Non è vacanza o gita.

Pellegrino è colui per cui non conta il luogo, mentre ha senso l’incontro. E l’incontro è possibile soltanto nella fede. Diciamolo. Nella fede. Nella fede di Abramo (che lasciò per fiducia). Nella fede di Mosè (che lasciò per anelito di libertà). Nella fede di Egeria (che lasciò per cercare). Fede, libertà e ricerca sono i nomi dei passi di chi decide di pellegrinare.

Non a caso, il pellegrino del medioevo spesso faceva testamento prima di partire.

Non a caso, noi rischiamo di pellegrinare senza «testamento». Ossia: rischiamo di compiere il pellegrinaggio senza credere che sia (o possa essere) la nostra ultima meta. Poiché è la meta della fede, che è possibile soltanto se ci guidano libertà e ricerca.

Pensiamo ad esempio ai vari “cammini” dei “pellegrini”, dei “romei” attraverso l’Europa (verso Roma, Santiago de Compostela, Gerusalemme, ecc.) hanno creato intrecci, incontri, scambi di valori ed hanno costruito, attraverso la conoscenza reciproca, il dialogo ed i rapporti sia umani che economici, il tessuto di valori comuni e posto le basi per una profonda cultura cristiana.

Il grande scrittore W. Goethe affermò che “l’Europa è nata in pellegrinaggio e la sua lingua materna è il Cristianesimo”.

Èpellegrino chi è vocato al viaggio. Ma non tutti i viaggi – per quanto ardui, per quanto necessari – sono pellegrinaggi. Perché un viaggio lo diventi, occorre che il viaggiatore lo senta come una decisione radicale, come l’abbandono di tutti i luoghi consueti, di tutte le abitudini, come una rottura del discorrere normale del tempo, una rottura irreversibile.

Egli non potrà mai ritornare come era, né dove era, poiché anche i luoghi da cui è partito e i volti che ha lasciato gli appariranno, al suo ritorno, affatto trasformati. Ma la trasformazione che egli “ patisce” non è semplicemente frutto di una esperienza, per quanto straordinaria.

Nel viaggio egli non è rimasto solo.

Il viaggiatore può andare in solitudine, non il pellegrino. Il pellegrino è sempre accompagnato dalla Voce, dall’Angelo, dal Maestro.

Perciò il suo viaggio è educazione, ex-ducere, un esser tratto fuori dall’antica figura o un rinascere. È la Voce, è l’Angelo, è il Maestro ad indicare il Luogo che è Meta, a permettere il suo riconoscimento.

Esiste o può esistere oggi questo pellegrino? O la figura del pellegrino si è “ritratta” per noi a quella del viaggiatore? Non le confondiamo forse ormai? È certo comunque che la domanda non ha soltanto un valore religioso, tantomeno riguarda soltanto la Chiesa e il mondo cattolico.

I viaggi del pellegrino hanno connesso o quasi formato la geografia di questa Europa,

I nostri stessi cammini in gran parte ripercorrono le sue vie. Se una “famiglia” europea, nonostante le guerre e le divisioni, è tuttavia riconoscibile, ciò lo si deve anche, o forse anzitutto, alle reti che il pellegrino vi ha disegnato per secoli: quelle che dalla Francia attraversano Leon o Galizia verso Santiago; quelle che discendevano a Roma lungo i difficili passi alpini. Le reti dei jacquot e dei romei.

Ma attorno a questi tronchi possenti crescono innumerevoli rami verso i santuari dell’Arcangelo Michele, verso i santuari mariani, ovunque “sanguis martyrum” sia custodito e venerato.

Pellegrini di diverse città e regioni, di diverse lingue e tradizioni, si incontrano lungo questi itinerari, compiono insieme decisive esperienze, riconoscono comuni appartenenze. E maturano anche attraverso questi incontri i grandi linguaggi comuni dell’architettura, della scultura, della pittura romaniche, gotiche e cistercensi. La rinascita economica e culturale europea a partire dal X secolo trova anche in questi fenomeni le proprie radici.

Sapranno oggi gli uomini moderni trovare analoghe vie di incontro e confronto?

Sapranno ancora viaggiare insieme, gli uni incontro agli altri, affrontando insieme il pericolo, i rischi dell’andare?

O l’uomo attuale è gelosamente chiuso nel proprio “io”, incapace ormai di abbandonarlo, incapace di compiere alcun esodo dalla propria casa, dalle proprie abitudini, dai propri interessi?

Ecco perché l’esperienza del pellegrinaggio provoca tutti, credenti e non credenti, religiosamente, culturalmente e politicamente.

Un altro aspetto dell’idea di pellegrinaggio merita oggi tutta la nostra attenzione: essenziale al viaggio non è soltanto la meta, il “risultato”. Il pellegrino anela, certo, al luogo, ma non ha fretta di raggiungerlo; per lui il cammino non è affatto un ostacolo, un impedimento, qualcosa che sarebbe meglio non fosse.

Nell’idea del pellegrinaggio il cammino è altrettanto essenziale della meta. Pellegrino non è colui che è giunto alla meta, ma colui che continuamente procede per raggiungerla.

Il pellegrino rimane sempre in cammino; egli sa che lo stesso termine ultimo del suo viaggio non è che immagine, che icona della meta. Lo stesso luogo a cui egli perviene, per aspera, anche il più simbolicamente intenso, non è in verità che una tappa.

Egli vi attinge una nuova forza e nuova fede per continuare. La meta, insomma non pone fine al pellegrinaggio, ma ne rafforza il significato, lo alimenta.

Come il pavimento delle grandi navate è percorso da labirinti, e per raggiungere l’altare è necessario percorrerli secondo ritmi definiti – l’altare, la meta non sono raggiungibili “ a volo” – così i cammini del pellegrino sono segnati da edicole, santuari, oratori, grandi e piccole chiese, conventi e monasteri, e poi ancora da luoghi dell’ospitalità, dello scambio, del commercio, della produzione.

Queste tappe costituiscono elementi essenziali del pellegrinaggio. La stessa lunghezza del cammino, le sue stesse difficoltà rappresentano prove necessarie, momenti imprecisabili di un itinerario di purificazione e di fede.

Perciò l’idea degli itinerari regionali diffusi che coinvolge tutte le realtà istituzionali e produttive del territorio che valorizzi i tanti luoghi ricchi di arte, storia, cultura, religiosità, bellezze naturali, ambientali ed offerte enogastronomiche, questa idea è l’unica davvero fedele a quella del pellegrinaggio.

C’è infine un altro aspetto da sottolineare come componente essenziale del pellegrinaggio: “la sosta”.

Gli antichi pellegrini sostavano lungo il cammino presso ospizi, monasteri, abbazie, santuari, non solo per ritemprare il corpo, ma soprattutto per ricaricare lo spirito.

I tempi di silenzio, di preghiera, di riflessione, di dialogo nei monasteri con i monaci, erano tempi preziosi e indispensabili per il pellegrino alla ricerca di risposte ai problemi della vita.

Il tempo della sosta è la riscoperta di un diverso e nuovo approccio alla realtà, è una precisa scelta culturale per aiutare le persone ad interiorizzare un tempo ed uno spazio che sembrano oggi non appartenere più all’uomo.

Sosta e silenzio, riflessione ed ascolto, contemplazione e recupero del rapporto con se stessi, con gli altri, con la natura e con il trascendente: sono quindi elementi essenziali del pellegrinaggio.

Oggi è quanto mai attuale ed indispensabile per noi, che viviamo in una società del benessere e dei consumi, dove tutto corre in forma talora schizofrenica e vertiginosa e dove tutto è consumato in tempo breve, avere il coraggio di fermarsi per pensare e riflettere sui valori essenziali della vita.

Il pellegrinaggio è un ‘”occasione privilegiata”, per l’uomo e per il cristiano, di rendersi capace di “sostare lungo il cammino” della vita, per riscoprire, attraverso l’incontro con la natura, con sé stessi e con gli altri, il mistero di Dio. Il pellegrinaggio diventa quindi un‘educazione all’ascolto, al dialogo, al rispetto del diverso, alla condivisione, all’amore e alla pace.

Non confondiamo quindi “il cammino” – cioè il pellegrinaggio – e “il turismo”. Lo spazio del pellegrino è, innanzitutto, uno spazio del cuore: “canta e cammina” come dice S. Agostino, perché pellegrinare non è un optional per il credente; ma è la cifra di un’esistenza: “noi siamo stranieri sulla terra, la nostra mèta è il cielo: è quindi una metafora della vita.

Ogni altra tappa è raffigurazione e immagine.

Liberio Andreatta

Vicepresidente di ORP

 


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